Si inscrive nella storia della Manifattura Bonotto, sinonimo di eccellenza nell’ambito della tradizione tessile, il progetto A Collection, che mette in dialogo artisti contemporanei e tessitura. Strutturandosi in un programma di residenze e premi.

L’arazzo, il disegno che diventa tessuto raccontando una storia, è uno degli archetipi culturali di quelle che vengono definite arti minori, e che storicamente nasce da un incontro, da uno scambio tra una manifattura e un artista. Basti pensare alle produzioni rinascimentali, ai cartoni preparatori di Raffaello o Rubens, ma anche alle sperimentazioni della scuola Bauhaus o delle avanguardie novecentesche. La traduzione tessile di un pensiero, di un’intuizione attraverso lo strumento del telaio, che da sempre affascina intere generazioni di artisti, diventa il tema di un progetto di residenze, premi e collaborazioni: A COLLECTION.
Una collezione che è un terreno di sperimentazione dove la ricerca contemporanea di giovani e affermati artisti del panorama italiano e internazionale intreccia la visione creativa delle nuove tecniche di tessitura e materiali sostenibili. Il progetto nasce dalla sapienza di Giovanni Bonotto, quarta generazione della tradizione tessile Bonotto, e dalla visione artistica di Chiara Casarin nella cura e selezione del progetto di residenze, per dare vita a una collezione di pezzi unici. Marc Bauer, rappresentato dalla galleria Gilda Lavia, si è aggiudicato la prima edizione del premio A Collection ad ArtVerona, che darà all’artista la possibilità di disegnare un arazzo e di assistere alle prime fasi della tessitura. Giovanni Bonotto, pioniere nella sperimentazione artigianale e collezionista visionario, racconta la genesi e l’evoluzione di questo progetto.

Quando è nato il progetto A Collection?
A Collection si è costituita come associazione culturale nel 2020 ma la sua storia è più lunga. Tutto inizia da un incontro con Chiara Casarin mentre era direttore ai Musei civici di Bassano del Grappa, nel 2017. Io, in passato, avevo già maturato una serie di strategie per la tessitura di immagini di grandi dimensioni con l’uso di materiali eterogenei e avevo già realizzato degli arazzi, alcuni dei quali erano stati esposti in importanti istituzioni come il Museo Novecento a Firenze, il Teatro alla Scala di Milano o il Centre Pompidou di Parigi. Con questo background e con la rete di relazioni artistiche di Chiara è nata l’idea di coinvolgere artisti contemporanei, anche giovani, nella produzione di nuove opere e di costituire quella che, di fatto, è la nostra collezione privata ma che si sostanzia in un percorso fatto di residenze, premi, esposizioni e concorsi.

In che modo si articola il progetto nelle diverse iniziative che portate avanti?
Gli artisti si mettono in gioco con il linguaggio della tessitura, spesso a loro completamente sconosciuto, e iniziano uno stretto dialogo con me per la realizzazione del loro arazzo. Ogni progetto è diverso dall’altro: capita che si pensi di avere le idee molto chiare all’inizio e poi, scoprendo le straordinarie potenzialità di questo medium, si arrivi a risultati assolutamente inattesi. Io ascolto gli artisti, mi calo nel loro disegno, propongo soluzioni operative sempre molto sfidanti e loro si lasciano guidare. Spesso capita di dover cambiare alcuni elementi del progetto originale per ottenere un risultato eccezionale e questo è dovuto ai miei trenta anni di esperienza nel mondo della tessitura e della ricerca sulle materie prime. Sono cresciuto con gli artisti amici di mio padre Luigi, che venivano a trovarlo, tra cui Yoko Ono, John Cage, Joseph Beuys, Nam June Paik e Nanni Ballestrini, di cui oggi conserviamo le opere nella Fondazione Bonotto.

