Termina il 7 novembre la triennale sulla costa fiamminga. Ve l’abbiamo raccontata a metà giugno e ora ci torniamo con una intervista che chiama in causa una delle artiste più interessanti in mostra.

È fra le opere più affascinanti installate alla Triennale di Beaufort. L’autrice è Heidi Voet (Herentals, 1972) e l’abbiamo intervistata per capire di più su quelle palle di diversa foggia sparse sulle dune, e sull’arte fiamminga, e su Taiwan…

Storicamente l’identità dell’arte fiamminga è molto forte. Ovviamente penso alla pittura del XV secolo, ma anche alla contemporaneità, come nomi celebri a livello internazionale come Jan Fabre e Hans Op de Beeck. A tuo avviso, quali sono le principali caratteristiche di questa identità nel XXI secolo?
Nel XXI secolo questa identità sta decisamente cambiando. Spero che possa distanziarsi dal concetto tradizionale dell’artista come maestro geniale, un’etichetta che raramente viene applicata a persone che rappresentano voci non dominanti come donne, migranti ecc. Spero che l’arte fiamminga possa rappresentare una moltitudine di prospettive di artisti che sono legati alla regione, ma che non necessariamente provengono da essa, pur mantenendo la sua sensibilità per le proprietà materiali, il grottesco e l’intero spettro della condizione umana. Potrebbe essere interessante considerare le Fiandre come una regione storica e culturale, e non vincolata ai più recenti confini nazionali del Belgio.

Spiegaci meglio.
Le Fiandre sono state conquistate e riconquistate e quindi hanno reso la propria gente diffidente nei confronti delle regole rigide. Se intendiamo le Fiandre in questo modo, possono essere inclusi anche artisti affascinanti come Laure Prouvost, che si collegano alla nozione di assurdo, di linguaggio e di modi diversi per creare una narrazione. Dopo aver vissuto principalmente all’estero negli ultimi sedici anni, l’umorismo, l’arguzia e la sovversione nell’arte belga mi sono i più cari.

Heidi Voet, White Dwarfs and Supergiants, 2021. Installation view at Beaufort21, Koksijde, 2021
Heidi Voet, White Dwarfs and Supergiants, 2021. Installation view at Beaufort21, Koksijde, 2021

HEIDI VOET TRA BRUXELLES E TAIPEI

Tu vivi appunto in due realtà culturali molto differenti tra loro, Bruxelles e Taipei. In che modo questa diversità nutre la tua poetica?
Navigare continuamente in differenti sfere culturali ha senz’altro plasmato il mio lavoro e il mio pensiero. Non esiste più il “singolare”, poiché per ogni cosa è possibile un’altra posizione o prospettiva. Non è nemmeno binario, è una pluralità. Mi ha dato una “esperienza vissuta” di come funzionano le culture e il loro essere ibride, le dinamiche di potere e di persone che alimenta la mia pratica. Amo giocare con tutte queste ambiguità, questo accatastamento di significati. Sono stata a Shanghai per dieci anni e ora è il sesto a Taipei. Il periodo trascorso in Cina mi ha dato molto da pensare e da lavorare sul valore, sulla produzione e sulla posizione di un individuo in un insieme più ampio. Da quel periodo provengono lavori molto laboriosi con oggetti prodotti in serie, che ho realizzato in collaborazione con un team. Ho anche iniziato a lavorare con l’idea della copia, della moltiplicazione, del rifacimento degli oggetti come metafora di come la cultura si diffonde e si forma.

Qual è stata invece la tua esperienza a Taiwan?
A Taiwan ho introdotto per la prima volta la performance e la mia attenzione ha iniziato a spostarsi da un oggetto all’altro. I contributi delle persone che partecipano in tempi e luoghi diversi alla performance In pieces and parts sono visibili e sono parte integrante del progetto. Un altro lavoro in corso è realizzato dai partecipanti durante alcuni workshop. In White Dwarfs and Supertgiants a Beaufort21, le palle usate dalla comunità locale sono il punto di partenza per l’installazione, e vengono poi messe in relazione con la posizione delle stelle. White Dwarfs and Supergiants non consiste più in una forma e, sebbene le palline sembrino posizionate casualmente, il posizionamento è molto accurato per formare un riflesso delle costellazioni sopra il sito espositivo l’ultimo giorno e ora di chiusura della mostra. Quindi ora vengono considerati sistemi più grandi, combinati con domande sulla cultura materiale, il tempo e la scala.

Utilizzi diversi media come scultura, installazione e performance. Il legame che li unisce, nel tuo lavoro, è l’interazione con lo spazio, inteso non come dato neutro ma come ambiente attraversato da corpi, sensazioni, culture… È corretto?
È esattamente così. Spazio e spazio sociale come ambienti codificati, organizzati secondo valori e norme culturali e attraversati dai sensi. Mi piace la libertà di lavorare con diversi media – forse è un modo per evitare una lettura restrittiva della mia pratica.

