Un artista ha raccontato l’incredibile storia di un borgo della Calabria che non c’è più. L’intervista

Dalla fine dell’Ottocento agli Anni ’70: è breve, ma pazzesca la storia di Eranova, nata con una ribellione e rasa a zero dalla Democrazia Cristiana. Martin Errichiello ci ha parlato del suo lavoro a puntate in cui la ripercorre

Se da qualche parte esiste una disciplina in cui pianificazione territoriale e narrazione s’incontrano dando vita alla, chiamiamola così, urbanistica favolistica, il 1972 dev’essere stato un anno memorabile per i suoi appassionati e studiosi. Nel 1972, infatti, Italo Calvino pubblicava Le città invisibili – evidentemente il manifesto di suddetta disciplina – ed Eranova, a pochi kilometri da Reggio Calabria, si apprestava a diventare (o tornare a essere) un miraggio, un’utopia, un abbaglio. Eranova, che sorgeva dove ora c’è il Porto di Gioia Tauro, fu fondata nel 1896 da un gruppo di braccianti capitanato da Ferdinando Rombolà. Stufi della loro condizione di sottomissione al barone-latifondista, i contadini si ribellarono e diedero vita a una comunità il cui nome era tutto un programma: Eranova, la Nuova Era. Quest’era, però, è durata il tempo di un sogno (o di un incubo), fino a quando, cioè, nel fatale 1972, la Democrazia Cristiana pianificò la costruzione del V Centro Siderurgico. Mai realizzato, causò soltanto, entro il 1980, la distruzione di Eranova, con gli abitanti costretti a spostarsi e separarsi tra San Ferdinando e Gioia Tauro. Eppure, la memoria di quel luogo sopravvive.

Il porto di Gioia Tauro visto dall'alto
Il porto di Gioia Tauro visto dall’alto

La storia di Eranova raccontata da Martin Errichiello

L’incredibile vicenda di Eranova è, infatti, al centro di [campanamuta] di Martin Errichiello (Napoli, 1987), un’opera audio in sei puntate andate in onda su RAI Radio 3 alla fine del 2025, nella trasmissione Zazà, e ora disponibili su RaiPlay Sound. Sono sei puntate che, come dei lampi, stordiscono, affascinano e intimoriscono tutt’insieme. È, quella di [campanamuta], una narrazione non lineare che intreccia i ricordi degli abitanti di Eranova con testi originali scritti da Errichiello, in una struttura fatta di salti spaziotemporali e con la difficoltà – sapientemente gestita – di contare unicamente sull’audio. Combinando fotografia, scrittura, video e installazioni, nella sua pratica Errichiello indaga il potenziale delle immagini, costruendo contro-narrazioni visive sul Novecento. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare [campanamuta]: le origini, gli sviluppi e quanti significati può avere una storia come quella di Eranova.

Intervista a Martin Errichiello

Definisci [campanamuta] “un viaggio in Calabria, un viaggio in Italia, un attraversamento dei luoghi che si fa anche epifania personale”, per cui ci sono tre piani che si incrociano. Senza per forza scomodare Carlo Ginzburg, qual è il valore della microstoria nella tua pratica?
Questa tensione tra i piani è un approccio metodologico che deriva da un binario parallelo, cioè dalla mia biografia, dalla mia storia personale. I luoghi in cui cresci e le storie che hai sentito fanno mischiare l’identità personale con il contesto culturale in cui si cresce – e io sono cresciuto nei Campi Flegrei, una zona-limite. Per me le immagini altro non sono che un tentativo di dare dignità a delle memorie, che siano personali o condivise, generando questa tensione tra una dimensione eterna, che è il contesto della Storia, e una personale. Quindi, la microstoria è il mio tentativo empatico, ma anche metodologico, di ritrovare delle identità a me affini.

Hai trovato affinità a Eranova?
La storia di Eranova è un archetipo di questa idea per cui la microstoria dell’individuo si fa, poi, storia collettiva della comunità, che diventa storia condivisa della regione, che poi si fa grande Storia nazionale. Sono in qualche modo “ossessionato” dalla tensione tra questi piani, dalla tensione costante tra la vita dell’individuo con il suo libero arbitrio e le sue scelte e, dall’altra parte, l’influenza, a volte positiva, a volte negativa, del contesto.

[campanamuta] nasce in seguito alle ricerche condotte per In Quarta Persona. Cos’era?
Tutto è iniziato con una residenza fotografica in Calabria nel 2015 a cui ho partecipato con il mio collettivo di allora, in un momento in cui tutti noi tornavamo o venivamo a Napoli a vivere. Sulla scorta di quella residenza, nel 2018 è nata In Quarta Persona, ed è in quel momento che ho scoperto la storia di Eranova. In Quarta Persona è una ricerca visiva multidisciplinare che ci ha permesso di guardare a una regione del Sud, la Calabria appunto, come a un caso-studio: una zona del corpo-Italia, una zona ammalata, che, però, non vuol dire morta – la malattia è un’eventualità della vita.

