Il grande valore di sostenere la creatività. Intervista a Sara Sozzani Maino  

In occasione della prima edizione del Sozzani Award, abbiamo intervistato Sara Sozzani Maino, scopritrice di talenti nel mondo della moda, per parlare del ruolo culturale di chi da sempre accompagna e sostiene la creatività

Per oltre vent’anni Sara Sozzani Maino ha osservato la moda da una prospettiva non da chi disegna collezioni, dirige una maison o costruisce un marchio, ma quella di chi riconosce, accompagna e rende visibili le nuove voci della creatività contemporanea. Per molto tempo è stata raccontata come una delle più influenti talent scout della moda internazionale. Eppure, osservando il suo percorso, emerge soprattutto il ruolo di chi ha contribuito a costruire le condizioni culturali, istituzionali e relazionali perché il talento potesse trovare spazio, maturare e generare nuovi linguaggi. Attraverso Who Is On Next?, nato dalla collaborazione con AltaRoma, il lavoro svolto all’interno della Camera Nazionale della Moda Italiana, dove ricopre il ruolo di International Brand Ambassador, ma soprattutto attraverso la sua lunga esperienza in Vogue Italia, dove ha ricoperto il ruolo di Deputy Editor e ha ideato e diretto Vogue Talents. Sara Sozzani Maino ha costruito nel tempo una pratica dello scouting intesa come ricerca, ascolto e accompagnamento. Dal 2021 è Direttrice Creativa della Fondazione Sozzani, dedicandosi alla fotografia, all’arte, al design e alla moda, ad una visione ampia della creatività, condivisa e interdisciplinare.

Fondazione Sozzani sede di Via Bovisasca. Photo Ilvio Gallo. Courtesy Fondazione Sozzani
Fondazione Sozzani sede di Via Bovisasca. Photo Ilvio Gallo. Courtesy Fondazione Sozzani

Sara Sozzani Maino e il nuovo Sozzani Award

La prima edizione del Sozzani Award, dedicata alle figure femminili attive nei campi del design e dell’artigianato contemporaneo, ha recentemente chiuso le candidature e vedrà l’annuncio delle vincitrici a settembre. L’award si articolerà in due altre aree: la fotografia, intesa come linguaggio di ricerca, narrazione e interpretazione del presente, la moda, riconosciuta come pratica progettuale e sociale capace di coniugare ricerca estetica, innovazione, attenzione ai materiali e ai processi. Il percorso di Sara Sozzani Maino racconta così un lavoro quotidiano fondato sulla trasmissione di strumenti, sulla formazione, la visibilità e la costruzione di opportunità per gli artisti e per le nuove generazioni. Attraverso workshop, programmi di mentoring e incontri pubblici, sostiene giovani designer e creativi incoraggiandoli a confrontarsi con temi come la sostenibilità, la qualità progettuale e il ruolo sociale della moda. In questo senso, la sua storia famigliare — figlia di Carla Sozzani fondatrice dell’omonima fondazione e nipote di Franca Sozzani storica direttrice di Vogue italia — rappresenta soltanto il punto di partenza di un percorso costruito attraverso anni di lavoro, senso di responsabilità e visione. Un’eredità culturale che coincide sì con il cognome, ma soprattutto con la scelta di mettere esperienza, conoscenze e relazioni al servizio degli altri. In questa intervista ripercorriamo il suo sguardo sulle nuove generazioni, sul talento e sull’autorialità contemporanea, riflettendo sul valore della libertà, sulla responsabilità culturale e sulle trasformazioni di un sistema moda sempre più complesso, tra gli ostacoli da superare e il coraggio di cambiare.

