A Copenhagen è tempo di Code Art Fair

La capitale danese sta per alzare il sipario sulla seconda edizione di Code Art Fair, la fiera d’arte contemporanea che, quest’anno, si presenta in una veste inedita. Ne abbiamo parlato con Irene Campolmi, curatrice del programma di film, talk e performance incluso nell’appuntamento fieristico, dal 31 agosto al 3 settembre.

Code Art Fair 2016, Copenhagen, Sophie Dupont, photo Alen Aligrudic
Code Art Fair 2016, Copenhagen, Sophie Dupont, photo Alen Aligrudic

Sta inaugurando ora Code Art Fair, la fiera d’arte contemporanea che domani, giovedì 31 agosto, aprirà i battenti sullo sfondo di Copenhagen. Oltre sessanta gallerie partecipanti e un ricco programma di eventi ‒ ospitati sia negli spazi fieristici, presso il Bella Center, sia nelle istituzioni culturali cittadine ‒ sono alla base di un appuntamento annuale che sta affermando la propria identità all’interno del contesto scandinavo.
Abbiamo intervistato Irene Campolmi, curatrice di ArtReActs, il calendario di film, talk e performance che completa la programmazione di Code Art Fair. 

La fiera sta per aprire i battenti. Quali sono le novità di quest’anno?
È tutto nuovo rispetto all’edizione precedente. L’anno scorso non esisteva un team curatoriale mentre quest’anno il team è composto da Caroline Bøge, ex direttrice della galleria Nils Stærk, e da Saskia Draxler, direttrice della galleria Nagel Draxler. E poi hanno chiamato me per curare il programma artistico e io ho proposto di curare non solo i talk, ma anche Code Film e Code Performance.

Perché hai deciso di integrare anche le arti performative?
Mi occupo di performance art e posso dire che la performance è un medium a cui gli artisti si stanno avvicinando sempre di più. A me interessa portare la performance art all’interno del contesto fieristico per evidenziare la necessità che anche una fiera dimostri attenzione verso di essa, sebbene venga ancora considerata una forma d’arte poco vendibile.
Introdurre la performance all’interno della fiera è un punto di partenza per ripensare al suo valore nell’ambito del mercato, contrastando il rischio di penalizzare artisti che si occupano di arte performativa rispetto ad altri che creano oggetti fisici, vendibili. Il mio è un sorta di “grounding test”.

Quali artisti parteciperanno, su questo fronte?
La performance di Peter Voss-Knude ‒ Peter & The Danish Defence ‒ prenderà forma negli spazi della fiera e deriva dal lavoro che l’artista ha condotto per tre anni con il Danish Army, cercando di trovare un contatto tra civili e soldati. Per quanto riguarda le altre performance, quelle di Hassan Khan e di Jacob Kirkegaard sono state realizzate in collaborazione con istituzioni danesi ‒ Copenhagen Contemporary e la Copenhagen Art Week. L’obiettivo è spostare una performance come quella di Hassan in un’istituzione centrale, che possa offrirle lo spazio adeguato. L’idea è di osservare la reazione del pubblico a una performance quando essa avviene in un contesto fieristico e quando, invece, prende forma in una istituzione esterna.

Irene Campolmi
Irene Campolmi

Ci sarà anche un’italiana tra i performer.
Sì, Marinella Senatore, che è molto conosciuta in Italia e in America, ma non troppo in Scandinavia. A me interessa portare il concetto di processione e di parata, che Marinella crea in ogni sua performance, nel contesto scandinavo, dove l’unico momento in cui si vedono persone marciare è per la Pride Parade, la più grande di tutta la Scandinavia. In generale, non c’è l’abitudine all’aggregazione. Non è stato facile fare attecchire un progetto partecipativo di questo genere.

