Molto rumore per nulla: l’opinione di Antonio Ottomanelli sul caso della statua di Montanelli

Potere evocativo delle immagini, iconografia del potere, spazio pubblico: il fotografo Antonio Ottomanelli ripercorre la vicenda della statua imbrattata di Indro Montanelli e spiega perché non vale la pena parlarne.

Hands of Victory, Baghdad 2011 ph. Antonio Ottomanelli, courtesy dell'autore
Hands of Victory, Baghdad 2011 ph. Antonio Ottomanelli, courtesy dell'autore

Artribune mi ha chiesto di intervenire in merito all’attuale dibattito sul movimento statuicida che in Italia ha interessato, più in termini teorici e molto poco fattivi, la statua di Indro Montanelli ai giardini di Porta Venezia. È stato detto tutto riguardo Montanelli, riguardo quella statua in relazione a molte altre, da quella di Pasolini a quella di Mike Bongiorno. Come spesso accade in Italia, il dibattito si fa disturbante, figlio della miseria culturale in cui viviamo, diventa acrobazia ipotetica, gesticolazione retorica, tappezzeria culturale. Ma se smettiamo di guardare a quello che non succede a Milano, e iniziamo a osservare quello che succede davvero in Italia e all’estero, allora molto deve ancora essere detto sulla natura e il diritto dello spazio pubblico. Io voglio partire da un ricordo a cui sono molto legato.  Un pomeriggio di settembre, nel 2012. Ero a Baghdad da una settimana. Dormivo in un hotel tra Karrada e Firdos Square. Ma non avevo ancora visitato quella piazza, forse la più nota della guerra in Iraq. Il 9 aprile 2003, solo venti giorni dopo l’inizio della guerra, la statua di Saddam Hussein venne sradicata dalla folla in piazza Firdos. Tutti, della mia generazione e quelle prima, ricordano quella piazza e quell’azione, come simbolo dell’invasione dell’Iraq. “Baghdad è caduta”.

Dokam Dam, Kurdistan, Region Iraq, ph. Antonio Ottomanelli, courtesy dell'autore
Dokam Dam, Kurdistan, Region Iraq, ph. Antonio Ottomanelli, courtesy dell’autore

LA STATUA DI SADDAM HUSSEIN: LA POTENZA DELLE IMMAGINI

Una immagine straordinaria, sapientemente costruita. L’immagine è potente perché è drammatica. Ovvero è una spettacolarizzazione della realtà. “Baghdad è caduta”. Il dramma è pure nell’inquietudine che si impadronisce dello spettatore, che rimane nel dubbio se ci si trovi davanti a una finzione o alla realtà. Come l’immagine della notte delle bombe del 1991 durante l’operazione desert storm, la prima guerra trasmessa in diretta tv.
Queste immagini sono momenti privilegiati, che in-fingono, fingono dentro, toccano dentro, la memoria del presente. Queste immagini e la memoria di esse hanno una potenza che educa e forma il nostro sguardo, sono i significati che vengono fissati sul territorio e diventano – usando i termini della fisica quantistica – la forza fondamentale di un determinato luogo, di un determinato ecosistema e del suo equilibrio dinamico, Il suo genius loci appunto.
Questi sono i significati che compongono le città. Immagini intense, di profondo valore emozionale e forza persuasiva. Sono fatte con la materia del reale più elementare. Queste immagini sono estratte dal presupposto causativo dello spazio pubblico, dal suo divenire fisico e morale, dal suo carattere fondativo che è l’imprevedibilità. La possibilità che avvengano cambiamenti improvvisi e profondi della forma fisica e culturale, della portata simbolica e memoriale, della condizione identitaria del luogo in cui queste trasformazioni si manifestano. Lo spazio pubblico è sempre una infrastruttura di rivoluzione. Lo spazio pubblico è sempre il luogo del conflitto.