Giovanni Bonotto, Magic Garden, 2018, dettaglio, Recycled Plastic and Natural Yarn, Studiolo. Photo Filippo Armellin
Giovanni Bonotto, Magic Garden, 2018, dettaglio, Recycled Plastic and Natural Yarn, Studiolo. Photo Filippo Armellin

ARTE CONTEMPORANEA E TESSITURA

Il progetto mette insieme artisti di generazioni e background diversi, come sono stati selezionati?
Nella struttura di A Collection i compiti sono nettamente divisi: io eseguo gli arazzi e Chiara seleziona gli artisti. I primi dieci, quelli che sono stati esposti al debutto di A Collection a Palazzo Barolo in occasione di Artissima 2019 (Giuseppe Abate, Nebojša Despotović, Fabio Roncato, Giovanni Ozzola, Giuseppe Stampone, Elena Mazzi, Ruben Montini, Manuel Felisi, Alberto La Tassa e Thomas Braida) sono stati scelti tra coloro che negli anni avevano già avuto modo di collaborare con Chiara ma, soprattutto, cercando tra linguaggi espressivi molto diversi. Questo per la semplice ragione che per noi era un primo esperimento e avevamo bisogno di poterci confrontare con schiettezza e confidenza con loro ed elaborare fin dall’inizio più modi possibili di tradurre opere in arazzi. Ora, oltre a invitare direttamente gli artisti che Chiara individua, abbiamo iniziato ad assegnare premi residenza e per questo motivo abbiamo composto una giuria in occasione di Arte Fiera a Bologna, dove è stato selezionato il duo The Cool Couple, e lo stesso per Verona con vincitore Marc Bauer. Nel corso del 2020, nonostante le difficoltà, abbiamo concluso altre due belle residenze con Christian Fogarolli e Guglielmo Castelli.

L’arazzo storicamente è frutto di una collaborazione artistica, basti pensare a quelli realizzati dai preraffaelliti o da William Morris con Arts and Crafts. Come avviene la collaborazione durante la residenza di A Collection? Ci sono difficoltà o criticità per un artista contemporaneo nel declinare una sua idea per renderla traducibile nella tecnica della tessitura?
In A Collection la residenza inizia con una visita all’azienda e alle collezioni che storicamente sono esposte anche nei reparti produttivi. Alcuni artisti arrivano con un progetto molto chiaro e definitivo, altri cominciano a costruire il loro dopo un primo incontro con me nel quale illustro tutte le possibilità. Preferiamo sempre che gli artisti realizzino un progetto ad hoc per la produzione del loro arazzo sia per consentire loro di avere un’opera totalmente nuova e unica, sia per la formazione della nostra collezione che viaggia in molte mostre con pezzi inediti. Finora non sono mai sorte difficoltà, anzi! Io cresco a ogni incontro con gli artisti, imparo molto da loro, mi incanto ad ascoltare il loro metodo di studio. Loro scoprono un mondo nuovo e si entusiasmano di fronte alla possibilità di avere un’opera totalmente prodotta a partire da un loro disegno. Chiara monitora costantemente l’evoluzione del lavoro e intrattiene i rapporti con le istituzioni e le gallerie che rappresentano gli artisti.

Marc Bauer, Untitled (Annemarie seated), 2017, pittura ad olio su alluminio rivestito, cm 47 x 34. Courtesy Gilda Lavia, Roma
Marc Bauer, Untitled (Annemarie seated), 2017, pittura ad olio su alluminio rivestito, cm 47 x 34. Courtesy Gilda Lavia, Roma

IL PREMIO A COLLECTION ARTVERONA

Come è nato il premio A Collection ad ArtVerona?
ArtVerona per noi è stata un’occasione determinante. È la fiera del nostro territorio con la quale vorremmo intrattenere ancora rapporti fruttuosi in futuro e si contraddistingue, in particolare in questa edizione, per una raffinata ricerca artistica contemporanea. In un certo senso è la nostra fiera di riferimento. Abbiamo accolto con grande entusiasmo l’invito a promuovere un premio residenza in occasione di ArtVerona perché per noi era l’occasione di presentarci al mondo dell’arte pur essendo vicini a casa e di formare una giura di professionisti che ci sostenesse nella selezione. L’abbiamo battezzata “La Stupenda Giuria”, lo dico solo per farvi capire il clima che si è creato tra noi durante le fasi di selezione. Poi abbiamo avuto la fortuna di poter scegliere un artista ancora giovane ma con una grande maturità professionale. ArtVerona ha delle specifiche caratteristiche, tra queste la possibilità di specializzarsi in un particolare settore del contemporaneo e di intrattenere rapporti durevoli e proficui con i produttori di cultura locali.