Sara Sozzani Maino. Photo Illya Ovchar
Sara Sozzani Maino. Photo Illya Ovchar

Intervista a Sara Sozzani Maino

Si parla spesso di “scoprire un talento”, come se fosse un gesto quasi intuitivo. Ma riconoscere un autore significa anche assumersi una responsabilità. Cosa cerca davvero quando incontra qualcuno per la prima volta?
Oggi il progetto per me non si esaurisce più nel prodotto finale. Certo, un risultato può piacere o non piacere, ma questo rimane anche un fatto soggettivo. Quello a cui presto maggiore attenzione è ciò che il progetto vuole realmente raccontare: quale visione porta con sé, quale discorso culturale, educativo o sociale intende aprire. Non ho mai scelto un progetto perché rispondeva semplicemente al mio gusto personale. Anzi, una delle lezioni più grandi del mio lavoro è stata proprio imparare ad andare oltre i miei limiti visivi e le mie preferenze, cercando di comprendere ciò che un creativo desidera davvero comunicare. Mi interessa capire dove vuole arrivare con il suo lavoro, quale valore intende trasmettere e a chi si rivolge. Per questo cerco sempre di entrare nell’anima del creativo e comprendere quale sia la motivazione profonda che lo spinge a realizzare un determinato progetto. Naturalmente la qualità rimane fondamentale, in tutte le sue forme. Ma ciò che considero davvero decisivo è il significato che riesce a costruire.

Cosa comporta accompagnare un talento?
Quando si riconosce un talento, subentra un sentimento di responsabilità nell’accompagnarlo. In quel momento possono esserci ancora delle lacune o aspetti che hanno bisogno di maturare e, proprio per questo, il compito è aiutarlo a trovare il giusto equilibrio. Mi è capitato, a volte, di vedere talenti lanciati troppo presto, forse anche per l’entusiasmo. Ma un percorso creativo ha bisogno di tempo. Se viene esposto prima di essere davvero pronto, rischia di bruciarsi. Credo che accompagnare un giovane designer significhi anche proteggerlo, rispettare i suoi tempi, perché possa esprimere davvero tutto il suo potenziale.

Ha incontrato giovani designer nel momento più delicato del loro percorso, quando l’intuizione non aveva ancora trovato la propria forma. Che aspetto le ha interessato maggiormente in questo confronto continuo con generazioni diverse?
Nel tempo, è diventata una passione, quasi un po’ compulsiva. La gioia di avere sempre a che fare con i giovani, il desiderio di supportarli e di trasmettere qualcosa, ma allo stesso tempo, per me, è un continuo apprendimento. Incontro persone provenienti da tutto il mondo, con culture, esperienze, vite e tradizioni diverse: è naturale imparare moltissimo da ognuna di loro. Quando poi ti trovi nella posizione, come la mia, di poter offrire visibilità, attraverso un giornale, una piattaforma, un’istituzione o un’organizzazione, tutto questo diventa anche una responsabilità. Credo che poter dare spazio a qualcuno sia una delle cose più belle che si possano fare, ma come utilizzare questi strumenti che abbiamo a disposizione è una responsabilità importante.

Fondazione Sozzani sede di Via Tazzoli. Photo Ilvio Gallo. Courtesy Fondazione Sozzani
Fondazione Sozzani sede di Via Tazzoli. Photo Ilvio Gallo. Courtesy Fondazione Sozzani

Sara Sozzani Maino e il sostegno alla moda emergente

Nel suo percorso il lavoro ha cambiato forme, ma sembra esserci un filo comune: creare contesti in cui la creatività possa crescere. È questo, oggi, il suo modo di intendere la costruzione di una cultura della moda? attraverso la creazione di opportunità
Per me fondamentale è la libertà di esprimersi: una libertà vera, senza schemi e senza barriere. Le regole sono giuste, devono esserci, ma i paletti che finiscono per soffocare la creatività quelli no. Poi, naturalmente, ci vuole tempo. I risultati non arrivano nell’immediato per questo credo molto più nella qualità che nella quantità. La libertà è sempre stata la cosa più importante per me, ma oggi, nel momento storico che stiamo vivendo, assume un valore ancora più significativo. Se ci guardiamo intorno, purtroppo e vediamo tutto quello che sta accadendo. È anche questo il senso della Fondazione: creare un luogo in cui le persone possano sentirsi libere di entrare, confrontarsi ed esprimersi. In fondo la libertà è sempre stata il filo conduttore del mio percorso professionale. Già ai tempi di Vogue Italia, lavorando con Franca Sozzani, c’era questa stessa idea di lasciare spazio alle persone perché potessero esprimere il proprio punto di vista, assumendosene naturalmente anche la responsabilità. È un approccio che comporta sempre un margine di incertezza e di rischio. Il risultato potrebbe non essere quello che ti aspettavi, ma sarà un risultato autentico, voluto. E a volte è proprio quel punto di vista diverso dal tuo che ti insegna a guardare le cose da un’altra prospettiva. Per me è questo il valore (più profondo) della libertà.

Che cosa significa, concretamente, prendersi cura di una ricerca creativa?
È un lavoro costante. All’inizio si interviene di più, come per accudire, proteggere e tenere per mano la persona. Poi, però, bisogna anche lasciarla andare. È un percorso di crescita e, come tale, richiede tempo. Il tempo è fondamentale. Oggi questo è cambiato, se quindici anni fa si immaginava di accompagnare un talento per tre anni, oggi forse quel tempo si è ridotto a un anno e mezzo. I ritmi sono diversi, ma il principio rimane lo stesso. È un lavoro che, in fondo, non finisce mai. Poi ovviamente c’è chi prende la propria strada e chi, invece, rimane a far parte della grande famiglia che ormai si è creata. Dipende dalle persone, è una scelta libera. Naturalmente non puoi essere sempre presente o continuare ad aiutare qualcuno per tutta la vita: a un certo punto è giusto che incontri altri mentori, altre figure di riferimento, e continui il suo percorso. Ma accompagnare una ricerca creativa è un processo continuo. Non ha una vera scadenza.

Per molto tempo la moda ha raccontato soprattutto il prodotto finito e i suoi autori. Oggi, invece, stanno emergendo sempre di più le storie dei materiali, delle manifatture, dei saperi artigianali e di chi rende possibile la creazione. Le sembra che il sistema stia finalmente riconoscendo che anche questi aspetti producono cultura?
Credo che, in parte, sia anche merito di tutte quelle persone, istituzioni e progetti che hanno creduto in questi valori molto prima che diventassero un obbligo. In realtà tutto questo è sempre esistito, non è una novità. Ci sono stati brand e realtà che hanno sempre lavorato in questa direzione, semplicemente perché faceva parte della loro natura e dei loro valori. Oggi, però, questi temi sono diventati centrali. Qualcuno li definisce un trend e ben venga che lo sia, ma si tratta anche qui di responsabilità. Vale per la moda, ma anche per molti altri settori. Purtroppo spesso i cambiamenti avvengono davvero solo quando arrivano delle regole. Se la moda ha avuto così tanti problemi è anche perché, fino a poco tempo fa, mancavano leggi che imponessero una maggiore responsabilità. Adesso qualcosa sta cambiando, e credo sia un passaggio importante. Non possiamo più pensare che le persone non si domandino che cosa stanno indossando o acquistando. Oggi questa consapevolezza esiste e il sistema deve essere in grado di rispondervi.

Fondazione Sozzani sede di Via Tazzoli. Photo Ilvio Gallo. Courtesy Fondazione Sozzani
Fondazione Sozzani sede di Via Tazzoli. Photo Ilvio Gallo. Courtesy Fondazione Sozzani