IL DISCORSO SULLO SPAZIO PUBBLICO: OPERE DIVERSE E CONTROVERSE

Queste immagini illuminano i margini fenomenici dello spazio pubblico, inteso come fatto collettivo, come dimora onirica del collettivo. Così Walter Benjamin definiva il monumento; quella dimora onirica che è la casa di Adamo in Paradiso, quell’idea su cui si costruisce ogni opera dell’uomo e di cui le forme si fanno evocative.
Ogni opera si fonda su un’ideologia, su un sistema di idee proprie di un gruppo sociale o di un movimento. Che si tratti di opere collettive o individuali, di opere materiali o intellettuali, le opere sono veicolo e simbolo di cambiamenti improvvisi e profondi del paesaggio fisico e culturale in cui essa prende forma. Anche la distruzione può essere un’opera.
Può essere un’opera di obliazione, espressione di forze economiche private che entrano in gioco assoggettando il bene comune. Come nel recente caso della demolizione del Teatro Kombetar a Tirana (qui la risposta del Sindaco e la lettera aperta degli intellettuali albanesi, ndr). Può avere la forma di un basamento vuoto a piazza Firdos a Baghdad. O ancora la distruzione può avere la forma del Third Precinct della polizia di Minneapolis in fiamme durante la notte del 28 maggio 2020. Opere diverse, controverse come i conflitti che le accompagnano.

La statua di Indro Montanelli a Milano vandalizzata, 2020
La statua di Indro Montanelli a Milano vandalizzata, 2020

LA FUNZIONE EVOCATIVA DEL MONUMENTO

La funzione evocativa del monumento vive nelle trasformazioni successive, ogni volta riaffermando la propria validità temporale che perpetrando se stessa tende ad una dimensione di eternità, e nella morte (il monumento) diventa significante, mutando i riferimenti parziali rispetto al tutto.  A piazza Firdos è ancora viva quell’azione di scardinamento violento. Saad, ancora oggi, non vuole avvicinarsi a quel basamento. I monconi degli agganci in ferro sul piedistallo vibrano ancora della tensione di quel giorno del 2003. Hanno un valore sacrale. “Baghdad è caduta”.  La preventiva messa in sicurezza delle statue e dei monumenti, come è avvenuto a Londra per quella di Churchill e il Cenotafio, è l’espressione di una idea di società regolata da grammatiche predittive, basata su anticipazioni e previsioni. Nascondere brani di città, limitando la libertà di azione, seppur in nome del decoro e della pubblica sicurezza, vuol dire accettare e promuovere operazioni di smemoramento collettivo. La città consiste di un sistema di significati fissati su di un territorio e la memoria è quella forma di linguaggio che usa questi significati. L’azione ed il movimento usano il linguaggio della memoria. Per questo è indispensabile tutelare il diritto all’azione libera, l’imprevedibilità del movimento, per difendere i meccanismi e i contenuti della memoria. La memoria insieme al movimento sono le sostanze che rendono possibile ogni forma di relazione permettendo la conseguente formazione di ideologie, mentre l’imprevedibilità genera lo spazio pubblico. L’ideologia incontra lo spazio pubblico per creare nuove comunità. Questo incontro può anche avvenire in maniera conflittuale e violenta, fissando significati drammatici sul territorio e tragedie nella memoria collettiva.

ANCORA SULLE STATUE: IL CASO INDRO MONTANELLI

Finiamo a Milano, dove invece due adolescenti imbrattano la statua di Indro Montanelli ai giardini di Porta Venezia. Partiamo dalla mia posizione: il diritto all’atto va difeso. Va tutelata la legittimità delle azioni che hanno alone di ribellione contro la logica dominante. Ma non è questo il caso, e questo gesto va compreso e ridimensionato, senza caricarlo di valori e di prospettive che non gli appartengono. Innanzitutto dobbiamo considerare questo gesto solamente in relazione al contesto sociale, quello milanese. E siamo costretti ad ammettere che in quel contesto, ancora una volta, vengono informati e poi diffusi fatti – come prodotti – che sembrano essere orientati verso un unico ideale culturale – quello dominante – del consumo a buon mercato. Un modello che traveste la superficialità da leggerezza, per creare un alibi ad essa. Ma la leggerezza è concetto nobile, la superficialità e l’assenza di coscienza critica non lo sono. Spero di sbagliarmi. Ma questi due studenti, forse, guardano con maggiore interesse agli aspetti più materiali degli scontri attualmente in corso in alcuni stati esteri. Adottano i linguaggi più controversi, mettono in campo le azioni più omologate e meno incisive, di battaglie che hanno radici molto profonde e complesse. Sfide per la realizzazione di una società fondata su un modello bio-politico teso alla promozione e alla difesa dei diritti. Scontri per una società che si oppone ad un paradigma di gerarchie di colore, classe e genere. Lotte che hanno avamposti di azione violenta e di pensiero militante anche qui in Italia. Frontiere dove la presa di coscienza diventa un processo di soggettivazione ed emancipazione al di fuori della logica imperante. Ma per vivere queste frontiere bisogna sviluppare una prossimità di interessi, bisogni e prospettive comuni con gli invisibili, superando le logica cosmetica per ri-mettere al centro le persone e le idee. Bisogna vivere lo spazio di conflitto perché solamente li è possibile la rivoluzione dello sguardo.

Murat, Bari, Hands of Victory, Baghdad 2011 ph. Antonio Ottomanelli, courtesy dell'autore
Murat, Bari, Hands of Victory, Baghdad 2011 ph. Antonio Ottomanelli, courtesy dell’autore

RIMUOVERE LA STATUA DI MONTANELLI? LE PROPOSTE

La critica alla società contemporanea non può essere costruita sulla base di queste azioni. Non può basarsi su proposte irragionevoli come quelle avanzate dai Sentinelli, di rimozione della statua di Indro Montanelli oppure, in alternativa, di affiancare la statua di Destà con la scritta ‘consorte’. Sia ben chiaro, in Etiopia Montanelli è figlio del suo tempo e fa una scelta che ovviamente esprime un certo modo di guardare alla società secondo una gerarchia di razza. E questo modo di guardare la società va riconosciuto e deve essere combattuto, ovunque, sempre. Ma la lotta per i diritti civili non può accettare una visione del mondo e delle reali tensioni in atto ridotta ai minimi termini. Non può esercitare una visione didascalica della società. La ridicola proposta dei Sentinelli è l’esempio più chiaro dell’atrofizzazione del pensiero critico. E questa atrofizzazione genera l’ombra di fatti mostruosi, come quella di un monumento alla violenza sessuale. Spero di vivere in una condizione storica in cui certi gesti e certe proposte non assumano un significato importante. Per adesso sono solo due studenti che hanno imbrattato una statua. Se le strade fossero davvero in fiamme, e le statue rivoltate o fracassate o sparate per davvero, allora varrebbe davvero la pena parlarne e prenderne parte, in un modo o nell’altro.

Antonio Ottomanelli

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Antonio Ottomanelli studied architecture in Milan and Lisbon. Till 2012 he was Adjunct Professor at the architecture planning department – Milan polytechnic. His training led him to develop an interest in photography as a tool with which to investigate the territory, not so much in terms of landscape or cityscape, but as an indicator of social dynamics and geopolitical tensions. Ever in search of the deepest motivations underlying the issues that determine global equilibria or local vicissitudes, Ottomanelli does not photograph events, be they wars, revolutions or protests, but rather the tangible signs of the tensions underpinning them. Antonio Ottomanelli’s work has been presented in numerous international festivals and institutions, in Berlin, Arles, San Paolo, Dallas, New York, London, Holon and Amman. He has exhibited in both solo and group shows in Italy and abroad.