Com’è nata la Biblioteca degli Alberi di Milano? Intervista allo studio AG&P greenscape

La Biblioteca degli Alberi, da poco inaugurata nel quartiere Porta Nuova a Milano, rappresenta una concezione di parco urbano e paesaggio del tutto nuova per il nostro Paese. Ne abbiamo parlato con lo studio AG&P greenscape, che ne ha seguito la direzione dei lavori.

La Biblioteca degli Alberi, Milano, 2018. Photo Mariagiusi Troisi. Courtesy AG&P greenscape
La Biblioteca degli Alberi, Milano, 2018. Photo Mariagiusi Troisi. Courtesy AG&P greenscape

La Biblioteca degli Alberi è stata aperta al pubblico sul finire del mese di ottobre. Progettata dallo studio Inside-Outside di Petra Blaisse, è il terzo parco più importante della città per grandezza. Conta più di 500 alberi, distribuiti su un disegno molto articolato, che rende il parco un vero e proprio crocevia di percorsi, che a loro volta mettono in connessione i tre quartieri su cui affaccia. Quanto è stato complicato gestire il cantiere di un’area così vasta e importante per la città? Ne abbiamo parlato con Paolo Villa, Emanuele Bortolotti e Paolo Palmulli, i tre soci dello studio AG&P greenscape, che ha seguito la direzione dei lavori dell’opera.

L’INTERVISTA

Fin dai primi esiti del concorso vinto da Inside-Outside di Petra Blaisse, il parco La Biblioteca degli Alberi è apparso assai complesso nel suo disegno, con tante funzioni, attraversato da diversi percorsi. Qual è stato il ruolo di AG&P greenscape nella sua realizzazione?
Paolo Palmulli: Il nostro ruolo è stato, più che altro, tecnico. Noi ci siamo occupati, in raggruppamento con altri studi, della direzione dei lavori. Abbiamo voluto partecipare alla gara (vinta nel 2017) perché credevamo di essere le giuste figure professionali per seguire un cantiere così articolato. Abbiamo bussato a diverse porte e studi prima di avere l’occasione di collaborare con lo Studio Ceruti e con Gae Engineering di Torino per la parte legata alla sicurezza. È stato un processo molto lungo e articolato, fatto di sperimentazione e tante difficoltà, ma, una volta trovata la formula corretta, siamo partiti con il piede giusto, applicando la stessa metodologia anche ad altre gare vinte poi in seguito. Avevamo già lavorato in Porta Nuova nel 2014, con la realizzazione del parco temporaneo Wheatfield di Agnes Denes. È stato bello tornare e poter realizzare la Biblioteca degli Alberi.

La Biblioteca degli Alberi, Milano, 2018. Photo Mariagiusi Troisi. Courtesy AG&P greenscape
La Biblioteca degli Alberi, Milano, 2018. Photo Mariagiusi Troisi. Courtesy AG&P greenscape

Come avete gestito i rapporti con la direzione artistica?
Paolo Villa: Posto che la scelta degli alberi è stata fatta in vivaio da Emanuele Bortolotti con la direzione artistica, il nostro compito è stato affrontare i problemi quotidianamente. Abbiamo selezionato dei criteri di scelta per la disposizione degli alberi, valutati sulle singole foreste e con il materiale a disposizione. Questi criteri sono stati condivisi con i giardinieri perché nella nostra esperienza trentennale abbiamo imparato ad ascoltare e a confrontarci con ogni professionista coinvolto, per poter prendere decisioni in brevissimo tempo. La predisposizione delle ventidue foreste è stata un tema che prima non avevamo mai affrontato nello specifico, ma è stato divertente vederlo realizzare nel tempo, bosco per bosco. Anche perché si trattava di interpretare il progetto di un altro professionista, quindi abbiamo messo dentro di nostro principalmente una capacità tecnica e interpretativa: un sapere che funziona sempre quando lavori con il materiale naturale.

Si è trattato di un cantiere molto complesso. Penso alla grande varietà di piante, alberi, arbusti, che richiedono ciascuno una propria competenza. Come avete affrontato questi aspetti?
P. P.: La complessità del progetto, e soprattutto della parte naturale, è stata affrontata di volta in volta con degli specialisti quasi monotematici, coordinati da un’unica figura per tenere insieme tutte le specificità. Per esempio, il nostro specialista che si è occupato delle erbacee perenni nei campi di Piet Oudolf; i professionisti che si sono occupati delle alberature. Ogni tema è stato affrontato con le capacità e le attrezzature migliori a disposizione. Paolo Villa, per esempio, ha avviato la piantumazione di quasi ciascuno dei 500 alberi presenti.