A cosa ti riferisci?
La Danimarca, fra tutti i Paesi scandinavi, ha adottato una serie di leggi restrittive nei confronti dell’immigrazione, dunque lanciare una parata che celebra l’amore e la diversità è stato una sorta di statement. Uno statement che si riflette nel titolo del programma da me curato ‒ ArtReActs ‒ e che deriva dal mio percorso di dottorato e dalla mia pratica curatoriale. Ho constatato che molti artisti e curatori stanno impostando la loro ricerca sulla reazione a un contesto sociale, politico, ecologico, culturale, dimostrando un’urgenza di reagire, tramite la pratica artistica, al conteso attuale. Con il mio programma, voglio dare un esempio di come l’arte possa reagire, offrendo una visione diversa, che non commenta la realtà ma che consente di osservarla e magari di superarla. 

Questo genere di approccio di cui sei portatrice contribuisce a rendere Code un soggetto concorrenziale rispetto alle altre fiere nordiche? Le attribuisce una nota identitaria che la rende riconoscibile, diversa?
Sì, questa componente c’è. La mia speranza è di dare al programma artistico un tono in più, perché le fiere sono eventi temporanei e questa temporaneità permette di lanciare idee di cui, ad esempio, le istituzioni più grandi non possono farsi carico proprio per via delle tempistiche. Spero che le idee lanciate attraverso il mio programma, con la partecipazione di artisti internazionali, attecchiscano, creino delle sinergie e forniscano degli spunti. L’obiettivo, dunque, è dare un profilo netto alla fiera, che sia giovane, semplice nell’organizzazione e soprattutto schietta.

Questo tipo di approccio si ritrova anche nella selezione della gallerie, locali e internazionali, che parteciperanno alla fiera?
Posso dire che c’è stata attenzione verso le gallerie giovani, dotate di un profilo spigliato, determinato, come Pilar Corrias, Arcade, Dittrich & Schlechtriem.

Code Art Fair 2016, Copenhagen
Code Art Fair 2016, Copenhagen

E quale pubblico ti aspetti nell’ambito di ArtReActs, guardando soprattutto al contesto danese?
Ai Code Talks mi aspetto un pubblico di colleghi, ma anche di ragazzi giovani che studiano all’Accademia e all’università. Credo che sentir parlare individui afferenti a contesti diversi sia una buona opportunità, anche formativa, di riflessione sul proprio presente e sul proprio futuro. Spero partecipino persone che abbiano voglia di impegnarsi. Sul fronte performativo, spero in un pubblico interessato, soprattutto nei confronti di performance magari poco usuali in questa cornice.

Com’è stato lavorare con le istituzioni locali che hanno accettato di collaborare con la fiera?
Copenhagen Art Week era molto interessata a collaborare con le istituzioni e con un contesto fieristico con il quale condivide la temporaneità dell’evento, che si tiene una volta l’anno. Entrambi abbiamo visto la possibilità di collaborare su più fronti. Le altre istituzioni, a partire dal Copenhagen Contemporary, hanno risposto in maniera molto positiva. Gli stessi curatori e direttori hanno accettato l’invito a confrontarsi con colleghi internazionali.

Per concludere, Copenhagen è un luogo propizio alla creatività? Dimostra apertura verso le forme dell’arte contemporanea?
Non solo c’è apertura, c’è anche rispetto per il lavoro creativo. Basti pensare al design danese, conosciuto in tutto il mondo, o all’architettura. La medesima impostazione è adottata anche nei confronti dell’arte. È un approccio che purtroppo manca alla zona mediterranea. Sono riconoscente al popolo e alla cultura danesi per avermi aperto gli occhi verso un simile approccio, che si basa sulla fiducia nell’arte come mezzo per tentare di dare vita a un cambiamento.

Arianna Testino

Copenhagen // dal 31 agosto al 3 settembre 2017
Code Art Fair
SEDI VARIE
www.codeartfair.dk

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Arianna Testino
Arianna Testino è nata nel 1983. Ha studiato storia dell’arte medievale-moderna a Bologna e si è specializzata nelle arti contemporanee a Venezia. Appassionata di scrittura e curatela, è interessata all'approfondimento e all'ideazione di attività artistiche a carattere pubblico e sociale.