Apre a Milano Book Pride, fiera dell’editoria indipendente. L’intervista con Giorgio Vasta

A Milano, dal 23 al 25 marzo 2018, si svolge la quarta edizione di Book Pride - Fiera Nazionale dell’Editoria Indipendente. Ne abbiamo parlato con il direttore creativo Giorgio Vasta.

Un uomo legge. In quel libro c’è lui seduto sulla sua poltrona, il libraio che gliel’ha venduto, l’editore che ne ha scelto e curato forma e contenuto, lo scrittore che ne ha voluto e creato la trama, tutto il sistema di mondi, personaggi ed emozioni che dalla lettura nasce e nella lettura si alimenta. Il libro diventa sede privilegiata di tutti i viventi biologici, di tutti i viventi possibili. Alle soglie della quarta edizione di Book Pride – Fiera Nazionale dell’Editoria Indipendente, che si svolgerà a Milano dal 23 al 25 marzo presso Base e Mudec, sotto il tema Tutti i Viventi, abbiamo incontrato il direttore creativo, Giorgio Vasta e gli abbiamo chiesto di raccontarci il progetto.

Chi sono Tutti i Viventi?

Tutti i viventi” sono da un lato tutti quegli organismi che la biologia ci descrive come iscritti in un ciclo vitale, quindi coloro i quali nascono, si nutrono, si sviluppano, e muoiono. Nel momento in cui Tutti i Viventi è diventato il tema di Book Pride è stato naturale compenetrare la nozione della biologia con quella che in qualche modo proviene implicitamente dal letterario. Il letterario ha la capacità di conferire vita a qualsiasi cosa, anche a ciò che la biologia non considera vivente. Può diventare vivente un berretto di pelo, come all’inizio di Madame Bovary dove viene descritto il copricapo di Charles appena entrato nella nuova classe. È vivente un’ombra, è vivente una sedia, nello stesso modo in cui il classico bastone, la classica scopa, messe in mano ad un bambino diventa un cavallo. Quindi è come se dentro Book Pride ci fosse l’ambizione di rappresentare il vivente tanto nelle sue caratteristiche più inequivocabilmente oggettive, quanto in tutto quello che la visionarietà letteraria è in grado di considerare vivente.

Giorgio Vasta

Giorgio Vasta

Perché Tutti i viventi come tema di una fiera di editoria e in particolare dell’editoria indipendente?
Una fiera dell’editoria, tanto più dell’editoria indipendente, ha l’esigenza di guardare e di essere guardata. Tutti i viventi è una frase, che dà l’impressione – ogni volta che la visualizzo – di muoversi a 360 gradi su se stessa e guardare tutto, percepire ciò che c’è, ma allo stesso tempo, come è naturale, desiderare di essere percepito. Il vivente si dà nella relazione, nel legame con altri viventi. C’è questa intuizione molto bella di Eugenia Dubini, fondatrice della casa editrice NN che qualche tempo fa ha descritto il cuore dell’esperienza degli editori indipendenti come qualcosa di strettamente legato all’interdipendenza, essere indipendenti ed interdipendenti. In più, il senso della scelta di Tutti i Viventi si lega a due aspetti del vivente che sono la vitalità e la vulnerabilità.

Come è lo scenario attuale se parliamo di editoria indipendente?
L’editoria indipendente è, soprattutto negli ultimi vent’anni, portatrice vitale di cultura editoriale mi permetto di dire in una maniera più significativa e intensa di quanto sia accaduto fuori dall’editoria indipendente. Ma è allo stesso tempo un organismo vulnerabile, un organismo che corre di continuo dei rischi nel momento in cui un editore indipendente decide di essere qualcuno che ha una visione culturale e allo stesso tempo un imprenditore, che rischia personalmente senza che ci sia una partecipante esterna, intendo in senso finanziario, che ti dà delle garanzie

Book Pride

Book Pride

Tutti i viventi è sia l’insieme di tutte le forme di vita ma anche, ovviamente, la singolarità di ogni vivente. Questo vale sia a livello macroscopico che a livello microscopico. Dall’unità base della cellula si può risalire fino al corpo totale di tutto ciò che vive o crea forme di vita: l’animale, l’uomo, il libro. Qual è stata la tua visione nel rapporto tra singolarità, individualità e biodiversità ma anche interdipendenza?
Come dicevo prima il vivente, in un certo senso, è irrimediabilmente solo. E questa è una constatazione che non ha assolutamente nessuna accezione nichilista, e soltanto il fatto che si è da soli, però, si definisce, si comprende attraverso il legame. È molto bella la considerazione Edward Forster lo scrittore inglese, autore di vari romanzi tra i quali Casa Howard, che per sintetizzare il senso di una narrazione (ma mi verrebbe da dire il senso di tante altre cose oltre quel particolare organismo che è una narrazione) diceva che bastavano due parole “Only Connect”, era sufficiente soltanto connettere. Dopo mesi, durante i quali per lavorare a Book Pride il tempo è trascorso all’interno di un reticolo fittissimo di connessioni (il dialogo con ogni singola casa editrice che partecipa a Book Pride, il dialogo interno al gruppo di lavoro di Book Pride, il dialogo con tutti gli interlocutori con i quali siamo entrati in relazione), quello che posso constatare è che l’ “Only Connect” di Forster ha un valore trasversale: descrive un romanzo, descrive in generale una narrazione, descrive la grandissima parte di quella che è la nostra esistenza.

Vivere e raccontare, quindi, come spazio di incontro, come forma di vita e di sopravvivenza. Pensi che il libro continuerà a essere una forma di proliferazione di vita reale, di vita possibile?
Io in questi casi non so bene cosa pensare perché: so che per quanto mi riguarda (e quindi probabilmente ancora per alcune generazioni, sapendo di essere in mezzo a questa generazione) il libro continuerà a essere un punto di riferimento e, appunto, la sintesi di tutti i viventi. Sarà, per delle ragioni legate al tipo di formazione che ho avuto, il contesto nel quale andrò a cercare la formalizzazione di un’esperienza, la comprensione delle cose. Però si è detto che i viventi, nella definizione della biologia, sono inscritti all’interno di un ciclo vitale: i cicli vitali possono avere una lunghissima durata e prevedere tante metamorfosi al loro interno. Quindi non è obbligatorio o inevitabile che il libro tra quarant’anni, tra cinquant’anni, verrà percepito ancora nel modo in cui io lo percepisco. E non necessariamente questo cambiamento, che ha qualcosa di impressionante nel pensarlo, va inteso come negativo. Non abbiamo idea di quale sarà il modo in cui si farà esperienza del mondo e quali saranno le forme di conoscenza quindi tendo a pensare che dei cambiamenti radicali avverranno: se saranno in peggio o in meglio non ho idea.

Una domanda più tecnica: qual è il punto di snodo vitale che differenzia questo Book Pride dalle edizioni precedenti? A partire dal fatto che è primo Book Pride che ha un direttore creativo che, non a caso, è a sua volta uno scrittore.
Quando si concretizza in mesi di lavoro ha un valore relativo. Tu provi a fare da punto di sintesi e da portavoce del lavoro fondamentale di un immenso gruppo di persone. Il mio ruolo, quindi, è davvero solo formale. Nel senso che senza di loro, ragionando in una maniera come dire reticolare, Book Pride non potrebbe esserci. Quindi si torna al discorso di prima della interdipendenza. Senza la loro presenza, senza la loro generosità, senza la quantità di tempo messo a disposizione, che è un tempo che non può venire misurato anche perché ha invaso giorni in teoria festivi che sono diventati lavorativi, ha invaso le serate e in un certo senso le notti, senza tutto questo, quello che ci auguriamo che accadrà da qui a qualche giorno dal 23 al 25 marzo mai avrebbe potuto prendere forma.

L’intervista è stata realizzata da Valentina Avanzini, Simona Cioce, Benedetta Dosa e Clarissa Falco.

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Redazione

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