Smalto viola sul dito medio di Cattelan. Intervista a Ivan

Ha dipinto di viola l’unghia del dito medio di “L.O.V.E.”, la scultura di Maurizio Cattelan installata in piazza Affari a Milano. E lì si è svolta una delle manifestazioni dell’8 marzo. Occasione perfetta per intervistare l’autore dell’intervento: Ivan.

8 marzo 2021, Milano
8 marzo 2021, Milano

L’aver dipinto di fucsia lunghia di L.O.V.E. di Maurizio Cattelan è stata una sfida lanciata al mondo dell’arte e al suo modo di stare nella vita. Inoltre, ha messo i piedi nel piatto per quanto riguarda la condizione delle donne e innescato un partecipato processo di consapevolezza sociale con una manifestazione di molte e molti che si è tenuta lo scorso 8 marzo.
Da qualcuno, nascosto sempre dietro i social, è stata giudicato un atto vandalico e il gruppo della Lega lo ha denunciato anche perché recidivo (già condannato per aver scritto sui muri) e perché ha soltanto annunciato un intervento sulla statua di Indro Montanelli.
Quello che ha fatto e fa Ivan (al secolo Ivan Tresoldi) non ha niente a che fare con la cancel culture che ha dominato questi ultimi mesi. La sua è una volontà di ridefinizione del fare arte in strada e in modo particolare del fare poesia, ovvero di rendere visioni differenti dai più consunti luoghi comuni sia sociali che estetici. Ne abbiamo parlato con lui in un primo incontro, anche per la questione che non tanto tra le righe pone al mondo della critica.

L’INTERVISTA A IVAN

Hai dichiarato di essere partito anche da un problema di tipo estetico: Ho voluto infrangere un tabù: in che misura cioè si può toccare lopera di un altro artista?.
Sono partito da un’istanza sia d’assalto poetico sia politica che nel suo determinarsi pone inevitabilmente un problema estetico nella relazione con un maestro e un’opera pubblica maestra, ma sono voluto restare nel contesto della poesia di strada e del muralismo che da queste istanze sono permeati da sempre. Il “mondo dell’arte” è un micromondo, da questo non proviene la prima generazione di neomuralismo di cui faccio parte e che si è affermata ai primi del millennio. Una generazione che è molto diffusa, che ha avuto ampio successo nella “cosa sociale” ma che è meno interessata ad affermarsi nei sottoscala culturali/istituzionali. Io mi occupo e mi interesso dell‘insieme grande che tutt* contiene e che si chiama mondo reale e diffuso. Sono un autore nato popolare, che vuole essere popolare per e vuole continuare a stare nel popolare (che l’abbia già detto o meno la Pop Art). Chiaramente in questo stare si pongono altri temi quali il gradiente di legittimità che un intervento deve avere in un contesto collettivo circa l’autorità, l’autorialità e la sua delega, verso il valore di un’arte diffusa e abitata di moltitudini.

Quella di avere una lingua originale e personale, sia scritta che visiva, è fondamentalmente un trucco basato sulla credulità. In fin dei conti, da sempre, non si fa altro che raccogliere cose in giro, soprattutto parole, per poi rimetterle insieme. E questo avviene anche in poesia dove, forse più che in arte, oramai da più di 150 anni si mescola arte e vita.  
Esatto, take-cut-remix. Sono felice di “aver detto tutto, senza aver dovuto scriver niente”. E anche soltanto l’annunciata intenzione di rideterminare la statua di Montanelli è di fatto già diventata opera. L’8 marzo centinaia di donne hanno proposto una performance in piazza Affari colorandosi l’unghia media delle loro mani. Si pone quindi una ulteriore domanda, ovvero: in che misura un innesto come quello da me compiuto può portare alla germinazione di una nuova opera a sintesi e superamento dei due movimenti di dialettica precedenti?

8 marzo 2021, Milano
8 marzo 2021, Milano

La tua espressione legittima ma illegale rimanda alla grande tradizione della disobbedienza. Dopo tutti i termini militari utilizzati anche in arte per definire il ruolo dellavanguardia è forse il caso di cambiare lessico, quindi per la Poesia di strada si può parlare di disobbedienza estetica?
Certamente di rivolta conclamata. Essere partigiani e critici del proprio tempo è il privilegio, il prezzo e la barricata su cui si è fatta viva e bella di cicatrici l’arte del Novecento (e non solo). Richiama anche il valore della determinazione di un autore che nei contesti elitari viene fatta per auto celebrazione, elitarietà e via mezzi social. Nel modo reale e nelle moltitudini, invece, è un percorso di coerenza di pratiche e di costanza nel tempo.

