Corpo, ceramica e performance. Intervista a Bea Bonafini

Spazia dalla ceramica al disegno la pratica di Bea Bonafini, che si concentra sul tema del corpo come attivatore di dinamiche performative

Bea Bonafini, Eclipsed, 2021, gouache and Caran d'Ache on engraved cork, 60 cm Ø. Installation view at Renata Fabbri, Milano 2021. Photo Andrea Fanelli
Bea Bonafini, Eclipsed, 2021, gouache and Caran d'Ache on engraved cork, 60 cm Ø. Installation view at Renata Fabbri, Milano 2021. Photo Andrea Fanelli

L’utilizzo di materiali e supporti diversificati sono le principali caratteristiche della produzione artistica di Bea Bonafini (Bonn, 1990; vive tra Londra e Roma). Dipinti, disegni, ceramiche, sagome di corpi, tappeti che tagliano lo spazio con la loro tridimensionalità guidano la lettura di una pratica artistica che ha origine nella performatività del corpo.
Incontriamo l’artista per la seconda volta, dopo aver indagato il suo rapporto con la pittura, per parlare dei suoi primi progetti, della rappresentazione del corpo come organismo, doppio e frammentato, nella concezione e figurazione dei suoi lavori.

Bea Bonafini, Twin Waves, 2020. Installation view at Operativa, Roma
Bea Bonafini, Twin Waves, 2020. Installation view at Operativa, Roma

INTERVISTA A BEA BONAFINI

Una delle prime opere che hai presentato al grande pubblico è la performance di danza In the likeness of… Ti senti ancora legata a questo tipo di linguaggio nella tua pratica? In che modo e come si lega alla tua ricerca?
Penso che il mio lavoro si sia sviluppato secondo un percorso a spirale: ho rivisitato ciclicamente alcune tematiche, rielaborandole diversamente in rapporto alle diverse fasi della mia vita, approcciandomi a esse sempre come se fosse la prima volta. In the likeness of… appartiene a una serie di performance e collaborazioni con ballerini, musicisti e chef, progetti che rappresentano le fondamenta del mio lavoro odierno. In Rippling, infatti, l’arazzo più grande realizzato fino a oggi, la spinta e la trazione fra i corpi si increspa sulla superficie del tessuto. Gli arti si allungano e tendono l’uno verso l’altro, le parti del corpo umano si trasformano in corpi animali, come onde in movimento o anelli di un albero in espansione. La familiarità e chiarezza delle forme viene distorta, dando vita a qualcosa di inaspettato. Sono alcuni tra i temi più ricorrenti nella mia pratica.

I titoli delle tue opere hanno una forte valenza per la loro leggibilità. Dalla serie di sculture del 2018 Floating Corpse e Floating Head, ho potuto notare come non siano più puramente descrittivi, ma abbiano assunto un carattere introspettivo. Penso ad esempio alla scultura bidimensionale With the clear Universe of the things around (2019) e al tappeto My soul losing itself in another souls (2020), dove siamo portati a leggere la frammentazione dei corpi e il loro movimento fluido in termini più riflessivi e personali. Come hai concepito questi lavori, in termini poetici e tecnici?
I miei lavori sono spesso concepiti come “corpi” di lavoro co-dipendenti. Emergono dall’impulso di creare qualcosa innescandosi da emozioni personali, e crescono incorporando frammenti provenienti da diverse fonti. In questo preciso momento, sto scoprendo cosa significa vivere e lavorare con un persistente sentimento di lutto. Traspongo le tensioni sociali e personali conducendo ricerche in diversi ambiti, approfondendo ad esempio il tema dei labirinti, del Taoismo e del Kung Fu. Quando progetto una mostra, lascio che il corpus di lavori si espanda abitando lo spazio che ho in mente, in maniera tale che ciascuna opera possa essere considerata parte di un grande organismo. In questo modo, ogni singolo lavoro cresce in simbiosi con gli altri. Le stesse tecniche e materiali scelti sono la conseguenza diretta del tipo di presenza che voglio far assumere a questo organismo: a volte è immersiva, altre volte dispersiva, coerente, o ricca di varianti.

