Artissima 2019: le 10 migliori opere della fiera secondo Artribune

All’Oval Lingotto si respira quest’anno un clima moderatamente positivo. E come sempre non mancano le proposte audaci. Ecco quali sono le dieci più meritevoli secondo noi

Siamo nel clou della Art Week Torinese, che ha riempito la città di mostre, appuntamenti e fiere collaterali. Dopo avervi mostrato le immagini di apertura della 26esima edizione di Artissima e le prime considerazioni generali, ora passiamo a uno sguardo più ravvicinato sulle gallerie e i relativi stand e su quello che hanno tirato fuori in occasione della kermesse di quest’anno. Quali sono le dieci migliori opere della fiera?

-Giulia Ronchi

1. SUPERSTUDIO DA PINKSUMMER (GENOVA)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Superstudio

Apriamo la lista con una grande installazione di Superstudio, il collettivo al quale la Galleria Pinksummer dedica l’intero stand, assieme a stampe e disegni affissi alle pareti dello spazio. Al centro, La Moglie di Lot, una narrazione della storia dell’architettura – secondo la visione degli artisti – che passa per i suoi archetipi fondamentali. Chiusi sotto teca e realizzati interamente di sale, troviamo i modellini in scala di una piramide, dell’Arena di Nimes, di una chiesa romanica, del Padiglione di Maria Antonietta al Louvre e del Pavillon de L’Esprit Nouveau realizzato da Le Corbusier a Bologna. Una volta attivato il meccanismo, da una cannula posta in alto sgorga lentamente una goccia che cade sulle strutture, disintegrandole gradualmente. Il sale disciolto cade in un bacino di raccolta posto sotto, andando a corrodere una targa di ottone che porta incisa un’unica parola: OBLIO.

2. LOREDANA LONGO DA FRANCESCO PANTALEONE (PALERMO/MILANO)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza – Loredana Longo

È una serie che Loredana Longo (Catania, 1967) porta avanti da svariati anni. Tramite i suoi Carpets l’artista riesce a mettere idealmente l’Oriente e l’Occidente in dialogo: su tappeti mediorientali, infatti, imprime a fuoco brevi frasi estrapolate dai discorsi dei politici occidentali, presi soprattutto dai media anglosassoni, “amavo profondamente le espressioni dei discorsi di Obama, mentre ammiravo la forza e la fermezza della Tatcher. Mi interessa che siano discorsi positivi, fondati su un messaggio di rinascita”, ci racconta durante il nostro incontro ad Artissima. E sui tappeti (calpestabili!) leggiamo: “Diversity is our strenght”, “No great goal was ever easily achieved” “Where is a will there is the way

3. NICOLA BOLLA DA PHOTO & CONTEMPORARY (TORINO)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Nicola Bolla

È probabilmente l’opera più instagrammata (e opulenta) della fiera. Photocontemporary espone una Vanitas composta da uno scheletro a grandezza naturale, addormentato sulle poltroncine rosse di un cinema con la bocca aperta. Con tanto di tiara papale, è interamente ricoperto di Swarovski, in vendita al prezzo di 48 mila euro. Un’opera che protrae le serie di lunga data di Nicola Bolla (nato a Saluzzo nel 1963) che, come ci riferisce il gallerista, creò il primo teschio tempestato di diamanti del ’97, prima che ci arrivassero Damien Hirst e Alexander Mc Queen.

4. MATTEO ATTRUIA – GALLERIA MASSIMO DE LUCA (VENEZIA)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Matteo Attruia

All’ interno della sua pratica artistica, Matteo Attruia afferma di procedere “per difetto e per fallimento”. E questo è evidente dalle opere esposte allo stand della galleria Massimo De Luca: un segnale stradale rovesciato che dice “here the artist lies”, una saracinesca che, a seconda di come la si muove, mostra le scritte “serious” “too serious” e, infine, NOTHING, realizzata con materiale tecnico ignifugo e lavabile: una grande etichetta lunga due metri (una gigantografia di quella che si trova dentro ai vestiti) su cui leggiamo “80% nothing, 20% nothing more Made in Italy”. L’elemento del linguaggio è fondamentale ma non si impone mai come denuncia o presa di posizione. L’artista, spiega, preferisce che “le sue opere siano uno spunto per iniziare una conversazione, un incipit che può rimandare a un contesto altro”. Un’opera aperta, quindi, interpretabile e con molteplici livelli di lettura.

5. TOMMASO DE LUCA – MONITOR (ROMA/LISBONA/PERETO)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Tommaso De Luca

Tra una pittura di Thomas Braida di grande formato (il dipinto più grande esposto in fiera quest’anno) e tele di piccolo formato di Oscar Giaconia, è affisso nel lato destro dello stand il video di Tommaso De Luca, realizzato nel 2015 per l’American Academy di Roma, dal titolo molto elaborato: The Decorative Practice of Modernity in my Days of Boredom (While I was Lying and Loving Myself on the Bed. Man, I taste like Nothing!). L’artista interviene su un manuale di archeologia degli anni ‘60 con la modalità di uno studente annoiato: scarabocchi, scritte scurrili e volgarità animano lo schermo come se la sua mano le stesse tracciando in quel momento. Scritte da toilette dei bagni pubblici sono il trampolino di lancio per affrontare temi sociali quali l’omosessualità, il queer, il machismo e la predominanza dello sguardo maschile nella storia dell’arte.