Il vandalismo quando è gratuito è violenza, ma se posso dare un dito a qualcuno per sensibilizzare su un tema importante come il rispetto delle donne mi dispiace allora che manchino le altre quattro. Così ha commentato Maurizio Cattelan il tuo intervento. Cosa rispondi ora a Cattelan?
Che lo ringrazio per gli spunti e gli insegnamenti di questi anni, per l’opera L.O.V.E. e per aver ancora quattro dita a disposizione (chance più sua che mia). La sua è l’unica opera pubblica al mondo che permette un gesto come quello che ho proposto. Ora, però, ti chiedo cosa rispondi tu, Marco, di fronte a questa dinamica di contagio accelerata e di “partogenesi scultorea”? Poni un tema critico, “legatela al dito” e fai “cinquina”.

Tu non vuoi essere chiamato street artist nonostante tu sia stato in Italia uno dei primi e tu abbia promosso a livello di massa la sua cultura con mostre e complicità con altri appartenenti. Anzi a un certo momento ne hai preso le distanze e hai dato vita alla Poesia di strada. Perché?
È la Poesia di Strada che ha dato dimensione alla mia appartenenza alla prima generazione del movimento della “street art” europea, che credo rimandi a un’esperienza unica e breve nel tempo (primi 2000), fatta di pochi autori che in e dall’Italia l’hanno promossa in totale autoorganizzazione e alternativa ai contesti istituzionali e legalitari (Abbominevole, Ozmo, Bros, Microbo&Bo130, Blu, Ericailcane, 2501, TvBoy, Chekos, Flyng Fortness, Banksy, Space Invaders, Obey ecc). Non me ne sono allontanato, quello di cui oggi si parla è arte pubblica e neomuralismo, ma voglio differenziare non tanto distanziare. Di quell’esperienza che chiamiamo “street art” (più per sottrazione critica che altro), oltre che autore della prima ora accanto a pochi altri, ne resto tra i primi produttori in Italia per numero di eventi, per pubblico raggiunto e per quantità e qualità di autori coinvolti. Sono anche felice di aver cristallizzato la mia esperienza in quegli anni dove, tra l’altro, altri hanno proposto produzioni e pratiche d’eccellenza per il movimento e gli autori a venire (penso all’Urban Edge Show di Milano, al Frontier di Bologna e al FAME Festival di Grottaglie).

E oggi?
Onestamente sono più determinato a valorizzare direzioni di diversificazione critica, a concentrarmi sulla mia dimensione autoriale, a elevare la mia ricerca verso altre dimensioni, quali i grandi corpi scultorei che poseremo presto per Arte Sella e Ac Milan (o che ho posato con OBR/Renzo Piano nel 2017). Ripeto, l’arte pubblica è un contesto altro ma contiguo, che partecipo a mia volta e che ha importanti e talentuosi esponenti che anche dalla “street art” provengono (Agostino Iacurci, Edoardo Tresoldi e Orticanoodless solo per citarne alcuni tra i capiscuola) e che è rimasta un’esperienza collettiva ormai in buona parte conclusa (al di là del lavoro di alcuni autori che ancora la portano avanti come, per esempio, il collettivo Guerriglia Spam), dove la critica e il mondo dell’arte non hanno saputo produrre poi una lettura durevole nel tempo se non per il contributo di pochi curator che restano parte del movimento e sono, guarda caso, molto vicini ad alcuni dei protagonisti che lo animano (tra i pochissimi, Simone Pallotta, Pietro Rivasi, Fabiola Naldi).

Tu che ne sei il caposcuola, mi dai una definizione di Poesia di strada?   
Scrivi e fatti abitare ovunque dalle moltitudini, scrivi per dare la parola nell’istanza libera di “pubblicarsi” per rendersi pubblici.

Marco Bazzini

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CuratoreMaurizio Cattelan
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Marco Bazzini
Marco Bazzini, storico e critico d’arte, vive in campagna. Ha svolto un’intensa attività didattica presso accademie e università come insegnante in numerosi master e corsi di specializzazione. Ha curato mostre e cataloghi per spazi pubblici e privati in Italia e all’estero, sia di arte sia di design. Ha collaborato con diverse testate di settore e fatto consulenze sull’arte contemporanea per diverse istituzioni pubbliche tra cui la Regione Toscana. Dal 2007 al 2013 è stato Direttore artistico del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. Attualmente è Presidente dell’Istituto Superiore Industrie Artistiche di Firenze (ISIA Firenze) ed è impegnato in progetti di sviluppo ed evoluzione sociale attraverso percorsi culturali.