Dopo quasi 1000 post sulla sua pagina Instagram da oltre 13mila follower, Giulio Alvigini pubblica il suo libro d’artista che finge di essere un manuale.

Un libro nato da una bugia. Qualche mese dopo la nascita della pagina Instagram Make Italian Art Great Again, Giulio Alvigini (Tortona, 1995) inizia a millantare l’imminente pubblicazione di un “manuale per battute da opening”. Tutto falso. Nel novembre 2019 Postmedia Books, già casa editrice del Manuale per giovani artisti di Damien Hirst e Gordon Burn, si interessa al progetto e gli propone di pubblicare il famigerato pamphlet.
Giulio Alvigini, ossessionato da quello che lui definisce il “Terziario Avanzato del Mondo dell’Arte”, ovvero i meccanismi e i rituali (che la scuola non insegna) che regolano il sistema artistico, condivide con il lettore il suo personalissimo sguardo sul “sistema” attraverso barzellette e meme.

INTERVISTA A GIULIO ALVIGINI

Nella “preview” del tuo manuale scrivi: “Sempre meglio trovarsi su Flash Art cartaceo che Flash Art online, no?”. Ci spieghi meglio cosa effettivamente ti ha portato a scrivere questo libro e cosa significa per te la carta stampata?
Questo libro è l’ammissione di una sconfitta. Nonostante un certo grado di innovazione nell’utilizzo del digital, alla fine, realizzare un libro di questo tipo significa dichiarare l’impossibilità di vivere semplicemente di quella dimensione. Avevo bisogno di una situazione legittimante che valorizzasse e istituzionalizzasse la mia pratica. In fondo il cartaceo è quello che finisce nella libreria. È dunque un’ammissione di insufficienza.
Poi per uno che è cresciuto a “pane e Postmedia”, pubblicare questo libro con loro è senz’altro la realizzazione di un sogno proibito. Se a venticinque anni scrivi un libro su come aver successo ‒ e non hai successo e lo ammetti pure ‒, secondo me funziona; tuttalpiù se il tuo editore è quello che ha pubblicato i libri su cui hai studiato.

Il mandato Trump è terminato, e in qualche modo devi molto all’ex presidente, per lo meno per il nome del tuo progetto. Avevi forse previsto l’esito delle elezioni americane e volevi sancire la fine di MIAGA con la pubblicazione di questo libro?
È una pura coincidenza che la pagina si chiami così, ma mi piace molto questa lettura quasi complottista. Addirittura dopo un paio di mesi avrei voluto cambiare il nome ma ormai era troppo tardi: si era già identificato, stava crescendo, stava andando bene e fortunatamente il pubblico aveva già inteso che non c’era nulla di MAGA in MIAGA.

E come l’avresti chiamata?
Non lo so. Sono in una situazione in cui la pagina è quasi del tutto identificata con me, tanto che oggi potrei tranquillamente chiamarla giulioalvigini, chiudendo il profilo privato. Sono tutte riflessioni che hanno a che fare con l’ipotetica esistenza di questa pagina dopo aver esaurito la promozione del libro. Indiscutibilmente è una cassa di risonanza pazzesca, perché i direttori delle maggiori istituzioni seguono la pagina e quindi se pubblico qualcosa loro la vedono, più di una recensione di Artribune. Già a partire dal 2019 l’ipotesi di una chiusura della pagina era nell’aria. Percepivo già allora l’esaurimento, non tanto creativo, quanto più contenutistico. Ho toccato tutti i punti possibili. Non ho più nulla da dire.

Giulio Alvigini, Biennale di Venezia
Giulio Alvigini, Biennale di Venezia

LA STORIA DI MAKE ITALIAN ART GREAT AGAIN

Sono passati quasi tre anni dal primo post di Make Italian Art Great Again, il quale recitava “Restituirò la Biennale di Venezia ai curatori italiani”. Non so se sia effettivamente merito del Cavaliere, ma effettivamente qualcosa è cambiato: è arrivata Cecilia Alemani.
Cecilia Alemani, Cecilia Alemani… provate a mettere in discussione la sua bravura! Il suo Padiglione Italia del 2017 è stata una boccata d’aria fresca.
Il primo post restituiva un’insoddisfazione che ormai è cantilena e slogan: quella della presenza italiana alla Biennale di Venezia. A questo ha provveduto Paolo Baratta che, arrivato alla fine del suo lungo mandato come Presidente della Biennale, ci ha lasciato come suo ultimo regalino un curatore italiano. In un certo senso Cecilia Alemani è stata la zampata di Baratta alla prossima Biennale di Venezia. Un avvenimento tanto eccezionale che è arrivata una pandemia a posticipare la sua Biennale al 2022. In ogni caso sono molto felice e faccio tanti auguri all’Alemani!

Nel capitolo COVID-19: non esistono cure, solo curatele spegni per qualche riga l’umorismo, facendo una riflessione sul silenzio, qualcosa che forse da te non ci si aspetterebbe…
Ho scritto questo libro in estate, dopo i tre mesi di lockdown. Durante quel periodo ho criticato la sovrapproduzione di contenuti. E io sono stato uno dei primi a insistere sulla sperimentazione nel rapporto tra museo e digitale. Io stesso, come tutti, ho attraversato quel momento di autocritica e di autoanalisi; quel momento in cui tirare le somme del proprio percorso, della propria situazione, della propria responsabilità ecologica, comportamentale ed etica.
Mi sono reso conto che fosse necessario un po’ di silenzio e di distacco. Critica e ironia hanno effettivamente in comune il distacco. Per cui sì, è un momento in cui spengo un po’ la comicità per dire che secondo me non tutti abbiamo la coscienza a posto e io mi ci metto in prima persona, in quanto sono tra i primi che hanno sempre alimentato questa frenesia digitale. D’altronde il pagliaccio ha anche questa sfaccettatura malinconica.

