La Market Art Fair di Stoccolma è un nuovo modello di fiera d’arte da cui imparare qualcosa
Tra principi di democrazia ed equità, Stoccolma si candida a modello per le fiere di arte contemporanea. Resoconti e riflessioni dalla preview della fiera d’arte più a nord del mondo che compie vent'anni
Dimenticate il lusso di TEFAF e la scala monumentale di Art Basel: tra le isole e i ponti di Stoccolma c’è una fiera discreta, ma non priva di ambizione, che si è affermata come vetrina dell’arte contemporanea del Nord del mondo. Una fiera che fa il suo dovere e porta a casa i risultati senza frastuono né ostentazione, in perfetto stile scandinavo. Un marketplace in cui si vende, sì, ma in cui contano soprattutto le connessioni umane e la qualità dei contenuti proposti. Fondata nel 2006 dalla collaborazione di una serie di gallerie di Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia, la Market Art Fair è arrivata fino ad oggi dimostrando che un modello alternativo di fiera è possibile. L’edizione numero 20, aperta al pubblico dal 23 al 26 aprile 2026 al Magasin 9, nei giorni in cui si tiene la Stockholm Art Week, diventa allora un’occasione di riflessione sul ruolo che la Market Art Fair si è ritagliata nel mercato dell’arte contemporanea.

La storia della fiera Market di Stoccolma
Per comprendere davvero l’identità della fiera, è necessario fare un passo indietro e tornare alle sue origini, quando nacque con l’intento di creare uno spazio di incontro e di scambio tra gallerie, artisti e collezionisti nel contesto nordico, una realtà relativamente isolata rispetto al resto del mercato. L’ammissione alla fiera era allora rigorosissima: solo un numero limitato di gallerie, provenienti dai cinque Paesi nordici, superava la selezione del comitato presieduto da Lars Nittve, già direttore della Tate Modern di Londra. Ne risultava, dunque, una fiera orgogliosamente in formato boutique, in cui l’obiettivo ultimo era quello di mettere in luce il meglio dell’arte contemporanea del Nord, ponendo al centro la qualità dei contenuti proposti e la possibilità di instaurare relazioni professionali significative. A distanza di vent’anni, la Market Art Fair ha conservato il proprio DNA, pur abbracciando inevitabilmente nuove trasformazioni.
A partire dallo scorso anno, infatti, la fiera ha adottato un approccio più flessibile, aprendo la selezione anche a gallerie internazionali con artisti non nordici. “Imporre troppe restrizioni non porta a collaborazioni a lungo termine”, ha dichiarato la direttrice della fiera, Sara Berner Bengtsson, commentando una novità che è comunque stata ben recepita dai collezionisti. “In un’epoca caratterizzata da chiusura mentale e nazionalismi, rimanere aperti allo scambio culturale oltre i confini diventa più importante che mai”, aggiunge. Così, per la 20esima edizione, gli espositori hanno raggiunto la cifra record di 54, coprendo 8 Paesi diversi per un totale di 150 artisti. Le opere d’arte presentate sono per l’80% legate al contesto nordico e internazionali per il rimanente 20%. Una combinazione vincente che – continua Bengtsson – permette al pubblico “di imparare cose nuove pur mantenendo una solida connessione con il mercato regionale”.

Gli highlight della Market Art Fair a Stoccolma
Ma di fatto cosa c’è da vedere tra gli stand della fiera più a Nord del mondo? La galleria i8 di Reykjavík propone una personale dell’artista danese-islandese Olafur Eliasson, già protagonista di una personale a Palazzo Strozzi a Firenze. Tra le opere spicca Rare metallic plant (2026), una scultura che si sviluppa verticalmente dalla giustapposizione di forme geometriche realizzate con scarti di zinco riciclati. Un’anteprima di Biennale di Venezia arriva invece alla galleria inglese Season 4 Episode 6, che mette in risalto il lavoro dell’artista finlandese-svedese Benjamin Orlow, uno dei tre rappresentanti del padiglione nordico nell’edizione di quest’anno. Lo stand di Belenius (Svezia) presenta invece uno stand dal forte impatto scenografico, ispirato all’estetica del Chelsea Flower Show, con elementi botanici che esplorano il tema della sostenibilità. Tra i nomi su cui punta la galleria, spicca l’italiana Isabella Ducrot, artista tessile classe 1931 che, nonostante l’esordio tardivo (ha preso in mano il pennello a cinquant’anni, come lei stessa ha raccontato in passato), è diventata riconosciuta a livello internazionale per i suoi collage su tessuto. Tra i suoi progetti più recenti, su invito di Maria Grazia Chiuri nel 2024 Ducrot ha creato la scenografia per la sfilata di Dior SS24 al Museo Rodin di Parigi. L’altra presenza italiana alla fiera si trova alla Finch Project di Bath, dove l’italiana Romina Bassu indaga, attraverso la pittura, come gli stereotipi e le immagini diffuse della donna influenzino l’esperienza vissuta.