Heidi Voet, White Dwarfs and Supergiants, 2021. Installation view at Beaufort21, Koksijde, 2021. Photo Steven Decroos
Heidi Voet, White Dwarfs and Supergiants, 2021. Installation view at Beaufort21, Koksijde, 2021. Photo Steven Decroos

HEIDI VOET A BEAUFORT 2021

Per Beaufort 2021, la triennale che si svolge sulla costa fiamminga, hai presentato un’installazione che consiste nello “spargere” tra le dune palline di diverso diametro e colore. Sembrano relitti di attività sportive e ricreative, quindi evocano momenti di svago e relax, ma il senso di abbandono che comunicano rimanda anche a un sentimento di nostalgia. E anche alla mancanza di attenzione per l’ambiente, perché sono elementi inquinanti. C’è infine un ulteriore livello di lettura che si innesca nell’osservatore, quando si rende conto che il materiale con cui sono realizzati non è quello che ci si aspetterebbe e che, soprattutto, si tratta di un’opera d’arte. Come hai immaginato la reazione dello spettatore a questi diversi livelli di lettura?
Ho immaginato l’opera con livelli di lettura diversi, poiché la mostra si svolge in uno spazio pubblico. Si trova tra le dune, una striscia di paesaggio che viene utilizzata per lo svago, ai margini di una riserva naturale. Un paesaggio che nel corso dei secoli è costantemente slittato dalla terraferma all’essere sommerso dall’acqua. È un paesaggio quasi stravagante, molto bello, ma raro in Belgio, perché la costa è cosparsa di condomini.

Parliamo di questi diversi livelli?
C’è il primo livello visivo, in cui la sensazione di camminare in mezzo all’opera è importante, per sperimentare la scala sia dell’opera che del paesaggio. Poi ci sono le informazioni incorporate nel materiale. Si riconoscono le diverse palline che rappresentano giochi, storie e popolazioni diverse, quindi gli spettatori potrebbero identificarsi con alcune di esse. Emergono le tracce d’uso sulla superficie delle palline, e possono venire alla mente il tempo e la cultura del consumo. Le palle di cemento rimandano al piacere e al gioco, ma segnano chiaramente una presenza umana e distruttiva in questo paesaggio. Sono come resti fossili di una cultura materiale sparsi nella sabbia. Attraverso il posizionamento delle sfere, secondo le costellazioni in una data futura, l’opera si relaziona sia a una storia che a un futuro.

Cosa mi dici invece dei colori?
I diversi colori delle sfere si riferiscono al sistema di classificazione Morgan-Keenan per classificare le stelle in base alla loro luminosità. E poi c’è il titolo, White Dwarfs and Supergiants, che potrebbe sembrare il titolo di una favola, ma sono termini usati in astronomia. Ci sono molti livelli per leggere il lavoro, ma allo stesso tempo non è necessaria alcuna conoscenza preliminare per avvicinarsi a esso. Intendevo creare un luogo sensuale per riflettere sulla nostra posizione in una struttura più ampia, le tracce che vi lasciamo, e far sì che la poetica dell’opera fosse il veicolo per comunicarlo.

Heidi Voet, White Dwarfs and Supergiants, 2021. Installation view at Beaufort21, Koksijde, 2021
Heidi Voet, White Dwarfs and Supergiants, 2021. Installation view at Beaufort21, Koksijde, 2021

I PROGETTI DI HEIDI VOET

Un’altra mostra collettiva a cui hai partecipato a Taiwan e che si chiuderà alla fine di ottobre è intitolata Herbal urbanism, margins of the city as method. Quale lavoro hai presentato in quell’occasione?
L’opera In pieces and pieces è stata eccezionalmente eseguita online per questa mostra. È un progetto in corso che è stato eseguito in precedenza a Bruxelles e Hong Kong. Nel 2018 ho rifatto tutti i miei vestiti con tessuti che assomigliano a costumi da clown economici e mass-market. Gli abiti sono culturalmente specifici e si spostano da uno spazio molto privato a un’esperienza condivisa in cui gli artisti non professionisti si mescolano, si uniscono e si esibiscono. È un lavoro sui ruoli e le strutture sociali, l’interconnessione e il ruolo determinante della cultura materiale. I ritratti di tutti i duecento performer che hanno partecipato finora nelle tre location sono esposti insieme a un videodocumento della performance.

Chiudiamo con una domanda classica: quali sono i tuoi progetti nel prossimo futuro? Vedremo i tuoi lavori anche in Italia?
Attualmente sto lavorando su una commissione e una serie di sculture più piccole. L’Italia dovrebbe chiamarmi e allora verrò!

Marco Enrico Giacomelli

https://heidivoet.net/projects
https://www.beaufort21.be/en

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.