Cosa sono i giardini terapeutici e come si progettano. Ce lo spiega l’esperta
L’architetta paesaggista di Novara Monica Botta ci parla degli healing gardens, giardini progettati per avere degli effetti benefici sulla salute, che, sostenuti da rilevanti studi scientifici, finalmente oggi si stanno diffondendo anche nel nostro Paese
La natura cura. Non è scoperta recente. Basti pensare ai sanatori di un tempo o agli ospedali cittadini più storici, immersi in giardini verdi e rigogliosi. Peccato che “dagli Anni Cinquanta, nella maggior parte dei Paesi occidentali, il valore terapeutico dell’accesso alla natura sia quasi scomparso dai criteri progettuali delle strutture di cura: si è passati dalla ‘cura della persona’ alla ‘cura della malattia’ e l’ospedale è diventato il luogo dove perseguire efficienza ed efficacia del processo di cura”, aveva sottolineato Giulio Senes, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Agrarie e Ambientali della Statale di Milano, uno dei massimi esperti italiani di healing gardens (o giardini terapeutici). I giapponesi, però, ritrovano il proprio equilibrio grazie allo Shinrin-yoku, il bagno nella foresta. Si è pure arrivati a misurare l’attività del cervello e del sistema neurovegetativo, validi indicatori del livello di stress nel corpo umano, che riconosce la Natura come propria casa: la nature therapy. Il trend si sta invertendo, almeno così pare. Anche in Italia, si sta rafforzando la cultura di una natura che si prende cura, con grande partecipazione di architetti e progettisti. Se i benefici di un’immersione nella natura sono immediati e percepibili da chiunque, un approccio più scientifico accompagna spazi e luoghi che accolgono.

Il verde che cura, fra patologie e teorie
La gamma delle patologie e dei disturbi positivamente influenzati dal contatto con la natura è varia, dalla depressione al diabete ai disturbi dell’attenzione, tumori, malattie infettive, cardiovascolari e respiratorie, fino all’obesità. I benefici sul sistema immunitario in generale fanno sì che questi poi si estendano a molte malattie. La presenza di elementi naturali ha un impatto profondo sulla nostra psiche e fisiologia. Studi (tra cui una ricerca inglese del 2019 e un’analisi del Barcelona Institute for Global Health) hanno mostrato come la vista del verde e l’ascolto dei suoni della natura possono diminuire la pressione sanguigna, ridurre il battito cardiaco e abbassare i livelli di stress. È la connessione innata tra esseri umani e natura, un legame evolutosi nelle migliaia di anni. Con tanto di prove empiriche. In tutto ciò, gli healing gardens giocano un ruolo fondamentale. Per approfondire ne abbiamo parlato con Monica Botta, architetta paesaggista nota a livello internazionale, specializzata in progetti in cui la natura è concepita come un mezzo per generare benessere in ambito socio-sanitario e pubblico; nonché docente presso vari istituti, fra cui il Politecnico di Milano dove è co-direttrice, con il professor Stefano Capolongo, del corso di Therapeutic Landscape Design.

Intervista all’architetta paesaggista Monica Botta
Che cos’è un healing garden? Come lo si progetta?
L’American Horticultural Therapy Association definisce healing gardens gli ambienti dove è dominante la presenza di piante, fiori, acqua e di diversi aspetti della natura. Sono generalmente realizzati in ambienti sanitari e indicati come giardini di guarigione, accessibili a tutti e progettati per avere effetti benefici sulla maggior parte degli utenti che li fruiscono. Possono essere ulteriormente suddivisi in giardini terapeutici, spazi per l’orticoltura e giardinaggio terapeutico. Inoltre, se sono in contesti sanitari dovrebbero prevedere attività di terapia o di ri-abilitazione.
Come hai iniziato a occupartene e perché?
Mi sono imbattuta in un corso sulla progettazione dei giardini terapeutici, mentre stavo realizzando il mio primo giardino per una RSA. Poi ho approfondito con altri corsi e ho messo insieme la mia parte tecnica con quella più vocata al sociale, agli altri.