La Biblioteca degli Alberi, Milano, 2018. Photo Mariagiusi Troisi. Courtesy AG&P greenscape
La Biblioteca degli Alberi, Milano, 2018. Photo Mariagiusi Troisi. Courtesy AG&P greenscape

Quindi il vostro studio ha nel suo DNA un’attitudine multidisciplinare?
Emanuele Bortolotti: L’approccio interdisciplinare del nostro studio è una caratteristica che si è evoluta ed è cresciuta nel corso degli anni per diventare sempre più consolidata come metodologia di prestazione. Con quest’attitudine abbiamo svolto la nostra parte di lavoro nel cantiere e nel rapporto con la direzione artistica. Quello del paesaggista è un lavoro multidisciplinare di per sé, infatti il nostro studio si compone di architetti, botanici, naturalisti, ingegneri, agronomi, ora anche di professionalità dedicate a masterplanning e urban design, temi di cui AG&P si sta occupando negli ultimi anni.

La Biblioteca degli Alberi è sì un parco, ma è anche uno spazio “molto urbano”, forse lontano dall’immaginario del concetto di “parco” che abbiamo. Com’è cambiato l’approccio che si ha nei confronti di questi spazi, sono forse troppo infrastrutturati?
P. V.: Bisogna collocare le cose in un periodo storico preciso. La progettista si è formata negli Anni Ottanta, decennio in cui in Europa in cui si è sviluppato un certo tipo di paesaggio: lo possiamo vedere in città come Barcellona e Parigi. Parchi come il Parc Citroen sono parchi pesantissimi, è costato 100 miliardi di lire, sono molto costruiti; doveva ancora svilupparsi il tema della sostenibilità, l’ecologia, la biodiversità: vinceva l’architettura. Erano, quindi, proprio architetti e non paesaggisti gli autori di questi spazi. Il parco simbolo di questo periodo è il Parc de la Villette a Parigi. È stata progettato 21 anni prima del parco della BdA, quindi la scuola di pensiero è proprio quella, forte infrastrutturazione, disegno e marchio. Prima esisteva un concetto molto diverso: vinceva lo schema prato-panchina-albero, più all’inglese, meno strutturato. A Milano negli Anni Ottanta non si poteva entrare nei prati, venivi multato se calpestavi l’erba.

Naturalia, Baku, 2015. Render studioDIM associati. Courtesy AG&P greenscape
Naturalia, Baku, 2015. Render studioDIM associati. Courtesy AG&P greenscape

Quindi, oggi, le nostre città vedranno sempre di più svilupparsi parchi attrezzati e infrastrutturati?
E. B.: C’è una cultura molto diversa oggi nel rapporto con la natura. Nelle nostre città devono poter convivere due tipi di verde: da una parte, uno spazio attrezzato infrastrutturato ‒ la BdA è, di fatto, un parco attrezzato, un crocevia che mette in relazione aree diverse della città, quartieri, ed è importante rilevarlo, una dimensione e struttura che è perfetta per svolgere questa funzione ‒; dall’altra, sul modello di Central Park, uno spazio vuoto e aperto dedicato al verde.
P. P.: La Biblioteca, come già sottolineato, svolge la funzione di ricucitura delle trame urbane che le stanno attorno. In cantiere spesso ci accadeva di ascoltare le persone che si affacciavano sulle aree in costruzione. Il tema più ricorrente era che stavamo “cementificando” tutto. Ma non era così! Ora che il parco è aperto, non si è lamentato più nessuno e anzi, alcuni commenti riportano il desiderio di avere percorsi anche più larghi. C’è stato un grande afflusso di gente con giornate al limite della capienza, nonostante la stagione. Si tratta di un parco che mette al servizio delle persone spazi inattesi o a cui non siamo mai stati abituati. Tuttavia, i cittadini hanno già trovato il modo di adattarlo alle proprie esigenze: la grande area gioco attrezzata, per esempio, a volte non riesce a ospitare proprio tutti, l’hanno capito anche i bambini, che hanno colonizzato e fatto propria l’area sportiva giocando anche con tutte le strumentazioni a disposizione. Nel labirinto, per esempio, fanno il “salto alla siepe”!

Simona Galateo

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Simona Galateo
Architetto e curatore, ha studiato alla Facoltà di Architettura di Ferrara, Urban Studies alla Brighton University con una borsa di studio post-laurea e ha ottenuto un Master di II livello in Strategic and Urban Design al Politecnico di Milano. Prosegue le sue ricerche sulla città nel programma di PhD del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano. Ha curato numerose mostre e scritto diversi libri di architettura contemporanea.