Giulio Alvigini ‒ Manuale per giovani artisti (italiani semplici). Meme e sistema dell'arte italiano (Postmedia Books, Milano 2020)
Giulio Alvigini ‒ Manuale per giovani artisti (italiani semplici). Meme e sistema dell’arte italiano (Postmedia Books, Milano 2020)

IL LIBRO DI GIULIO ALVIGINI

Ti va di parlarci del perché non vorresti mai che questo libro venisse ritenuto “interessante”?
Il problema della parola interessante è, come scrivo nel libro, l’uso che se ne fa, ovvero la banalizzazione.  È un libro sbagliato, scritto male e che contenutisticamente non dice un granché. Il valore è decisamente più simbolico. Più che interessante lo definirei necessario. È un libro che nasce con la funzione di istituzionalizzare il mio lavoro, certificato da una casa editrice importante, con l’intento di dire “ora però volto pagina”. Per me questo libro, all’uscita, potrebbe anche percepirsi come invecchiato rapidamente, in quanto ci dirigiamo verso un mondo di cui non abbiamo piene redini.
Io però credo ‒ che ti piaccia o no, che io ti stia simpatico o antipatico, che tu condivida o meno le mie posizioni, che tu reputi il mio lavoro inconsistente, strumentale o finto ‒ che tu il mio libro lo debba avere: ti mancherebbe altrimenti un pezzo di storia del sistema dell’arte. Sono molto cinico, e cinicamente lancio questa provocazione. Se un mio antagonista del mondo dell’arte scrivesse un testo del genere sarei obbligato a comprarlo, o comunque a leggerlo, perché negli ultimi anni, nonostante tutto, quello che ho fatto ha un peso, per quanto irrisorio. E penso che questo sia indiscutibile perché se entri in un museo raccontando barzellette c’è qualcosa che funziona (o che non funziona). E la situazione si è verificata troppe volte per essere un caso. Questa è la mia arma di difesa. Il libro vuole un po’ giustificare tutto questo e spiegare perché non sono un comunicatore o perché non puoi identificare tutto il mio lavoro con la pagina.

Scrivi: “‘Artista’, come ‘str**zo’, è qualcosa che non puoi dirti da solo. Te lo devono dire gli altri”. Non ti piace essere definito un comunicatore e a essere chiamato artista rispondi “No, grazie”. Come dobbiamo chiamarti?
Sapete che i bravi artisti copiano e i grandi artisti freebootano: infatti questa frase non è mia, l’ho rubata a Luca Beatrice che la disse a lezione. Qui siamo di fronte all’ennesimo fallimento: tento in tutti i modi di ribadire come la figura dell’artista non mi piaccia ‒ perché è banalizzata e non corrisponde più agli usi che ne fa ‒ e tento in ogni modo di frammentarla scimmiottando altri ruoli: faccio finta di essere un social media manager, un esperto di comunicazione, un memer, uno scrittore, un saggista. Cerco dunque di sfuggire alle categorie e alla cornice di artista, ma sempre inutilmente.
È come la Land Art: cerca in ogni modo di sfuggire al white cube ma alla fine in galleria ci finisce. Per il momento devo dunque piegarmi e dire “eh sì, sono un artista”; però cerco di non dirmelo da solo, perché è patetico dirselo da soli. Faccio quindi in modo che lo dicano gli altri.

Se tra una stronz**a e l’altra sono inciampato nella teoria o nella cronaca, mi scuso in anticipo, promettendovi per la prossima volta di fare molti più danni”. Quale potrebbe essere il titolo del prossimo libro?
Lo dico nel libro: sarà Commentari al Manuale per giovani artisti (italiani semplici). Siccome sono convinto che questo libro, come tutti i cult, invecchierà velocemente ‒ cult inteso come “Cose Ultra-citate; Lette? Tendenzialmente–no” ‒ necessiterà di un libro successivo, come fece Debord, in cui criticherò le posizioni prese a venticinque anni. Dovrò far passare però almeno una decina d’anni. In realtà lo avrei già voluto criticare un mese dopo l’uscita, e fare di questi commentari la mia tesi di laurea. Ma Luca Beatrice, il mio relatore di tesi, mi ha consigliato un’altra soluzione, che potrebbe diventare un caso studio ancora più interessante. Di solito prima si scrivono le tesi e poi si pubblicano, io farò il contrario. La tesi sarà questo libro, a cui non cambierò una virgola, se non l’impaginazione dell’editore, e lui scriverà la prefazione, invertendo totalmente il processo. Così non devo neanche fare nulla.

Lorenzo Vanda

Giulio Alvigini ‒ Manuale per giovani artisti (italiani semplici). Meme e sistema dell’arte italiano
Postmedia Books, Milano 2020
Pagg. 146, € 16
ISBN 9788874902910
http://www.postmediabooks.it/

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AutoreGiulio Alvigini
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