Il decalogo di Monica Botta per progettare un healing garden
Quali sono gli elementi progettuali chiave di questi spazi?
Il decalogo della progettazione dei giardini terapeutici è stato definito da Clare Cooper Marcus, che potremmo definire la madre putativa di questa branca della progettazione paesaggistica. In particolare, il giardino deve rispondere a questi dettami: sicurezza e privacy: l’ambiente deve far sentire il fruitore sereno e protetto, come se fosse a casa propria, tutelato da sguardi esterni; accessibilità: vanno eliminate eventuali barriere architettoniche; comfort fisico ed emozionale, attraverso l’offerta di una varietà di spazi e situazioni che permettano al fruitore di scegliere liberamente come vivere l’ambiente, favorendo una condizione di benessere psicologico e ambientale.
E poi?
Da prevedere anche: distrazioni positive, lo spazio deve aiutare il fruitore a distaccarsi dal proprio stato di stress e malessere, attraverso soluzioni architettoniche che stimolino interesse, curiosità e leggerezza; creazione di una connessione tra fruitore e ambiente naturale per accrescerne i benefici terapeutici; manutenzione botanica ed estetica; sostenibilità per promuovere nel paziente una sensazione di armonia e tranquillità.
Qual è il punto di partenza per la loro progettazione?
Dopo anni di progetti di verde terapeutico, ho fatto mie queste indicazioni che sono una conditio di tutti i giardini. Generalmente, un giardino di terapia è un progetto a misura, concepito in sintonia con le necessità della struttura socio-sanitaria,o semplicemente un giardino o dell’amministrazione pubblica se si tratta di un parco. Una condivisione progettuale fondamentale per la corretta gestione e fruizione dello spazio realizzato.
L’Italia dei giardini terapeutici
Nel 2018, il gruppo di ricerca del professor Giulio Senes aveva condotto un primo “censimento” di questi luoghi in Italia, considerando solo ospedali e strutture sanitarie. Su circa 850 realtà censite, soltanto in 46 si era registrata la presenza di un giardino classificabile come healing garden; 32 delle 46 erano al Nord. Avete altri dati a riguardo?
Rispetto alle indagini sui giardini terapeutici in Italia, nel 2015 abbiamo evidenziato dati simili dopo una ricerca condotta al Politecnico di Milano, da cui abbiamo dovuto escludere ben 11 regioni del Centro e Sud Italia prive di giardini. Attualmente, stiamo conducendo ulteriori approfondimenti sul tema e sono convinta che, a distanza di dieci anni dalla nostra prima ricerca, il censimento possa registrare un numero significativamente più alto di giardini terapeutici nei luoghi di cura, soprattutto nelle strutture socio-sanitarie. Rimane però complesso definire un vero healing garden quando spesso mancano le condizioni adeguate per il suo utilizzo, anche se lo spazio è stato progettato secondo principi corretti.
Ovvero?
Nei contesti socio-sanitari – e ancor più in quelli ospedalieri – i giardini terapeutici non sempre vengono impiegati per gli scopi e gli obiettivi preposti. Le cause principali risiedono nella carenza di pianificazione delle attività, nella limitata cultura gestionale sul tema, nonché nella mancanza di tempo e personale sanitario dedicato.
Fra i principali healing garden in Italia, emergono il Giardino SottoVico di Vico d’Elsa (Firenze), il giardino Alzheimer a Rubano (Padova) o il giardino terapeutico psichiatrico di Verduno della Fondazione Ospedale Alba-Bra. Concordi o ne citeresti altri?
Forse farei un distinguo tra giardini legati a luoghi di cura e giardini pubblici/parchi che possono essere aperti alle terapie per tutti. Perché di healing gardens legati a ospedali, RSA, centri diurni ce ne sono diversi, ma farei fatica a dare priorità a uno o all’altro. Sicuramente meraviglioso è quello di SottoVico, le attività a supporto delle cure tradizionali sono molteplici e ciò fa la differenza.