Bea Bonafini, Looking Forbackward, 2019. Installation view at Lychee One, London
Bea Bonafini, Looking Forbackward, 2019. Installation view at Lychee One, London

LA PRATICA ARTISTICA DI BEA BONAFINI

Il contesto nel quale si sviluppa la tua produzione è ampio e vario, caratterizzato dalla scelta di utilizzare materiali naturali come supporto alle tue opere e recuperare immagini e relazioni del passato con significativi rimandi alla tradizione classica. Quali artisti influenzano maggiormente la tua produzione, in termini di ricerca di materiali e per i rimandi alla storia dell’arte?
Enrico David è un punto di riferimento per quanto riguarda la versatilità dei materiali: le sue forme sono fluide e quasi spettrali, si adattano senza sforzo all’utilizzo di medium diversificati.
Un artista a cui mi sto ispirando particolarmente per la mia prossima mostra, per l’utilizzo che fa del colore nel costruire morbidezza, potere e presenza spirituale, è Hilma af Klint. Infine, il mio percorso è stato influenzato dalla metamorfosi pittorica della figurazione e dalla carica erotica di artisti come Francesco Clemente.

Gaston Bachelard nel suo saggio La poetica della rêverie fa riferimento al “doppio” come “il duplicato di un essere duplice“. Sono molti i soggetti delle tue opere che, in seguito a mutazioni della loro morfologia, subiscono uno sdoppiamento controllato. Credi che questo tema abbia un valore specifico nella concezione dei tuoi progetti?
Uno dei principi alla base delle immagini che compongono il mio lavoro è la possibile coesistenza di due o più idee o qualità contraddittorie, che si plasmano a vicenda, stanno in conflitto o in armonia l’una con l’altra, o esplodono in una cacofonia di frammenti che si fondono l’uno con l’altro. All’inizio della mia produzione, ho esplorato questi elementi attraverso la performance e la collaborazione con altre persone. Realizzare costumi o scegliere di non indossare niente mi dava la possibilità di testare le modalità con cui i corpi potevano intrecciarsi e separarsi durante una performance. Le immagini create dai corpi in movimento prendevano forma e si distruggevano, divenendo singoli organismi in grado di imprigionare e incapsulare il pubblico, come un organo in evoluzione. La figura dell’ibrido, o quella della chimera, è dotata di infinite possibilità, un unicum in grado di adattarsi, essere malleabile, tenero e terrificante. È una presenza costante nel mio lavoro e nella quale riesco a identificarmi.

Il tuo lavoro è stato recentemente selezionato per l’ultima edizione di The Artsy Vanguard, con una mostra a Miami insieme ad altri diciannove nomi promettenti per la scena del mercato dell’arte. Ci parleresti di questa esperienza?
Gli artisti selezionati provengono davvero da ogni parte del mondo! Alcuni li conoscevo già e ne ammiro il lavoro, di conseguenza son stata molto felice di partecipare all’iniziativa. Già in passato, un paio di anni fa, il mio lavoro era stato presentato in una collettiva a Mana Contemporary, a cura di Edoardo Monti. Questa seconda occasione di avere visibilità negli Stati Uniti è molto importante, sono curiosa di scoprire quali porte si apriranno.

Eleonora Angiolini

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Eleonora Angiolini
Eleonora Angiolini è curatrice d’arte contemporanea e project manager culturale. La sua formazione è multidisciplinare: laureata in Arti Visive presso il DAMS di Bologna, ha conseguito un Master in Photography and Visual Design presso NABA e la laurea magistrale in Economia e gestione dei beni culturali e dello spettacolo presso l’Università Cattolica di Milano. Dal 2012 ha partecipato all’ideazione, produzione e sviluppo di progetti indipendenti ed istituzionali, collaborando con enti pubblici e organizzazioni private, a stretto contatto con artisti italiani e internazionali. Dal 2016 al 2020 ha ricoperto il ruolo di program manager presso lo spazio espositivo milanese Assab One. Ha scritto di fotografia, arti visive e del sistema dell’arte per magazine internazionali e collaborato come editor e traduttrice per case editrici d’arte e fotografia. Nel 2019 ha co-fondato Contemporary Attitude, progetto che attualmente dirige e per il quale cura mostre, performance e progetti editoriali per il web. Ha recentemente co-curato la prima edizione di STAC! Festival, prima manifestazione dedicata agli studi d’artista in Sardegna, e il format Di Traverso, per l’incontro tra letteratura e arte contemporanea.