Fragili contraddizioni. Intervista ad Antonio Riello, l’artista-esploratore

Dalla pandemia alla guerra al razzismo: un dialogo a tutto tondo con Antonio Riello, autore del celeberrimo videogame che, alla fine degli Anni Novanta, denunciava l’atteggiamento xenofobo verso il popolo albanese

Antonio Riello, dalla serie Confined Objects
Antonio Riello, dalla serie Confined Objects

Ironia e lucidità emergono dalle parole di Antonio Riello (Marostica, 1958), artista che da sempre affronta le urgenze del presente, sfuggendo al politically correct a ogni costo.

Antonio Riello con la sua Rocking Chair
Antonio Riello con la sua Rocking Chair

Per iniziare il nostro dialogo mi piacerebbe partire dal titolo della tua mostra appena conclusa a Londra, presso la Danielle Arnaud Gallery, Confined Objects – si tratta di più di 300 disegni fatti con biro blu su carta formato A3 e alcune “nature morte” più grandi. Che cosa significa?
Credo che il ruolo dell’artista sia oggi soprattutto quello dell’antropologo-esploratore. Sul piano ambientale, urbano e domestico. Questi “oggetti confinati” sono costretti da limiti normativi (come fossero gli abitanti di un’isola-prigione). E come tali vanno riscoperti, mappati, classificati secondo una apposita tassonomia, e quindi liberati dal confino. Confino dai tratti porosi e misteriosi, peraltro. Forse un concetto troppo romantico, ma l’arte mi sembra in qualche modo ancora capace di affrancarci dalla subdola e politically correct schiavitù tardo-moderna. Sì, mi piace tanto la benedetta ingenuità dell’arte che in qualche modo ci fa credere di possedere potenti capacità salvifiche e liberatorie.

È affascinante quest’idea di mappa, forse anche perché oggi le mappe paiono non funzionare più, o meno bene che in passato. Ma affascina soprattutto il fatto che hai mappato uno dei luoghi domestici più vissuti in assoluto della casa (soprattutto nel periodo del lockdown pandemico), cioè la cucina. A differenza del salotto (o salone o tinello o soggiorno che dir si voglia), dove si trovano di solito le opere d’arte, in cucina in genere arte non ce n’è. Chi si azzarderebbe a mettere un bel quadro a rischio di fumi e vapori? Come tu stesso scrivi, la cucina è “un teatro della crudeltà domestica”.
La casa ha il suo Sancta Sanctorum nella cucina. E, proprio in questo luogo, tutte le ambigue contraddizioni del vivere domestico sono al massimo della loro espressione. Si cucina per le persone che si amano di più. Preparare da mangiare è un potente atto d’amore. Le varie preparazioni (a meno che non ci si limiti a scaldare un congelato, ma in questo caso più che di fronte a un atto sessuale gastronomico siamo di fronte a una sorta di onanismo alimentare) richiedono processi violenti e crudeli. Senza citare la tragica storia della aragosta bollita viva, le carni e le verdure vengono sottoposte a spaventose violenze. Comunque luogo di punizione (quasi di tortura appunto) anche per gli esseri umani: le diete, certe sbobbe macrobiotiche che “fanno tanto bene” e poi il famoso “mangia tutto e non fare storie” che tutti i ragazzini si beccano. C’è una comune espressione tradizionale (e forse anche banale) che dice che la famiglia è “Inferno & Paradiso”, il cosiddetto “focolare domestico” simboleggia questa situazione certo meglio di qualsiasi altro ambiente.

E le cose sono peggiorate durante il lockdown?
Durante il lockdown era diventato un quartier generale anche più militaresco del solito. Gli attrezzi culinari venivano affilati e lucidati come se fossero state delle armi di feroci guerrieri medievali. Il frigo veniva ripetutamente aperto e (in silenziosa adorazione) i cibi accatastati (la “riserva”) minuziosamente ispezionati. Gli anni sprecati a guardare Bake Off e Masterchef improvvisamente diventavano fondamentali. Neanche la Bocconi o la Normale di Pisa potevano rivaleggiare con questa “preziosa formazione”. Cambridge e Oxford sembravano inutili cianfrusaglie rispetto a qualche suggerimento di Bruno Barbieri. Chi soffriva un po’ erano i possessori dei “cucinini”, ma chi aveva a disposizione un bel po’ di spazio poteva inanellare performance culinarie quasi a ciclo continuo.