E fra i tuoi?
Ricorderei il Giardino della Felicità, uno spazio verde terapeutico di circa 2.500 mq realizzato presso l’Hospice Residence Service di Ferrara, destinato agli ospiti anziani, ai familiari, al personale sanitario e ai visitatori. Inaugurato nel 2017, ha ricevuto nel 2018 la Menzione Speciale al Premio Città per il Verde. Nato secondo i principi degli healing gardens, il giardino – il cui nome è stato scelto dagli stessi ospiti – integra aree dedicate a terapie riabilitative, attività orticole, laboratori e momenti ricreativi. È organizzato con percorsi circolari sicuri e accessibili. Tra le aree di attività principali si trovano una palestra all’aperto, un’area orto e frutteto con postazioni accessibili anche in carrozzina, il Percorso dei Cinque Sensi, una fontana con area ombreggiata per incontri e momenti spirituali, e un percorso ciclabile in gomma antitrauma immerso nel verde.
Altri che vuoi ricordare?
Aggiungerei il Giardino Ritrovato, un giardino Alzheimer realizzato per la Fondazione Cerino Zegna a Mongrando, alle porte di Biella. Progetto a cui sono particolarmente legata perché rappresenta in modo concreto ciò che intendo per cura nel verde: uno spazio pensato non solo per essere protesico, ma per essere vissuto ogni giorno. Qui prendono forma diverse pratiche terapeutiche attive fin dalla sua inaugurazione, nel 2024. Ci sono attività di orticoltura, una stanza religiosa immersa nel verde per momenti di raccoglimento, un percorso sensoriale studiato per stimolare percezioni e memoria, uno spazio dedicato alla pet-therapy con i cani e un’area pensata per l’interazione con le galline. Ogni elemento è stato progettato per favorire stimoli, relazioni e benessere. Tuttavia, ciò che rende questo luogo speciale è la gestione: chi se ne prende cura crede profondamente nel valore del giardino e lo anima costantemente con iniziative e attività mirate. Non è uno spazio simbolico, ma uno strumento terapeutico integrato nel percorso di assistenza.
La progettazione dei giardini terapeutici come atto di ascolto e cura
Quali sono gli ingredienti di questo tuo prezioso lavoro?
Che bella domanda, perché qui non si parla solo di tecnica ma di postura umana. Certamente direi vicinanza, empatia, comunanza di intenti e solidarietà, ma non si esauriscono lì. La vicinanza non è solo presenza fisica: è capacità di esserci davvero, di ascoltare senza fretta, di costruire relazioni autentiche con pazienti, operatori e familiari. L’empatia permette di progettare mettendosi nei panni dell’altro, comprendendo fragilità, paure, bisogni inespressi. La comunanza di intenti tiene unito un gruppo: quando tutti condividono la stessa visione, il progetto diventa più coerente e forte. La solidarietà crea rete, trasforma un intervento in un processo collettivo e genera senso di appartenenza. Vi aggiungerei cura, positività e curiosità.

Cosa intendi esattamente?
Cura, in una duplice accezione: in termini di relazioni, perché ogni progetto nasce da un dialogo, e come attenzione nel progetto, nei dettagli, nei materiali, nelle scelte che incidono sulla qualità della vita delle persone. Positività, non ingenua ma concreta: la capacità di cercare soluzioni anche nei vincoli, di riconoscere il valore di ogni piccolo risultato e di trasmettere fiducia agli altri. Curiosità, motore silenzioso di tutto, verso le persone, le loro storie, le fragilità e le necessità specifiche; ma anche curiosità progettuale, che spinge a sperimentare, a studiare, a migliorarsi. Forse aggiungerei la coerenza: lavorare in ambito socio-sanitario significa sapere che ogni scelta progettuale ha un impatto reale sul benessere di qualcuno. In fondo, è un lavoro che tiene insieme competenze tecniche e qualità umane. Senza le seconde, le prime non bastano.
Un cenno finale ai tuoi disegni, che realizzi su taccuini. Li hai definito onirici”.
Mi fai sorridere. Disegno spesso mentre ascolto qualcuno parlare, durante un convegno o una conversazione che mi coinvolge. Quando la mente è concentrata, la mano si muove quasi autonomamente, senza l’intenzione precisa di rappresentare un giardino o un progetto definito.
Un’amica, vedendo i miei taccuini Moleskine, li ha definiti “disegni onirici”: immagini in cui si intrecciano parti di me, del mio vissuto e forse anche di ciò che desidero. Mi piace questa definizione, perché in effetti non sono disegni tecnici, ma visioni, frammenti interiori, paesaggi emotivi. A volte penso che rappresentino tutti quei giardini che non realizzerò mai nella realtà, ma che sulla carta trovano comunque una forma e una vita propria. Sono spazi evocati, che suggeriscono emozioni e, forse, offrono a chi li osserva uno spunto per leggere quella dimensione di cura che tanto si ricerca nei giardini terapeutici. Una guida all’immaginazione.
Simonetta Sandri
Scopri di più
Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati