Se la maggior parte delle istituzioni culturali italiane sta tentando di pensare alla ripresa, i Musei Civici di Venezia hanno comunicato che resteranno chiusi fino ad aprile. Lasciando intendere che questa scelta è legata all’assenza di turismo. Ma che fine fa, in questa maniera, il loro valore “civico”?

Non si può parlare di Venezia (e nemmeno pensare di amministrarla) senza avere piena consapevolezza del suo valore culturale e artistico. Un’offerta senza pari nel mondo che va promossa e tutelata in quanto portatrice di valori culturali, sociali, storici ed economici legati strettamente alla città. Risorse collettive che non si possono commercializzare in modo superficiale e riduttivo. Eppure, mentre ci si chiede quando riapriranno i musei di tutta Italia (e non solo), a Venezia si gioca d’anticipo e senza alcuna indicazione nazionale si decide di tenere TUTTI i Musei Civici totalmente chiusi fino ad aprile. E non parliamo solo di una chiusura degli ingressi, ma di un blocco anche di tutte le attività connesse: da quelle scientifiche a quelle di conservazione, fino a congelare anche ogni programmazione e pianificazione per la ripresa (ipotecando, tra l’altro, l’opportunità di usufruire delle risorse che il Recovery Fund destinerà alla cultura, quindi rinunciando volontariamente a milioni di euro). Una perfetta (e misera) rappresentazione di come i nostri preziosi luoghi della cultura, a Venezia (e purtroppo non solo), siano considerati “inutili” quando deprivati della loro “unica” funzione economica di attrazione turistica; accessori dispendiosi di diletto cui rinunciare facilmente e non risorse fondamentali per la cittadinanza, o per l’accoglienza, o la crescita, magari per lo sviluppo o la ripresa. E questo è un problema, perché se qualcosa ci ha insegnato questo periodo difficile per la cultura (a Venezia e non solo) è quanto sia rischioso sovrapporre, o peggio subordinare, un settore complesso come quello culturale a quello del turismo senza definirne punti di contatto e differenze. Tanto più se il “successo” o meno di questa unione viene individuato solo dalla conta totale di ingressi e incassi (con numeri e statistiche non “raffinate” e spesso derivanti dall’overtourism).

CHIUSURA DEI MUSEI E ASSENZA DI TURISMO

Una situazione, questa dei Civici di Venezia, che purtroppo dimostra come anche un modello gestionale sulla carta solido e ricco di potenzialità, nato da un patto di valore tra istituzioni pubbliche, società civile e in sinergia virtuosa con i soggetti privati, se piegato a logiche contingenti, “volatili”, che ne sbilanciano l’intera offerta di servizi verso la sola “gestione” dei flussi di cassa, vincolandone la struttura organizzativa alla sola bigliettazione turistica, prima ancora che verso una più stabile e sostenibile accessibilità inclusiva, per quanto sia in salute può perdere rapidamente il proprio slancio. Un modello che in tempi di abbondanza pareva funzionare a meraviglia (pareva), ma che oggi purtroppo dimostra tutti i suoi limiti (a Venezia come nelle grandi realtà del resto d’Italia), arrivando a considerare/rendere quei preziosi luoghi della cultura ‒ infrastrutture identitarie di prossimità fondamentali ‒ bellissimi (non)luoghi praticamente “inutili” in quanto deprivati della loro “unica” funzione riconosciuta (quella economica di attrazione) mortificandoli.
Perché la “scusante” per questa situazione è che non essendoci turisti non ci sono soldi. Quindi innanzitutto risulta chiaro come l’amministrazione consideri i nostri luoghi della cultura solo come “turistifici”, a uso esclusivo del visitatore extraterritorio; secondo poi, rispetto a quanto detto dalla Fondazione che parla di ammanchi per 7 milioni di euro, va ricordato che la Fondazione stessa ha goduto del grande sostegno diretto ai musei non statali che è arrivato dallo Stato: un totale di 50 milioni di euro sotto forma di ristori sulla mancata bigliettazione per garantire il settore con le sue migliaia di realtà ancora sotto scacco della crisi (e con migliaia di lavoratori senza certezze per il futuro), che ha grandemente favorito proprio realtà come Venezia, con una quota di assegnazione di un po’ di più di 7 milioni di euro direttamente versati alle casse della Fondazione Musei Civici. Quindi?

Riformare la governance culturale della città di Venezia allora non è più solo una opportunità ma è una necessità se si vuole realmente uscire dallo stallo imposto dalla pandemia”.

La situazione delle riaperture dei Musei Civici semplicemente dimostra come riformare la governance culturale della città di Venezia non è più solo una opportunità ma è una necessità. Serve cambiare e serve farlo subito. Serve capire come intercettare nuovi visitatori seguendo nuove traiettorie nell’offerta, anche culturale. Serve tornare a fare dei nostri musei dei presidi di comunità, e poi degli hub per la cittadinanza temporanea, il che non significa solo garantire l’accesso fine a se stesso, ma offrire servizi differenti e integranti quelli di visita, anche turistica. Tenere i nostri luoghi di cultura in un regime d’incertezza/chiusura per chissà quanto significa solo perpetrare una immagine (anche internazionale) di città priva di identità. I musei sono rappresentazione dello stretto rapporto della comunità col proprio territorio e come tali sono al servizio della comunità, risorse tanto economiche che sociali. Un peccato e uno spreco di risorse che rischia di portare rapidamente alla desertificazione del settore, soprattutto nella sua componente civica. Senza contare i danni sia dal lato di produzione e progettazione che da quello di sponsor e sostenitori. Il rischio è “semplicemente” dilatare i tempi della ripresa (già presumibilmente lunghi). Eppure a oggi non c’è alcun effettivo progetto o piano pubblico di rilancio, tanto meno di sviluppo e programmazione volta non solo al riconoscimento del “valore culturale” ma anche al rinnovo dell’esperienza offerta dai nostri musei. E quale futuro può avere quella città (Venezia) che a settembre, confidando in una rapida riapertura, investiva € 6.000.000 per finanziare il proprio casinò, e solo € 600.000 per interventi e restauri nei propri musei? (€ 600.000 : 11 musei = € 54.5454 a museo).

RIPENSARE LA GOVERNANCE DI VENEZIA

Allora che da tutto questo si tragga insegnamento e si rivedano quelle dinamiche tanto quanto il modello stesso, per tutelarne le finalità, rinnovandolo, ripartendo dallo spirito di condivisione e messa a valore del patrimonio che ha costituito quello stesso patto a suo tempo, soprattutto ora che siamo prossimi alla ripresa, soprattutto ora che abbiamo l’opportunità di farlo. Perseguire le vecchie logiche, gli stessi schemi, significa non considerare la cultura né un bene per la cittadinanza né come un reale asset di sviluppo, ma solo un orpello fine a se stesso. In questo senso, riformare la governance culturale della città di Venezia allora non è più solo una opportunità ma è una necessità se si vuole realmente uscire dallo stallo imposto dalla pandemia. A iniziare dal nodo irrisolto del non aver (ancora) un “vero” assessore alla cultura, condizione che mina alla base ogni possibilità concreta di pianificazione strategica.
Perché riaprire la cultura, oggi, non significa solo tornare a “sbigliettare”, significa (dovrebbe significare) anche ridisegnare un modello di accoglienza e accessibilità che in tempi di abbondanza pareva funzionare (pareva), ma che oggi purtroppo dimostra tutti i suoi limiti (a Venezia come nelle grandi realtà del resto d’Italia). Perseguire le vecchie logiche, gli stessi schemi, o peggio aspettare pigramente che la buriana passi significa considerare la cultura solo un bell’oggetto fine a se stesso. Esattamente come prima della pandemia, quindi perseguendo ancora una volta la politica turistica ante-Covid dello “sfruttamento del nostro petrolio”, con buona pace dei cittadini, ma soprattutto dimenticando che i musei non sono solo attrazioni turistiche ma presidi culturali civici, di appartenenza, fondamentali per il recupero del tessuto sociale e delle sue relazioni più umane.

Massimiliano Zane

**AGGIORNAMENTO**

Nelle ore successive alla divulgazione della notizia relativa alla chiusura dei Musei Civici veneziani fino al 1° aprile, la rivista indipendente Ytali ha lanciato sulla sua pagina web una raccolta firme per invitare il sindaco Luigi Brugnaro, vicepresidente della Fondazione Musei Civici con delega alla cultura nella giunta comunale, “a tornare sulle sue decisioni e a promuovere una discussione aperta“. Nel momento in cui si scrive, sono centinaia le adesioni raccolte in risposta all’appello “a difesa della vita culturale della città e delle sue istituzioni culturali, colpite duramente dalla crisi in corso e non tutelate da chi ha la responsabilità istituzionale e politica di farlo“. [Redazione]

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Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.