Tornando a [campanamuta], all’inizio del terzo episodio c’è la descrizione di un paesaggio che, all’interno di un lavoro audio, tenta di dare centralità al tema del vedere. In altri momenti, invece, emerge il valore dell’invisibilità. Parlaci di questa tensione…
Chiunque lavori con le immagini sa che sono un modo per elaborare la realtà, e sente familiare la tensione tra visibile e invisibile, tra cosa c’è nella realtà e quanto noi possiamo usufruire della realtà da un punto di vista personale, filosofico, etico, politico. Nel caso di [campanamuta]c’è un continuo andare avanti e indietro tra questi piani. Tarkovskij lo dice relativamente al suo cinema: è un’azione scultorea, perché le storie sono già dentro a questo ideale cubo di pietra e il lavoro sta nel levare ciò che c’è in eccesso e trovare il segreto dentro al blocco, sempre muovendosi tra visibile e invisibile.

Perché, allora, hai scelto il formato audio e non video?
L’intento iniziale era di scrivere un film, perché c’erano molti stimoli visivi che mi portavo dietro dalle ricerche per In Quarta Persona. Nel 2025 sono tornato a Eranova, sempre con l’idea di scrivere il trattamento per un film, ma ragionando con Antonio Raia – un amico musicista con cui collaboro da anni – e sentendo le sue musiche ho pensato di adattare il materiale, tornando a una delle mie prime passioni: la scrittura. Ho mantenuto una tensione visiva nella narrazione, che può anche essere difficile per l’ascoltatore, perché ci sono dei salti spazio-temporali non scontati.

Ma non hai comunque abbandonato l’idea di un film su Eranova, al quale stai lavorando…
Sì, e nel film lo sforzo è lo stesso: far convivere regni diversi, i regni del video-saggio, delle memorie condivise, della narrazione, con una voce collettiva super partes, nel tentativo di unire passato, presente e futuro. In particolare, c’è un personaggio che cerca le memorie e unisce regni e tempi inseguendo la chimera di tutto il progetto, che è sì la memoria, ma anche lo smarrimento, la separazione, il dolore e l’opportunità della rovina. Mi interessa la linearità della narrazione, ma fino a un certo punto, e con il film vorrei seguire proprio l’orbita del sogno: come quando si guarda un film di Lynch, c’è una trama da seguire, ma in fondo quello che conta è il sapore generale.

Nella tua restituzione la linearità della narrazione non è centrale, ma la storia di Eranova ha una forte componente romanzesca e favolistica in sé. Ce la racconti?
La storia di Eranova è una parabola conclusa e questo è già un elemento narrativo. Il paese nasce grazie a un gruppo di ribelli che si riuniscono per vivere una “nuova era”; al capo opposto, alla fine di Eranova c’è un deus ex machina che cala dall’alto una decisione. Della favola si conserva lo schema base, per cui ci sono dei ruoli ben definiti – un buono, un cattivo – e una morale: non possiamo contrastare la Storia, ma prenderne atto e coscienza. Poi, non li sto citando, ma come in ogni narrazione, ci sono dei protagonisti che sono ovviamente gli abitanti di Eranova. Per alcuni di loro la storia è durata il tempo di un’infanzia, di un’adolescenza. Hanno un ricordo romantico e mitizzato di quel luogo: parlano dei vigneti, del verde, delle vacche sul mare: sono immagini di un altro tempo che calano il tutto in una dimensione fiabesca.

Questa romanticizzazione si contrappone a qualcosa di secco: la fine di Eranova. Come è stato per te scontrartici, o incontrarla?
Negli anni, ormai quasi dieci, ho mantenuto i rapporti con gli abitanti di Eranova e ho visto come molti di loro abbiano una percezione di sé e di questa fine come di una cosa “bella”: è come quando il film finisce e vuoi sapere come va avanti, come sta il protagonista, che fa. È una fine senza fine e mi piace immaginare Eranova come una capsula del tempo che viaggia nel cosmo e ogni tanto la si incontra, con i suoi frammenti. Questa storia è una piattaforma inesauribile di opportunità per immaginare qualcosa che non finisce, anche attraverso il potere della condivisione e del racconto, con un discreto valore terapeutico per gli abitanti, ma anche per me che ho iniziato a lavorare a [campanamuta] in un momento di crisi personale.

Cosa significa parlare di Eranova oggi?
In forme diverse e con le dovute differenze, significa parlare di tanti luoghi. Per esempio, parlare di Eranova vuol dire parlare di Palestina, perché il sentimento di attaccamento per la tua terra non muore mai. In questo racconto c’è una vicinanza allo smarrimento dell’uomo davanti al potere; c’è un reclamare spazio e dignità sul “pianeta di vinti”, su cui si incontrano tantissime persone, tra cui, in qualche forma, io stesso. Guardare alle storie del passato permette di trovare un interlocutore da interrogare, perché quel che finisce sul “pianeta dei vinti” è sempre a disposizione di chiunque, dell’umanità e del suo progresso.

Vittoria Caprotti

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Da giugno 2024 lavora a Casa Testori occupandosi della comunicazione; dell'organizzazione di mostre, eventi e laboratori; dello spazio espositivo La Collezione -…

Scopri di più