6. ATHENA PAPADOPOULOS – EMALIN (LONDRA)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Athena Papadopoulos

La galleria londinese Emalin, tra le vincitrici del premio New Entries Fair Fund, porta ad Artissima 2019 le opere di Athena Papadopoulos (Toronto 1988), artista canadese di origini greche. Sick Love è la grande installazione posta al centro dello spazio: due figure rappresentano la parte maschile e quella femminile: la prima composta da un candelabro e la seconda da un tavolino con una sedia appoggiata sopra. Oggetti irriconoscibili, poiché avvolti in una garza ospedaliera e imbevuti di gesso, formano una sagoma mostruosa con simil-tentacoli da cui spuntano elementi erotici, come la bretellina di un reggiseno. La figura considerata “maschile” è avvolta nelle catene e tirata dall’altra, che tira un guinzaglio. Una visione di rivalsa che corona le convinzioni femministe della Papadopoulos.

7. MUHANNAD SHONO – ATHR (JEDDAH)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Muhannad Shono

È una delle gallerie che compongono l’Hub Middle East della fiera, la nuova sezione di Artissima dedicata alla ricognizione sul panorama artistico del Medioriente. ATHR, proveniente dall’Arabia Saudita, lascia invadere il suo stand dall’installazione site specific di Muhannad Shono: l’artista, precedentemente nel settore dei fumetti, pensa lo spazio come un foglio bianco da segnare con dei tratti pesanti, che partono in un angolo per poi espandersi in tutta la superficie. Quelle linee sono rappresentate da cavi neri che richiamano la plastica e il petrolio, elementi caratterizzanti della terra di provenienza di Shono. Le stesse linee richiamano anche un sentimento di scontro e conflitto, conseguenze dei precari equilibri politici dell’Arabia Saudita. All’esterno, piccole stampe raffiguranti dei soldatini ricoprono la superficie dello stand, probabili guardiani di un forziere senza più un tesoro da proteggere.

8. KIKI SMITH – GALLERIA CONTINUA (SAN GIMIGNANO/PECHINO/LES MOULINS/HABANA)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Kiki Smith

Tra le proposte di Galleria Continua di quest’anno spicca il disegno di Kiki Smith Tree and Shadows del 2012: un’opera di grande formato fatta su carta del Nepal, bagnata, accartocciata e ridistesa. Su questo supporto, l’artista tedesca traccia una doppia versione del Sé: una figura femminile, girata di spalle, ne tiene per un braccio una girata di fronte, dai contorni appena accennati a matita. Un lavoro che rientra nella visione cosmica e ancestrale del corpo della donna su cui Kiki Smith si è particolarmente concentrata nella produzione degli ultimi anni.

9. ANNA FRANCESCHINI – VISTAMARE/VISTAMARESTUDIO (MILANO/PESCARA)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Anna Franceschini

La galleria Vistamare si presenta quest’anno con un doppio stand. Nella Main Section con una collettiva e nella parte curata Present Future con una singola opera: si tratta di Villa Straylight (2019) di Anna Franceschini (Pavia, 1979), composta da una serie di parrucche inserite su un carrello meccanico che traccia continuamente un’orbita ellittica; a terra, una di queste parrucche si muove agonizzante. Un’opera piuttosto ermetica con svariati riferimenti: a partire da Neuromancer (1984), il romanzo di William Gibson in cui si racconta la storia distopica di una ricca famiglia che decide di asserragliarsi in casa vivendo in mezzo a una fitta coltre di denaro e a rapporti incestuosi. Ma c’è anche un rimando all’opera di Duchamp La mariée mise à nu par ses célibataires même, alla macchina autopoietica, al mondo della cinematografia (da cui l’artista proviene) attraverso un ingranaggio ispirato a quello del proiettore dei vecchi cinematografi.

10. JONATHAN MONK – DVIR (TEL AVIV)

Artissima 2019 – ph Irene Fanizza. Jonathan Monk

Jonathan Monk (Leicester, Regno Unito, 1969) affronta il tema della appropriazione dell’opera. E prende a modello un grande artista del Novecento, Alighiero Boetti, omaggiandolo con un grande tappeto bianco, intitolato Copied Piece Perhaps (richiamandosi alle opere più famose dell’artista) con un avviso che mette in guardia i suoi collezionisti dal rischio di copie, falsi e vendite fraudolente.

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Giulia Ronchi
Giulia Ronchi è nata a Pesaro nel 1991. È laureata in Scienze dei Beni Culturali all’Università Cattolica di Milano e in Visual Cultures e Pratiche curatoriali presso l’Accademia di Brera. È stata tra i fondatori del gruppo curatoriale OUT44, organizzando mostre e workshop con artisti emergenti del panorama milanese. Ha curato il progetto Dissuasori Mobili, presso il festival di video arte “XXXFuoriFestival” di Pesaro. Ha collaborato con le riviste Exibart e Artslife, recensendo mostre e intervistando personalità di spicco dell’arte. Attualmente collabora con le testate femminili Elle, Elle Decor, Marie Claire e il maschile Esquire scrivendo di arte, cultura, lifestyle, femminismo e storie di donne. Cura la rubrica “Le curatrici donne più influenti nel mondo” per Marie Claire e “Storie d’amore nella storia dell’arte” per Elle.