Le pagine dedicate ad Antonio Riello sul libro _The Kitchen Studio. Culinary Creations by Artists_ (Phaidon, Londra 2021)
Le pagine dedicate ad Antonio Riello sul libro _The Kitchen Studio. Culinary Creations by Artists_ (Phaidon, Londra 2021)

GLI OGGETTI SECONDO ANTONIO RIELLO

Del resto, se c’è una costante del tuo lavoro, direi che è questa ostinazione con cui gli oggetti vogliono caparbiamente imporsi ai soggetti. È come se le cose ‒ dalla caffettiera alla mitragliatrice ‒, per il solo fatto di esserci, pretendessero di essere usate. Che ne pensi? Lo dico perché a volte pare che questa pretesa sbuchi fuori anche quando tu, l’artista-artefice, vorresti dedicarti ad altro.
Le cose sanno essere i silenziosi simulacri di esistenze (vicine e lontane). Raccontano la presenza (e ancora meglio l’assenza delle persone. I miei oggetti hanno tutti idealmente dei proprietari che rimangono nell’ombra e non si vedranno mai. L’oggetto surroga il ruolo degli umani e ne resetta l’intima forma. Un oggetto sa silenziosamente raccontare storie. Spesso belle storie. Mi viene sempre in mente la storia dello Schiaccianoci dove i giocattoli prendono vita e iniziano a interagire fra loro. Gli oggetti li penso sempre come attori di qualche intricata trama avventurosa, i protagonisti di qualche performance teatrale, dove gli umani alla fine sono i veri intrusi. Penso sempre a dei “ritratti di oggetti”, non a delle rappresentazioni tecniche. Il “Panno Liso” è la mia Gioconda.

Concretamente, se ho capito bene, la serie di lavori esposti a Londra è nata proprio durante il periodo di clausura forzata del lockdown – ma perché ti definisci “un nuovo Robinson”?
Nuove, improvvise e drammatiche coordinate geografiche ci hanno trovato tutti come dei naufraghi prigionieri su tante piccole isole semi-deserte. Ognuno con la sua. Mi sono detto subito: bisogna riuscire vivere sul piano della prassi artistica questa imprevedibile avventura. Da Robinson Crusoe domestico mi sono messo a reinventare spazi e specie. Come se tutto fosse sconosciuto ed esotico. Mi è servito per riportate obliquamente il lavoro sulle attitudini e le responsabilità postcoloniali. La cultura occidentale che mappa e plasma il mondo secondo le proprie usanze (e il proprio tornaconto). La cultura, come la conosciamo fino a ora, quanto è politica? E la scienza stessa quanto è “neutrale”? Quanto è responsabile (direttamente o indirettamente) di visioni sociali e antropologiche sbilanciate? I grandi temi dominanti dell’arte contemporanea. Almeno nel mondo anglosassone.

Antonio Riello, Call Me, 2021, blu BIC ballpoint pen on paper, 160x110 cm (framed)
Antonio Riello, Call Me, 2021, blu BIC ballpoint pen on paper, 160×110 cm (framed)

ANTONIO RIELLO E L’ATTUALITÀ

Avendo un piede in Italia e una galleria a Londra, forse puoi aiutarci a cambiare un poco prospettiva sullo scenario dell’arte contemporanea nostrana. Siamo davvero così marginali o, come si dice, c’è speranza?
È proprio questa turbata coscienza post coloniale (forte nel Regno Unito e negli USA, forse un po’ meno in Francia e Belgio, quasi assente in Italia, per specifiche ragioni che hanno accompagnato le nostre goffe disavventure coloniali) che fa la differenza tra il clima artistico britannico e quello italico. Gli altri temi, gender (anche nel senso ampio della fluidità di genere), razzismo, responsabilità ambientali, sono ben presenti anche da noi. La predominanza morale e politica sulla dimensione estetica è abbastanza simile (naturalmente anche con i limiti che questa tendenza porta con sé). Per il resto direi che comunque ce la caviamo bene, nel senso che la scarsa attività nel settore pubblico (vecchia endemica malattia italiana ‒ la quantità e la qualità dell’Antico presenti nel Bel Paese inevitabilmente sottraggono risorse e interesse alla creatività del Contemporaneo) è sostituita da realtà private/semiprivate e da una moltitudine di piccole/grandi fondazioni. Le cose, a modo loro, procedono comunque. E poi, last but not least, a Venezia abbiamo la più bella e prestigiosa Biennale d’Arte del mondo.

Mentre discutevamo sono successe, per così dire, un paio di cose. La prima è che è scoppiata una guerra, che ben pochi si aspettavano. Io (ma credo fossimo in molti) mi ero fatto l’idea che la guerra del futuro sarebbe stata combattuta in modo più elegante, e soprattutto meno cruento, magari interrompendo un’infrastruttura elettronica del nemico. E invece niente: ci si continua a sparare e ammazzare come nulla fosse, in modo purtroppo molto “classico” – e molto, troppo, tragico. Sembra che non abbiano visto le tue armi dipinte e ricoperte di paillettes, insomma che non abbiano capito niente. O forse le tue armi così glamour volevano dire che il pericolo, anche se travestito sotto belle sembianze, era più presente e minaccioso che mai?
Paul Virilio e Guy Debord hanno a suo tempo teorizzato (in modi differenti ma altrettanto efficaci) la morbosa fascinazione estetica degli eventi bellici. Da parte mia posso solo dire di aver cercato di trasformare la teoria in prassi. O almeno di aver indagato visualmente le meccaniche dello spettacolo della violenza (di cui la guerra è l’epifania definitiva). I buoni sono belli e i cattivi brutti. Questo à l’assunto iniziale su cui iniziare a lavorare. La domanda importante però è: sono buoni perché sono belli o sono belli perché sono buoni? Come la percezione estetica influenza la valutazione etica? E questa influenza è a due vie o funziona in una sola direzione? La “bella composizione” e una certa armonia di forme e di colori garantiscono la morale? Non sempre evidentemente, ma lo sporco e l’abbandono vengono comunque ritenuti tacitamente i presupposti di un degrado morale imminente.
C’è una questione dibattuta tra gli storici dell’arte medievale occidentale: le fattezze della Madonna nei dipinti e nelle sculture dell’epoca suggerivano un’idea di bellezza femminile che poi faceva sì che le ragazze che più assomigliavano a questi modelli avessero più facilità a sposarsi e a riprodursi. Così di seguito le successive rappresentazioni, traendo spunto e modello dalle persone in vita, a loro volta perpetuavano e rinforzavano una certa tendenza di aspetto “bello” (o almeno gradevole). Nelle mie stravaganze arsenalizie (bombe, fucili, mitra, pistole, etc. etc.) cerco proprio di testare questi processi, spesso portandoli alle estreme conseguenze.

