Green pass e cultura. Polemica e non solo polemica

Al netto delle posizioni individuali, il dibattito sull’accesso ai luoghi di cultura durante una pandemia dovrebbe essere condotto con criterio e intelligenza. Perché è uno dei dibattiti chiave del nostro tempo.

Museo Egizio Torino
Museo Egizio Torino

In questi giorni di grande tensione relativa al green pass, molto spazio è stato dato dagli organi di stampa alle accuse contro coloro che riempiono di commenti negativi i musei, come il Museo Egizio, che richiedono il green pass per l’accesso. Poco però è stato detto sulla grande mole di commenti in positivo, riportando quindi una percezione forse un po’ distorta su quanto è realmente in corso. A ben vedere, infatti, la verve di comunicazione che sta accendendo gli animi di questi giorni non è esente da alcune caratteristiche tipiche della propaganda. E la propaganda, per quanto funzionale nel creare aggregazione intorno a un’opinione o un’idea, non sempre è funzionale alla reale comprensione della stessa. Dunque è importante provare a definire alcuni punti chiave:
il fenomeno di chi ritiene che il green pass per entrare nei musei sia illegittimo esiste, e coinvolge una fascia più o meno ampia della nostra cittadinanza. In quanto tale, quindi, andrebbe riflesso dai media in modo più trasparente;
il dibattito sul tema non è però unicamente condotto da chi si dichiara contrario al green pass: ci sono molti filo-green-pass che si esprimono difendendo apertamente le scelte dei musei;
queste due dimensioni determinano un potenziale dibattito interessante, che potrebbe raccontare molto sullo stato di salute del confronto sociale nel nostro Paese, condizione che invece pare essere più percepita come una minaccia che come un’opportunità.

LA NECESSITÀ DEL CONFRONTO

Beninteso, non si vuole certo qui fare apologia per qualsivoglia schieramento, quanto piuttosto indicare che è proprio con la logica dello schieramento, che è un po’ il nostro sport nazionale, che stiamo perdendo l’opportunità di definire un confronto che possa portare a una crescita della nostra società civile.
E ancora, ulteriore utile premessa, non si vuol certo sostenere che tale confronto debba avvenire su Facebook (anche se di fatto è lì che avviene), così come non si vuol certo qui negare che alcuni dei post pro-green-pass o no-green-pass vadano ignorati, o semplicemente presi per quello che sono: commenti su un social network che alle volte provocano, o che sono scritti da persone che non hanno maturato una riflessione strutturata sul fenomeno.
Perché se è vero che ci sono commenti ameni nella squadra degli antagonisti (“filonazisti vaccinazisti, vergogna”) è vero che tali commenti ci sono anche tra i sostenitori (“ma quando mai siete stati in un museo, no-vax ignoranti”).
C’è però da dire che, al netto di picchi poetici di questi haiku contemporanei, ci sono anche persone che cercano di riflettere sul fenomeno in modo serio e strutturato, perché la domanda che in fondo molti si pongono è se sia o meno corretto, secondo le nostre leggi, secondo la nostra Costituzione, e secondo i principi che sono alla base della nostra democrazia e della nostra interpretazione della società civile, vietare l’ingresso massivo di persone a servizi essenziali sulla base dell’adesione a prassi consigliate, ma che non sono state imposte ai sensi di legge.

Ci sono anche persone che cercano di riflettere sul fenomeno in modo serio e strutturato”.

Non si tratta, in fondo, di una domanda illegittima e la risposta, al di là della posizione personale di ciascuno di noi, dal punto di vista tecnico, non è così scontata. Questa è la dimensione più interessante del fenomeno, e non valorizzarla può essere funzionale, ma poco costruttivo. Se non c’è una risposta tecnica univoca, se quindi non stiamo parlando di leggi fisiche, c’è allora spazio per il dibattito. E la funzione del dibattito è quella di contribuire alla costruzione di opinioni più strutturate. Bisognerebbe quindi fare ciò che si fa ogni qualvolta che ci sono opinioni divergenti: filtrare le opinioni alla ricerca dei soggetti che hanno maggiori conoscenze e maggiore rappresentatività, di modo che possano fornire a chi legge una visione più ampia del fenomeno.
Piuttosto che valorizzare le rispettive accuse che si muovono reciprocamente i più facinorosi delle due tifoserie, sarebbe opportuno ricordare in modo molto concreto che la visione di un mondo diviso a metà, in cui da un lato c’è il volgo e dall’altro i sapienti, non assomiglia nemmeno un po’ al nostro modello sociale o, quantomeno, al modello sociale che amiamo proiettare e sostenere. Chi si occupa di cultura, quindi, dovrebbe cogliere questa opportunità: anche perché, probabilmente, quello in corso è forse il dibattito sul ruolo dello Stato più importante di questa generazione.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.