L’ultimo artista vincitore, in occasione di ArtVerona Digital, è Marc Bauer. Che cosa ti ha colpito del suo lavoro?
La giuria ‒ composta da Chiara Casarin, Marcello Forin, raffinato collezionista e sostenitore di molti importanti artisti, Nicola Zanella, manager culturale penna del Sole 24 Ore, e sotto la direzione esterna ma attenta di Elena Forin, curatrice e critica contemporanea ‒ ha svolto un lavoro davvero meticoloso. Abbiamo più volte guardato le singole pagine dedicate alle gallerie e ripercorso l’elenco delle opere degli artisti finché Bauer non si è imposto definitivamente e all’unanimità: sia nei dipinti che nei disegni, manifesta una solidissima personalità, il suo linguaggio è definito e maturo. Poter realizzare un arazzo a partire da queste condizioni credo sarà una sfida per lui come per me.

In qualche modo l’arte ha sempre fatto parte della tua vita e della storia aziendale. Qual è il rapporto tra A Collection e la Fondazione Bonotto?
La Fondazione Bonotto, per statuto, si focalizza sul movimento Fluxus e sulla poesia visiva, concreta e sonora che, oggi, sono correnti artistiche consolidate e storicizzate, protagoniste uniche della collezione di mio padre. A Collection indaga e sostiene i fenomeni del contemporaneo e, quindi, sono due organizzazioni strutturalmente differenti.

Giovanni Bonotto e Giuseppe Abate
Giovanni Bonotto e Giuseppe Abate

SOSTENIBILITÀ E ARTE

La sostenibilità ambientale è uno dei temi del progetto. In che modo si esplicita nella fase di produzione degli arazzi?
Alcuni degli arazzi che abbiamo realizzato negli ultimi anni sono composti interamente con filati provenienti da plastica riciclata, altri mescolando tra loro questi filati con fibre naturali. Le ragioni si possono tutte riassumere nella necessità di creare opere stratificate e tridimensionali che rispettino i progetti degli artisti e che esprimano con forza la loro incredibile bellezza.
Si è da poco conclusa un’altra mostra che ha visto protagonisti gli arazzi di A Collection al MUSE di Trento, nella sede di Palazzo delle Albere. Il MUSE, in quanto museo della scienza, porta avanti da molto tempo un programma dedicato alla sostenibilità ambientale e ha ideato un progetto espositivo e didattico intitolato Beyond the plastics. Il direttore, Michele Lanzinger, ci ha invitato a portare la nostra testimonianza ovvero, attraverso l’esposizione di tutti gli arazzi, raccontare come sia possibile oggi realizzare oggetti di lusso come le opere d’arte a partire da materiali di scarto.

Come si riesce a ricavare un filato dalla plastica e quali lavorazioni richiede per diventare un arazzo?
La fibra di plastica arriva da una filiera certificata GRS (Global Recycled Standard) che prende il rifiuto plastico, lo tritura, lo polverizza e poi lo trasforma in una “pasta” da cui, nella trafila, ritorna filato. Il mio lavoro è quello di ridare vita a queste fibre usando le medesime tecnologie tessili che si applicano alla seta, al cachemire, al lino. Infine, l’arazzo viene tessuto nei vecchi telai meccanici del 1950. Prima della tessitura sono richieste almeno 300 ore di lavoro per preparare il disegno.

C’è un’attenzione sempre maggiore e una sorta di revival per le tecniche artigianali. Qual è il tuo punto di vista su questo ritorno che spesso è interpretato, a prescindere, come una garanzia di originalità creativa?
L’innovazione tecnologica è fondamentale ma, secondo me, in alcuni casi ha standardizzato i processi e talvolta ha reso le manifatture come dei giganteschi “fotocopiatori”. Ecco che il recupero della dimensione artigianale non è nostalgico ma creativo.

‒ Alessio de’ Navasques

a-collection.org

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