La morte di Leone di Lernia. Troppo facile dire “demenziale”

Un ricordo dell’autore di parodie e ironiche prese in giro entrate nell’immaginario contemporaneo. Un interprete del nostro tempo, ben oltre i confini del genere “demenziale”.

Leone di Lernia
Leone di Lernia

Si è spento ieri un cantore autentico e di prim’ordine del realismo italiano, troppo spesso liquidato con la formula “demenziale”. Certo, Leone di Lernia (Trani, 18 aprile 1938 – Milano, 28 febbraio 2017) demenziale lo è stato, e ci mancherebbe, rivendicandolo anche con orgoglio e furore funambolico: ma nelle sue “parodie” (spessissimo molto più intriganti e ben fatte degli originali) si riconoscono istruzioni sul modo di essere italiani negli ultimi decenni. Sul modo di stare al mondo come italiani.
Facile – e comodo – dismettere le sue canzoni e le sue performance come roba da “gonzi di destra”: eppure, questo autore che sicuramente è destinato a essere scoperto, riscoperto e apprezzato ha saputo unire con i suoi contenuti (da autentico patriota) i pugliesi di Puglia, i pugliesi-emigrati-settentrionali d’adozione e i milanesi-lombardi. Come mai?

SOVVERTIRE LA SUDDITANZA

Le sue canzoni, sostanzialmente, dopo gli esordi degli Anni Settanta e soprattutto dai primi Anni Novanta in poi, hanno sempre attivato un riconoscimento partendo da un minimo comun denominatore, in modi più raffinati di quanto appaia a prima vista. Questo minimo comun denominatore è la sudditanza, la subalternità. L’operazione sovversiva consiste naturalmente nel sottrarsi a questa subalternità esibendola, e inoculando nell’oggetto della parodia (postmoderna) il germe della propria postmodernità, assolutamente e felicemente incoerente rispetto al modello colonizzatore. Il risultato è in molti casi deflagrante e corrosivo.
Man mano infatti che le onde radio del nostro Paese venivano invase dai vari tormentoni stranieri, questo infaticabile cervello tranese si industriava a détournarli e a risignificarli, immettendoli in un circuito di senso completamente diverso. Dice: “Eh, ma quanto la fai complicata”. Non è così. Leone fa parte di quella schiera di artisti consapevoli (nonostante un contesto ostile e sfavorevole, di costante denigrazione e abbassamento: “Sei trash!” – e dalle nostre parti forse più che altrove la confusione tra trash e pop, così come tra sottocultura e controcultura, è stata sempre grande sotto il cielo) che hanno perseguito con grande coerenza un gusto specifico nella propria ricerca, incontrando ovviamente anche il favore delle masse (più precisamente: del popolo).

UN’OCCHIATA AI TESTI

Basta riguardare, per esempio, alcuni stralci dal testo di quel gioiello che è La Festa di San Nicola, parodia di Gangsta’s Paradise di Coolio: “Ma che bella passeggiata / i giochi, ci son le giostre / e gli autoscontr’ / e poi c’è il circ coi leoni / e fra un quarto d’ora fan la gara con i sacchi / chi arriv’ prima vince cinque o sei torroni / spinge sempre Ciro ch’è il più forte del paese / ma purtroppo devo dire che meritava Agnese”. C’è qui un mondo sommerso e ritrovato, il mondo dei giorni felici e di una provincia fatta di elementi e figure amichevoli a cui attingere.
Neanche il tempo di assaporare questo ritorno alle origini, ed è già l’ora di andare via, di ripartire, di ritornare al presente, in un’elencazione precipitosa di cose da fare e da prendere, fino alla fatalistica considerazione finale (tipicamente, profondamente meridionale) che mette in conto il malanno e la sfortuna anche nel giorno di festa: “Peccato e mi dispiace / la festa è già finita / ma a cè or’ sté lu tren? / alle undici e venticinq’! / Torni a cas’ con me o vai col taxi tu? / se mi aspetti due minuti, che preparo la valig’ / spazzulin, dentifric’, la magliett cu pigiàm / lu vestit’ della fest’ / la cravatt’ m’ so scordàt! / l’ mutand l’so piggiàt? e l’ calzìtt? / e la pancier’ do è sciut a frnesc’? / lo sciroppo per la toss, i suppòst / vuoi vedere che stasera mi ammalo? / Che quando viaggi succed’ semp’ accsì: / la sfortuna s’attacc’ rèt alla spalla meia / e nan s’n vé chiù!”.
Del resto, proprio al tema della morte Leone aveva dedicato due capolavori di comicità e di grazia come È morto Peppino ed È morto Antonio. Fino al testamento di Foggia Style, che ribadisce con mezzi aggiornati al XXI secolo il metodo stabilito dal riferimento seminale di Ti si mangiate la banana.
Addio, Leone di nome e di fatto.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro
Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La trasformazione delle immagini. L’inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-’83” (Mondadori Electa 2008), “Italia Reloaded. Ripartire con la cultura” (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco) e “Italia Revolution. Rinascere con la cultura” (Bompiani 2013). Cura su “Artribune” le rubriche inpratica e cinema; collabora inoltre regolarmente con “La Gazzetta del Mezzogiorno”, “minimaetmoralia”, “che-Fare”. Ha curato mostre personali e collettive, tra cui: “The Idea of Realism // L’idea del realismo” (2013, con Carl D’Alvia), “Concrete Ghost // Fantasma concreto” (2014), entrambe parte del progetto “Cinque Mostre” presso l’American Academy in Rome; “Amalassunta Collaudi. Dieci artisti e Licini” presso la Galleria d’Arte Contemporanea “Osvaldo Licini” di Ascoli Piceno (2014); “Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958)” presso lo spazio CUBO (Centro Unipol Bologna, 2015); “RIFTS_Abate, Angelini, Veres” (Artcore, Bari 2015); “Opera Viva Barriera di Milano” (Torino 2016); “La prima notte di quiete” (i7-ArtVerona, 2016).