Le prime vendite delle gallerie alla Market Art Fair
Andando a indagare le prime vendite realizzate durante la preview, alla Galleri Helle Knudsen di Stoccolma hanno riscosso successo le piccole ma accattivanti sculture in ceramica dell’artista svedese Moa Holm Niklasson (al debutto in una fiera), vendute per 18.000 SEK (circa 17.000 euro) l’una. Sempre dalla capitale svedese, la Coulisse Gallery ha invece puntato sul giovane artista di GöteborgJonatan Pihlgren, le cui opere esplorano il tema delle sottili metamorfosi del quotidiano, in una pratica artistica basata sul collage e guidata essenzialmente dall’improvvisazione. Durante la preview, una tela e un pannello di piccolo formato firmati dall’artista sono stati venduti a 21.000 SEK (circa 1.900 euro) ciascuno, IVA esclusa. Un buon inizio per questa galleria fondata soltanto nel 2022 ma che ha già iniziato a ricevere numerosi apprezzamenti a livello internazionale, in particolare durante l’edizione 2025 di Frieze a Londra.

Market Art Fair. Un’altra idea di fiera
Stand, opere, gallerie: all’appello non manca nulla. La scena è quella che ci si aspetta da una fiera, eppure Market Art Fair è diversa. A fare la differenza sono i valori su cui poggia, gli stessi del Paese che la ospita. In primo luogo i principi di uguaglianza (estesa oltre il solo concetto di genere) e democrazia che si riflettono in tanti piccoli aspetti, dall’estesa partecipazione femminile alla rilevanza attribuita soprattutto all’arte del popolo Sámi (come ad esempio Carola Grahn alla Galleri Nicolai Wallner di Copenhagen). È una fiera che evidenzia anche i cambiamenti legati non solo al mercato, ma anche alla società. Per esempio, tra gli stand si notano almeno tre artisti uomini che si dedicano al ricamo, mentre si assiste ad una riscoperta della ceramica, del vetro e del tessile – a lungo rilegati all’ambito dell’artigianato – come parte integrante del mercato dell’arte. È una fiera che crede nel sostegno agli artisti, spesso emergenti, che ospita; per questo motivo, “i proventi delle vendite vengono divisi a metà: il 50% va all’artista e il 50% alla galleria. Un equilibrio che permette alle gallerie nei Paesi nordici di restare solide sul mercato e, allo stesso tempo, agli artisti di vivere del proprio lavoro”, commenta la direttrice Sara Berner Bengtsson.
È una fiera che non crede nelle gerarchie e rivendica un atteggiamento disinvolto, in perfetta sintonia con lo spirito nordico poco incline alle formalità. Così, ogni anno gli stand vengono assegnati secondo un principio di rotazione, mentre, alla cena che precede l’apertura, galleristi, artisti, curatori, giornalisti e rappresentanti delle istituzioni culturali svedesi siedono assieme, mescolandosi senza distinzioni attorno allo stesso tavolo. È d’altronde proprio questa enfasi sulla convivialità a rappresentare un altro degli elementi più distintivi della Market Art Fair. Una galleria con esperienza di fiere sia nel contesto italiano sia in quello scandinavo ci ha confidato in forma anonima come, nelle manifestazioni italiane, spesso risulti meno strutturata questa dimensione sociale più ampia, fatta di eventi collaterali capaci di favorire connessioni autentiche. In questo senso, Market Art Fair emerge come esempio virtuoso: qui “le gallerie non competono tra loro, non è quello che vogliono”, dichiara Bengtsson, argomentando la scelta della fiera di mettere in relazione gallerie affermate e realtà emergenti, favorendo visibilità e scambio anche per chi è alla prima partecipazione.
Possiamo immaginare nuovi modi di fare una fiera d’arte?
A fiera inaugurata, la domanda che sorge spontanea allora è: il modello proposto dalla Market Art Fair è esportabile? Secondo Sara Berner Bengtsson, sì. Il principio di democraticità e l’assenza di gerarchie che sono alla base della fiera di Stoccolma “possono essere una lezione per molte altre fiere. Credo sia soprattutto necessario abbattere la divisione tra grandi gallerie e spazi emergenti, dal momento che spesso sono queste a contribuire in modo più rilevante alla scena artistica internazionale”. Una dichiarazione che rispecchia la natura di Market Art Fair, una fiera piccola ma determinata a ritagliarsi uno spazio significativo nel mercato dell’arte internazionale. “Il nostro intento è orientare il futuro della scena artistica nordica”, conclude Sara Berner Bengtsson, che continua: “È un obiettivo ambizioso, ma il potere che ha una fiera d’arte non deve mai essere sottovalutato”. E chissà se questo approccio e questa energia sapranno trovare spazio anche oltre i confini della regione nordica.
Jennifer Marie Collavo
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