La creatività e i suoi cambiamenti. Parla Sara Sozzani Maino

Per molto tempo abbiamo associato la creatività a una figura autoriale ben definita. Oggi quel modello sembra più complesso. Sta cambiando anche il significato di autorialità nella moda?
Credo che oggi il tema dell’autorialità nella moda sia molto diverso rispetto a vent’anni fa. Allora il designer era davvero una figura di riferimento, come un artista. Non per una questione di social media o di visibilità, ma perché veniva riconosciuto come autore di una visione. Oggi vedo un sistema molto più complesso. Ci sono tanti talenti, ma è più difficile che emergano personalità così forti. Forse perché c’è davvero tanto di tutto e, paradossalmente, distinguersi diventa sempre più complicato. Allo stesso tempo, il racconto della moda sembra essersi concentrato quasi esclusivamente sui direttori creativi e sui continui cambi di ruolo all’interno delle grandi maison. Se ne parla come di figurine che si spostano da un brand all’altro, ma credo che questo interessi soprattutto al settore. Per chi guarda la moda dall’esterno è un discorso molto poco rilevante. Paradossalmente, oggi che si parla così tanto di autorialità e storytelling, mi sembra che ci sia meno spazio per la costruzione di una vera storia. L’attenzione si concentra sul brand, mentre il percorso creativo rischia di passare in secondo piano.

Negli ultimi anni sembrano cambiare anche i luoghi e le geografie in cui la moda prende forma e costruisce il proprio discorso culturale. Che spazio rappresenta oggi la Fondazione Sozzani in questo nuovo ecosistema culturale?
Credo che la Fondazione sia un luogo che non appartiene a nessuna categoria in particolare e, proprio per questo, appartenga a tutte. Non ha confini né barriere. È uno spazio di scambio culturale, generazionale e interdisciplinare, transdisciplinare. Un posto dove la creatività regna sovrana però è una creatività che parla molteplici lingue e ambiti che quindi ci legano alla moda ma non è l’unico ambito. Ci interessano l’educazione, la cultura, gli archivi, l’heritage: tutto ciò che contribuisce a costruire una visione più ampia della creatività. L’obiettivo è continuare a essere un luogo interdisciplinare e internazionale. Ma internazionale lo è sempre stata attraverso il lavoro di Carla e il mio, è sempre stata una ricerca aperta, a 360 gradi è nel suo DNA, nei suoi valori.

In un’epoca in cui le immagini circolano spesso più velocemente delle idee e molti giovani designer sentono l’urgenza della visibilità prima ancora di aver definito una ricerca personale, quale spazio rimane oggi per il tempo della sperimentazione, dell’errore e della costruzione di un’identità creativa?
In realtà, parlando con tanti giovani e con gli studenti, mi accorgo che spesso sono proprio loro a non voler entrare in questo sistema. Certo, sono inevitabilmente condizionati dalla velocità dei media e dei social, ma sono anche i primi a desiderare una vita più lenta e meno stressante. Il problema è che il sistema, oggi, è questo. Io dico sempre ai ragazzi: non dovete entrare nel sistema della moda, dovete avere il coraggio di costruirne uno nuovo. E credo che, in parte, stia già accadendo, perché quello attuale, per chi arriva oggi, non è sostenibile, né dal punto di vista economico né da quello produttivo. È normale che esista anche il desiderio di apparire, ma è proprio qui che chi ha più esperienza ha una responsabilità: far capire che non tutto è necessario e che esiste sempre una possibilità di scelta. Lo dico spesso: siamo liberi di decidere se accendere o spegnere la televisione, e lo stesso vale per i social. Possiamo scegliere come usarli e quale spazio lasciare loro nella nostra vita. Penso spesso ai ragazzi che stanno nascendo oggi e mi chiedo quale sarà il loro percorso, che cosa studieranno e quale idea di moda erediteranno? Noi abbiamo avuto la fortuna di attraversare stagioni molto diverse e, proprio per questo, oggi abbiamo il dovere di trasmettere questa esperienza. È quello che cerchiamo di fare ogni giorno attraverso la Fondazione, usando gli archivi, la fotografia, la cultura e l’educazione come strumenti per costruire conoscenza e consapevolezza.

