Il nuovo capitolo della serie di Ludovico Pratesi sui “dimenticati” dell’arte è dedicato a una pittrice che portò alla ribalta il ruolo femminile nel campo delle arti visive all’inizio del Novecento.

All’inizio del Ventesimo secolo non era facile affermarsi come pittrice. Eppure Rita Ravà (1886-1973) c’era riuscita, tanto da essere annoverata tra le donne artiste più promettenti del suo tempo. Era giovane e di buona famiglia, ma ambiziosa e volitiva, anche se nella Venezia di fine Ottocento il destino di una ragazza non era certo quello di fare l’artista: non è un caso che i genitori di Rita, Achille e Ida, l’avessero iscritta alla scuola Piscopia, un istituto femminile per la preparazione delle maestre. Ma già in quegli anni Rita aveva dimostrato un buon talento per il disegno, tanto da convincerla ad abbracciare la pittura come scelta di vita, assecondata dai genitori, che le trovarono due ottimi insegnanti privati.

LA FORMAZIONE DI RITA RAVÀ

Il primo era Vincenzo De Stefani, ritrattista di fama e insegnante all’Accademia di Venezia: il rapporto con Rita è eccellente, tanto da dedicarle un ritratto femminile con queste parole: “A Rita Ravà che fu scolara unica”. La data è il 1904, quando Rita aveva diciotto anni, e possiamo supporre che potesse essere il suo ritratto. Il secondo insegnante, sempre rigorosamente privato perché alle donne del ceto di Rita non era consigliata la frequentazione dell’Accademia di Belle Arti, si chiamava Vittorio Emanuele Bressanin ed era autore della volta affrescata del salone del conservatorio Benedetto Marcello a Palazzo Pisani. Anche lui aveva riconosciuto subito il valore della Ravà, tanto da dedicarle un ventaglio dipinto con una scena allegorica con tanto di dedica: “A Rita Ravà perché mia sola e intelligente allieva “. Ravà apprese molto da entrambi, ma sviluppò molto presto uno stile proprio, con accenti di notevole modernità all’interno di un repertorio piuttosto tradizionale, giocato soprattutto su scene di paesaggi veneziani, eseguite con pennellate libere e gestuali, giochi di luce e scelte cromatiche lontane dagli accademismi ottocenteschi e vicine all’Impressionismo francese. Poco tempo dopo cominciarono le prime uscite pubbliche, forse incoraggiate da Bressanin. Nel 1909 la Ravà figurava tra le pochissime artiste donne presenti alla mostra estiva dell’Opera Bevilacqua La Masa a Ca’ Pesaro, una rassegna di alta qualità dedicata ai giovani talenti, ancora esclusi dalla Biennale. L’anno successivo venne invitata alla prima esposizione dedicata alle donne artiste in Italia: la I Esposizione internazionale femminile di Belle Arti presso la Mole Antonelliana di Torino, patrocinata dalla rivista La Donna, che vide la partecipazione di più di 200 artiste, per un totale di 481 opere esposte, in modo da mostrare in “un’unica visione tutto quanto di notevole e di promettente ha saputo fare e promette fare l’ingegno e l’estro femminile”.

Un'opera di Rita Ravà. Courtesy Pietro Mari
Un’opera di Rita Ravà. Courtesy Pietro Mari

IL SUCCESSO DI RITA RAVÀ

L’iniziativa ebbe un grande successo, sia di pubblico che di vendite: furono comprate ben 51 opere, tra le quali 8 dipinti ‒ per un totale di 1740 lire ‒ acquistati dalla Regina Margherita di Savoia, collezionista molto attenta ai giovani talenti. Non è un caso che tra gli acquisti per l’ampia collezione reale, dove erano presenti diverse opere di pittori veneti, figurasse anche Impressioni veneziane di Rita Ravà, presente all’esposizione con altri due dipinti, Primavera al Lido e Fra due fuochi. Nel 1911 partecipò con una sola tela, Impressione veneziana, all’Esposizione Annuale della Permanente di Milano, che riuniva 385 opere di 183 artisti, di cui solo 17 donne: la sua arte così moderna, capace di trattare soggetti tradizionali con un’intensità atmosferica notevole, piaceva sempre di più. Due anni dopo, a Torino, si inaugurò la II Esposizione internazionale femminile di Belle Arti al Palazzo Stabile del Valentino, con la partecipazione di oltre 600 artiste e circa 1200 opere. Definita “la biennale veneziana dell’arte femminile”, totalizzò 14000 visitatori in due mesi, e fu accolta con grande favore anche dalla critica. Sulla rivista Emporium Alfredo Vinardi, grande sostenitore della mostra, nomina tra le promesse anche la Ravà, presente a Torino con l’opera Canale, al prezzo di 100 lire.

RITA RAVÀ E L’OBLIO

Rita nel 1913 aveva solo ventisette anni ed era considerata un talento in ascesa, ma la sua carriera era destinata a interrompersi per sempre. Nel 1912 aveva sposato Gino Rossi, e l’anno seguente era nato il primo di tre figli e probabilmente le incombenze familiari non si potevano conciliare con una carriera artistica promettente ma abbandonata sul nascere. Rita morì nel 1973 e del suo lavoro rimangono oggi poche citazioni in cataloghi e giornali dell’epoca, ma il suo nome uscirà dall’oblio grazie alle ricerche di sua nipote Fiorella Bassan, autrice di una monografia di prossima pubblicazione.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.