Le armi gioiello di Antonio Riello
Le armi gioiello di Antonio Riello

IL VIDEOGIOCO ITALIANI BRAVA GENTE

Mi ricordo che hai partecipato alla Biennale di Tirana organizzata da Flash Art nel 2001 con un’opera altrettanto scomoda e geniale, cioè ITALIANI BRAVA GENTE.
La prima Biennale di Tirana inaugura il 12 settembre 2001, data evidentemente molto speciale. Nonostante questo inciampo assolutamente imprevedibile, è un’idea geniale fare qualcosa del genere. Ero stato coinvolto da uno dei curatori, cioè Michele Robecchi, che aveva presentato la mia discussa opera-videogame ITALIANI BRAVA GENTE a fianco di un’opera speculare, GO WEST, realizzata dall’artista albanese Genti Shkurti. L’allora ministro della Cultura albanese, Edi Rama, fu ritratto mentre giocava con i due videogame. Foto memorabili. Era il Paleolitico di una Storia che continua fino ai nostri giorni (e continuerà). Razzismo, intolleranza, diffidenza, paura, inevitabili differenze culturali: ecco alcuni ingredienti essenziali della politica e del vivere quotidiano.

Quello pseudo-videogioco, dove il target erano i barconi pieni di albanesi che tentavano di sbarcare in Italia, è rimasto memorabile, anche perché venne preso per vero dalla stampa dell’epoca: nonostante vent’anni fa non si parlasse ancora di fake news, qualche genio dei quotidiani nostrani (credo siano ancora gli stessi che oggi pubblicano foto del conflitto in Ucraina senza nemmeno preoccuparsi se siano fotogrammi di videogame) disse che era l’opera di un razzista, che metteva a nudo la violenza inconscia di una parte degli italiani, e via sermoneggiando.
ITALIANI BRAVA GENTE (1996) mi è ancora caro perché era riuscito a raggiungere un notevole grado di spiazzante ambiguità che nell’arte è un elemento anti-retorico sempre molto fertile. Poi c’è da dire che il mondo dei videogame (belli o brutti che siano) è un mondo un po’ oscuro e in ombra, pieno di fragili contraddizioni e abbastanza impermeabile al politically correct a tutti i costi. Un mondo che trovo artisticamente sempre molto affascinante. Non facile da domare, ma direi inevitabile per i destini delle arti.

Marco Senaldi

http://www.antonioriello.com/

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AutoreAntonio Riello
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Marco Senaldi
Marco Senaldi, PhD, filosofo, curatore e teorico d’arte contemporanea, ha insegnato estetica e arte contemporanea in varie istituzioni accademiche tra cui Università di Milano Bicocca, IULM di Milano e Accademia di Brera. Ha curato mostre internazionali fra cui "Critical Quest" (1993), "Cover Theory" (2003), "Il marmo e la celluloide" (2006), "Fuori Fuoco – visioni video" (2012). Ha pubblicato numerosi saggi mettendo a confronto filosofia, cinema e arte, tra cui "Enjoy! Il godimento estetico" (2003, 2006 II ed.), "Doppio sguardo. Cinema e arte contemporanea" (2008), "Arte e Televisione. Da Andy Warhol a Grande Fratello" (2009), "Definitively Unfinished. Filosofia dell’arte contemporanea" (2012), "Obversione. Media e disidentità" (2014) e recentemente "Duchamp.La scienza dell’arte" (2019). È autore televisivo di programmi culturali per Canale 5, Italia Uno e RAI Tre e sta realizzando il programma a puntate "Genio & Sregolatezza su arte e storia in Italia" per RAI Storia; suoi articoli sono apparsi su il manifesto, Corriere della Sera, D-donna – la Repubblica, Interni, Alfabeta2 ; collabora dagli Anni Novanta con Flash Art; firma la rubrica “In fondo in fondo” su Artribune.