Fondazione Sozzani sede di Via Bovisasca. Photo Ilvio Gallo. Courtesy Fondazione Sozzani
Fondazione Sozzani sede di Via Bovisasca. Photo Ilvio Gallo. Courtesy Fondazione Sozzani

Il Sozzani Award e il futuro della moda secondo Sara Sozzani Maino

Arriverà anche il momento della categoria moda, ma la prima edizione del Sozzani Award, celebra l’identità femminile nella categoria design & craft. Questo premio non sembra voler riconoscere semplicemente delle eccellenze, ma affermare un’idea di cultura. E così?
L’Award è nato in modo molto naturale. Più che creare un nuovo premio, volevamo dare forma a qualcosa che fosse coerente con quello che la Fondazione ha sempre fatto: sostenere concretamente la crescita delle persone. Questa prima edizione nasce da una collaborazione specifica con Veuve Cliquot e dalla volontà di valorizzare il lavoro delle donne. Dall’anno prossimo, invece, il premio sarà aperto a tutti e ogni edizione sarà dedicata a una categoria diversa. Quello che ci interessava non era tanto aggiungere un altro riconoscimento o assegnare un premio che fosse solo economico, ma offrire qualcosa di realmente utile. In questo caso, ad esempio, il riconoscimento consiste oltre che nel premio economico, in una borsa di studio che la vincitrice potrà utilizzare per la propria formazione oppure, se il suo lavoro ha una dimensione sociale, a beneficio del proprio team o della propria comunità. Mi piace l’idea che un premio non si esaurisca nel momento della premiazione, ma produca una possibilità concreta. Credo che il suo valore stia proprio in questo: trasformare un riconoscimento in un’opportunità reale di crescita. Abbiamo iniziato a costruirlo secondo i nostri valori, con la libertà di decidere il suo significato e la sua evoluzione. Essere una realtà ancora piccola ci permette anche questo, non avere schemi troppo rigidi e poter sviluppare il progetto con grande libertà.

Se dovesse immaginare il sistema moda tra dieci anni, quale qualità umana spera continui a essere considerata indispensabile? E come vorrebbe vedere evolvere il sistema?
Spero che continui a essere riconosciuto, prima di tutto, il valore umano del lavoro delle persone. È l’aspetto più importante e, purtroppo, non sempre sembra essere così. Parlo di riconoscimento del lavoro, giusto compenso e un maggiore equilibrio. Per il futuro mi auguro un cambiamento radicale. che non so se vedo arrivare, ma ci deve essere. Il sistema è molto resistente al cambiamento, ma è ormai necessario. Intanto bisognerebbe iniziare da una maggiore responsabilità riguardo la produzione, e l’intera filiera, perché in questo momento non ha assolutamente alcun senso.

Ogni epoca ha le proprie urgenze. Qual è quella che oggi la moda non può più permettersi di rimandare? E quale, invece, sente più vicina al suo percorso e al lavoro che desidera continuare a sviluppare?
L’urgenza del settore moda dovrebbe essere quello di rallentare la produzione e guardare un po’ meglio la nuova generazione, considerarla e supportarla. La mia urgenza è continuare a fare quello che faccio e di cercare di creare più sinergie e più sistema che io continuo a non vedere in Italia. Purtroppo. Potrei dire che negli ultimi cinque anni non è cambiato nulla, per non dire nell’ultimo decennio. E io sono ottimista, poi qualcosa indubbiamente è successo, però nella realtà siamo ben lontani dall’aver raggiunto il minimo indispensabile.

Margherita Cuccia

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Margherita Cuccia

Margherita Cuccia

Margherita cura per Artribune, TAILOR, la nostra newsletter verticale dedicata al mondo della moda nelle sue intersezioni con l'arte e la cultura. Sul fronte offline cura Artribune Moda, il magazine semestrale dedicato all'arte del vestire e ai suoi linguaggi. È inoltre responsabile dei Progetti Speciali…

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