Ieri abbiamo pubblicato un editoriale di Massimiliano Tonelli, in cui si ragionava se – nel caso soprattutto dei musei più grandi – lo stare chiusi non fosse poi la scelta migliore, in vista di una ripartenza senza affanni, soprattutto economici. Oggi arriva la risposta di Cristiana Perrella, direttrice del Centro Pecci di Prato. Che non è d’accordo e ne spiega le ragioni.

Caro Direttore,
ho letto con interesse il tuo articolo di ieri sui musei chiusi. Apprezzo sempre le voci fuori dal coro e a maggior ragione in questo caso, in cui il dibattito sul tema è stato pressoché nullo.

LE SCARSE REAZIONI ALLA SECONDA CHIUSURA DEI MUSEI

La seconda chiusura degli spazi della cultura, da subito indiscriminata in tutta Italia, indipendentemente dal livello di rischio delle singole zone, ha suscitato infatti – con mia sorpresa – una debole reazione e pochissima discussione, a parte rare, singole voci.
Per quanto mi riguarda, la cosa che ho trovato difficile da accettare è stata proprio la mancanza di argomentazione del provvedimento. La nostra chiusura poteva essere una tra le varie misure plausibili per diminuire la circolazione di persone, cosa senz’altro necessaria per cercare di limitare il diffondersi del virus. Probabilmente non la più urgente né la più efficace, visto che quasi tutti i musei non muovono folle e che, comunque, le modalità già in atto a partire dalle riaperture di maggio prevedevano numeri contingentati di visitatori, ma non è questo il punto.

MUSEI CHIUSI? SPIEGARNE LE RAGIONI A CHI NON LI FREQUENTA

Il punto è che, se si decide di tenere aperto quasi tutto il resto – a differenza della chiusura di marzo – una spiegazione bisogna darla a chi lavora nel nostro comparto e a chi a questo fa riferimento come a un settore in grado di soddisfare un bisogno primario, che è quello dell’esercizio del pensiero critico, dell’immaginazione e del piacere intelligente dell’esperienza estetica, ancora più necessario in un momento come questo.
Ma soprattutto una spiegazione va data a chi i musei non li frequenta, o li frequenta poco. Perché non darla vuol dire contribuire ad affermare l’idea che della cultura (o almeno della sua esperienza fisica) si possa fare a meno. Questo periodo, invece, poteva diventare un’occasione per iniziare a cambiare le cose, per rendere i musei più familiari, almeno nel dibattito generale, affermandone l’importanza come luogo pubblico, accogliente, sicuro e anche sorprendente, in cui riconoscere alle persone un ruolo che non fosse solo quello legato alla produzione e al consumo. Si doveva aprirli di più, i musei, anziché chiuderli.

LA CULTURA VA SACRIFICATA?

Cecilie Hollberg, direttrice della Galleria dell’Accademia a Firenze, ha affermato in un’intervista alle pagine fiorentine de La Repubblica che, durante il periodo di riapertura, ha visto tornare un pubblico cittadino che non metteva più piede al museo da tempo, considerandolo un luogo per i soli turisti. Il museo, diceva Holberg, è diventato un presidio sul territorio.
Credo che questo sia valso per molti e sarebbe stato il caso di rifletterci: considerare il cambiamento del ruolo delle nostre istituzioni che la pandemia ha accelerato e che pone con urgenza domande nuove. A chi ci rivolgiamo? A cosa serviamo? Cosa possiamo fare?
Invece niente, solo l’asciutto annuncio del ministro Franceschini in tv da Fazio, poi il Dpcm del 3 novembre, qualche lamentela, un appello. E basta. Abbiamo chiuso come se fosse ovvio, come se la cultura fosse la prima cosa da sacrificare e il suo sacrificio quello meno carico di conseguenze. Si è parlato molto di più della chiusura degli impianti sciistici, quasi che il nostro settore non generi anch’esso un’economia significativa, che tocca molte persone, non solo chi lavora nei musei e per i musei (compresi i lavoratori esternalizzati, già spesso in condizioni di precariato e di scarsa tutela dei loro diritti), ma tutti coloro coinvolti nel loro indotto, che non sono pochi. Nessuna argomentazione da parte di chi le decisioni le ha prese, nessun dibattito approfondito da parte di chi le ha subite.

Cristiana Perrella, ph.OKNO studio
Cristiana Perrella, ph.OKNO studio

COME POSSONO CAMBIARE I MUSEI

Per questo, direttore, ho apprezzato quanto hai scritto, anche se non sono d’accordo. La tua è un’analisi, una lettura della possibile motivazione per cui siamo chiusi da due mesi mentre i ristoranti, i bar, i parrucchieri ecc. lavorano (quando si può lavorare). E di analisi c’è molto bisogno. Tu scrivi che senza il boost del turismo, delle scolaresche, delle entrate da servizi aggiuntivi una buona parte dei musei non ce la fanno a stare aperti, che è meglio aspettare e ripartire quando si potrà farlo alla grande.
È una valutazione meramente economica dei pro e contro e un’idea che non condivido, perché credo che affrontare la difficoltà del presente, magari a orario ridotto, magari aprendo solo una parte del museo, avrebbe avuto e avrà un valore grande, quello di affermare una presenza, un ruolo, di dare un segnale positivo di energia e accoglienza che probabilmente le persone non dimenticheranno.
E poi le economie dei grandi numeri chissà quando torneranno (se ha senso che tornino), meglio sperimentare nel frattempo altre strategie, altri ruoli.

