Gli architetti stARTT progettano a Napoli l’allestimento della mostra “Amori Divini”. Le foto

Dopo anni tornano visibili i mosaici di epoca romana, provenienti da Pompei e Ercolano, conservati al MANN: una testimonianza preziosa, con la quale si è misurato lo studio stARTT, nell’intervento di allestimento della mostra “Amori Divini”. Senza rinunciare a soluzioni d’autore.

Progetto by stARTT foto by Gabriele Lungarella
Progetto by stARTT foto by Gabriele Lungarella

Al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, la mostra “Amori Divini” riunisce circa 80 opere della classicità greco-romana, insieme alle loro reinterpretazioni moderne: comune denominatore la raffigurazione dei miti raccontati nelle Metamorfosi di Ovidio. Provenienti dalla Magna Grecia e concesse da prestigiosi musei internazionali – come l’Hermitage di San Pietroburgo, il Musée du Louvre di Parigi, il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Kunsthistorisches Museum di Vienna – le opere pittoriche e le sculture esposte testimoniano quanto la carica figurativa del capolavoro letterario abbia ispirato la mano degli artisti. Curata da Anna Anguissola e Carmela Capaldi, con Luigi Gallo e Valeria Sampaolo, l’esposizione si avvale dell’allestimento progettato dallo studio architettura e trasformazioni territoriali stARTT, formato dagli architetti Simone Capra, Claudio Castaldo, Francesco Colangeli e Dario Scaravelli. Un intervento, come ci ha raccontato lo stesso Capra, che “si inserisce nella riflessione che stiamo portando avanti, nell’ultimo anno e mezzo, in campo museografico sul rapporto tra opera e contesto. Volevamo trattare il tema dell’architettura effimera per renderla mediazione ed esaltazione di tale relazione. In particolare, lo spazio architettonico assegnato al MANN è caratterizzato da preziosissimi pavimenti provenienti da Pompei ed Ercolano: per la prima volta tornano visibili al pubblico”. Prendendo le distanze dal modello del cosiddetto “white cube”, stARTT ha agito concependo “una sorta di scenografia teatrale, nella quale questo importante pavimento diviene quasi un palco, mentre le opere sono oggetti liberi all’interno dello spazio museale”, prosegue Capra.

UNA “SCATOLA NELLA SCATOLA”, TRA SUPPORTI CHE EVOCANO FORME ZOOMORFE

Nell’associare queste valutazioni preliminari alla linea dei curatori, il progetto si è andato progressivamente ad avvicinare alla struttura narrativa delle Metamorfosi di Ovidio, “dove ogni mito è introdotto dal mito precedente; a volte per analogia di contenuto, a volte per identità di forma, a volte trasformando il soggetto narrato in narratore.” In questo senso vanno infatti interpretate tanto l’articolazione del percorso espositivo, al di sotto di grandi volte a vela, quanto la relazione attivata tra l’involucro espositivo temporaneo e quello architettonico permanente. In particolare, i supporti verticali stessi subiscono alcune “metamorfosi”: incisioni, tagli, piegature impressi sulle loro superficie, permettono all’architettura che contiene l’allestimento di essere in più parti svelata e, così facendo, integrata alla narrazione.

LE SENSAZIONI DI PIRRI

Alle varie modalità di apertura delle pareti corrispondono specifici inserimenti di opere e, anche, l’attivazione di “reazioni poetiche con il colore di fondo scelto dalla direzione per quelle ali del museo, l’arancione. Un’altra delle nostre ispirazioni”, ha precisato ancora Capra, “è il lavoro di Pirri, artista che attraverso l’uso del colore nei sottofondi riesce a definire dei riverberi che rimandano a una relazione tra contenuto e contenitore. E, infatti in questo caso, ci sono dei riflessi arancioni nei punti in cui l’involucro viene inciso, tagliato, oltrepassato per contenere le opere”. Le Metamorfosi ovidiane, inoltre, hanno influito nella fase di progettazione dei supporti espositivi: tali elementi, infatti, intendono alludere “agli amori di Zeus e alle sue trasformazioni zoomorfiche. Da quel punto di partenza, abbiamo immaginato il ‘millepiedi’ che diventa base per le vetrine o ‘il volo dell’uccello stilizzato’ che da fa supporto ai quadri gemelli dell’Ermafrodito”. Amori Divini resterà aperta fino al 16 ottobre; una panoramica fotografica è disponibile in questa gallery.

 

– Valentina Silvestrini

 

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Valentina Silvestrini
Dal 2016 coordina la sezione architettura di Artribune, piattaforma per la quale scrive da giugno 2012, occupandosi anche della scena culturale fiorentina. Ha studiato architettura all’Università La Sapienza di Roma, città in cui ha conseguito l'abilitazione professionale. Ha intrapreso il percorso professionale in parallelo con gli studi, occupandosi di allestimenti museali, fieristici ed eventi presso studi di architettura e all’ICE - Istituto nazionale per il Commercio Estero fino al 2011. Successivamente ha frequentato il "Corso di alta formazione e specializzazione in museografia" della Scuola Normale Superiore di Pisa e ha curato gli eventi e la comunicazione della FUA - Fondazione Umbra per l’Architettura, a Perugia. I suoi articoli sono stati pubblicati anche su Abitare, abitare.it, domusweb.it, Living, Klat, Icon Design, Grazia Casa, Cosebelle Magazine e Sky Arte. Oltre all'architettura, ama i viaggi e ha una predilezione per l'Asia e il Medio Oriente.