IL CASO DEL CENTRO PECCI DI PRATO

Tu giustamente fai un distinguo fra musei votati ai grandi flussi di visitatori – quelli più in crisi – e musei fuori da quei flussi, affermando che si sarebbe potuto procedere in modo più “sartoriale”, lasciando ai direttori (o ai Comuni, come propone l’ANCI) la scelta se aprire o meno. Sono d’accordo, così come un altro distinguo da fare è quello che riguarda i musei finanziati in maggior parte da fondi pubblici. Per questi, come il nostro, sostenere la funzione di servizio di interesse generale, dunque aprire, è un dovere fondamentale. Possiamo e dobbiamo assolverlo, ora a maggior ragione.
La nostra esperienza al Centro Pecci dice che è possibile farlo rimanendo economicamente sostenibili anche con le difficoltà degli ultimi mesi: chiudiamo il 2020 in pareggio di bilancio, con una programmazione che abbiamo tenuto viva e dinamica, anche se adattata alla contingenza, aumentando e diversificando l’offerta, online e offline – mostre ma anche laboratori per famiglie e ragazzi e un programma estivo quotidiano di cinema, concerti e talk –, convinti che fosse il momento di mettere a disposizione della comunità tutto quello che avevamo, di dare un segnale positivo rimanendo attivi, avendo una voce e inventando risposte a domande che non c’erano mai state prima. Segnale che è stato recepito, come i numeri dei visitatori (con medie giornaliere spesso superiori all’anno scorso) e il feedback di stampa e social hanno dimostrato.

MUSEI CHIUSI E COSTI CHE RESTANO INVARIATI

La differenza di costi tra stare aperti o chiusi è essenzialmente quella della guardiania. Se si resta chiusi, viene coperta dalla cassa integrazione, ma è un “risparmio” discutibile perché comunque fatto a spese della comunità e dei lavoratori. La compensazione delle mancate entrate attraverso i ristori è poi molto parziale, almeno nella nostra esperienza. Coprendo solo la biglietteria lascia fuori le attività didattiche, i laboratori, l’affitto spazi, da cui derivano percentuali importanti delle nostre entrate, oltre ai danni determinati dal ritiro di alcuni sponsor.
Meglio allora ricevere contributi per continuare l’attività anche con meno pubblico e meno introiti. Stare chiusi non è per forza la scelta migliore, si può invece aprirsi al cambiamento, alla sperimentazione, al pubblico.

– Cristiana Perrella

*Cara Cristiana,
Continuo ad essere convinto che questo, per qualche mese, debba essere il tempo dell’elasticità e della flessibilità. In questa fase storica del nostro Paese, mi fido molto dei direttori di musei che (come tu dimostri nel tuo operato e in questa lettera) sono lucidi, scrupolosi, preparati, appassionati, visionari ma concreti al tempo stesso. Credo che la scelta vada di qui in avanti lasciata a loro: chi se la sente – sotto ogni punto di vista – faccia liberamente il tentativo di riaprire, chi ritiene invece corretto aspettare ancora qualche settimana, lo faccia con altrettante libertà.
M. T.

Dati correlati
CuratoreCristiana Perrella
Spazio espositivoCENTRO PER L'ARTE CONTEMPORANEA LUIGI PECCI
IndirizzoViale Della Repubblica 277 - Prato - Toscana
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Cristiana Perrella
Curatrice e critica, attualmente Direttrice del Centro Pecci di Prato, ha diretto dal 1998 al 2008 il Contemporary Arts Programme di The British School at Rome. Dal 2007 al 2009 ha ideato e avviato per RISO – Museo d’arte Contemporanea della Sicilia, l’attività di un’agenzia per lo sviluppo dell’arte giovane (SACS-Sportello per l’Arte Contemporanea in Sicilia), essendone curatrice nei primi due anni e di nuovo nel 2012-2013. Dal 2009 al 2017 ha curato la parte artistica delle attività della Fondazione Golinelli di Bologna. Nel 2016, è stata una delle curatrici della 16a Quadriennale di Roma. Come curatrice indipendente ha collaborato con istituzioni Italiane e internazionali, tra cui il MAXXI, per cui ha curato nel 2010 una delle mostre con cui il museo si è inaugurato, proseguendo poi la collaborazione con altri tre progetti espositivi e la Fondazione Prada. Dal 2004 al 2010 ha insegnato “Fenomenologia dell’arte contemporanea” alla facoltà di Lettere dell’Università di Chieti e dal 2013 al 2017 allo IED di Roma.