In un libro la rassegna siciliana che inventò le residenze d’artista a Capo d’Orlando
Quando la provincia diventa internazionale. Un libro ricostruisce stagioni e trasformazioni di una piccola-grande rassegna d’arte, tra le più vitali e longeve in Italia. Nata negli anni ’50 come premio per artisti in residenza. Un patrimonio di opere e memorie da proteggere e raccontare. Cosa farne, come immaginare un futuro?
Se è vero che “centro”, idealmente, è ogni luogo in cui qualcosa di significativo accade, ogni suolo fecondo, ogni paese, ogni quartiere, è anche vero che l’idea spesso si trasforma in esperienza, al di là dell’utopia. Parliamo di periferie cittadine, ma anche di province, in un’Italia che è trama di differenze geografiche e culturali, mobile costellazione di luoghi-satellite incastonati tra confini e paesaggio. Province progressivamente spopolate, poco appetibili per il mercato globale e per l’economia digitale, in cui però si accendono improvvise luci di fermento e innovazione; in cui hanno trovato casa artisti, creativi, intellettuali; in cui si aprono, oggi come ieri, spazi imprevisti di lavoro, ricerca, dibattito anche internazionale. Con tutta la fatica del caso.

La vita artistica di Capo d’Orlando in un libro
Capo d’Orlando, località del messinese, rappresenta un caso studio: qui è nata e si è radicata, nel secondo ’900, una vicenda esemplare divenuta patrimonio materiale e immateriale del luogo. Una storia rimasta viva tra alti e bassi, per oltre mezzo secolo, con una fase robusta e vitale identificabile nel primo trentennio: Vita e paesaggio di Capo d’Orlando fu una rassegna artistica longeva e fortunata, lanciata nel 1955 per iniziativa dell’amministrazione comunale e definitivamente interrottasi nel 2009.
A ricostruirne oggi caratteristiche, trasformazioni, ragioni del successo e poi del lento declino, è un libro scritto da Marco Bazzini e edito da Metilene. Un libro necessario, frutto di un percorso storiografico di recupero, studio e riordino. Contro il rischio dell’oblio e della dispersione.
Difficoltoso il reperimento di fonti e documenti: l’assenza di un archivio completo e strutturato ha complicato il lavoro di ricostruzione, per il quale sono stati fondamentali quotidiani e riviste dell’epoca, così come gli scritti di Tano Cuva, negli anni ’60 animatore culturale di spicco della sua Capo d’Orlando, a cui dedicò dettagliate pagine di memorie.
Il contesto: l’Italia dei premi e delle rassegne d’arte
La manifestazione nasce in un periodo storico che vede l’Italia incoraggiare premi d’arte ed esposizioni con cadenza periodica, dal Premio Bergamo al Premio Lissone, dal Premio Suzzara alla Biennale di Scultura di Carrara (1957), solo per citarne alcuni. E in Sicilia non è solo Capo d’Orlando ad attrarre nomi di prestigio: ad Acireale la Rassegna internazionale d’arte contemporanea fu spazio di sperimentazione di qualità, tra il 1967 e il 1989, mentre Palermo diventava straordinario riferimento per le neoavanguardie e per la Pop art con le Settimane di Nuova Musica (1960-68) e con le due edizioni della correlata rassegna artistica Revort (1965 e 1968).
Un dopoguerra di vitalità crescente, che vide anche i piccoli comuni intercettare le migliori energie locali, nazionali e internazionali, individuando nell’arte e nelle politiche culturali un veicolo di prestigio, di crescita turistica, di ricostruzione etica ed estetica, funzionale a cementificare le comunità e a rilanciare le indebolite economie. Il libro di Bazzini tiene conto di tutto questo, imbastendo un doppio filo rosso che attraversa contesti regionali e nazionali.

Il tema del paesaggio
A emergere, pagina dopo pagina, è una chiara tensione fra identità e apertura, tradizione e ricerca. Una storia di crisi ed evoluzioni, di rotture, innovazioni, ritorni all’ordine, tensioni dialettiche, pause e nuove fioriture. E così Vita e paesaggio di Capo d’Orlando – ospitata nei mesi estivi tra le aule di una scuola – nasceva con una vocazione figurativa, assecondando una rassicurante pittura di genere che nel paesaggio trovava il riferimento principale, mai accantonato.
Ma in questa coerenza vincente riusciva comunque a cambiare pelle, declinando il tema in accordo con il mutare dei gusti e dello spirito del tempo: il paesaggio sarebbe stato di volta in volta oggetto di contemplazione e di racconto mimetico, occasione di relazione, riferimento geografico, campo sociale e persino territorio artistico. Oppure era spazio urbano per azioni creative, come nel caso di Dissuasione manifesta, iniziativa curata da Crispolti nel ’74: una campagna di poster art pensata per criticare e ribaltare la funzione persuasiva della pubblicità; o come per Riappropriazione, opera di Franco Mazzucchelli presentata nel ’77, la quale consentiva un gesto di riconnessione tra cittadini e paesaggio politico-urbanistico: un pallone di plastica trasparente, gonfiato con aria calda e allestito nella Villa Comunale, portava il pubblico direttamente dentro il Municipio. In altri casi prendeva forma un’idea di paesaggio-isola, là dove l’insularità diveniva metafora universale; e poi c’era il mare, costante spunto narrativo, lirico, oppure affrontato “come espressione concettuale, come elemento desiderante”, avrebbe scritto Fulvio Abbate su L’Ora del 7 settembre 1981.
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Residenze d’artista ante litteram. A Capo d’Orlando
Ma la grande novità fu la pratica ante litteram della “residenza d’artista”, con gli artisti invitati a relazionarsi con il territorio e a produrre in un contesto d’incontaminata bellezza. Un’intuizione felice che sarà fondamento della rassegna negli anni a venire.
Anno cruciale fu il 1970, che segnò l’abbandono dell’ormai obsoleta competizione, e che traghettò il premio verso la formula della rassegna, con una spiccata apertura all’attualità e alla sperimentazione. In catalogo Basilio Reale sottolineava l’importanza di accogliere “artisti di varie esperienze, i quali una volta tanto – fuori da ogni competizione, qui a Capo d’Orlando – si guardano, si parlano, si capiscono”. È così che artisti e critici si incontrano “con i giornalisti, con la gente del luogo: i giovani, i vecchi, i pescatori, i collezionisti, con i quali si stabilisce sempre un rapporto autentico, diverso dal rapporto che nasce dall’’andiamo a vedere una mostra’: cento o mille quadri, allineati sulle pareti, che qualche volta parlano e spesso rimangono muti”.
La modernità di tale approccio è ben evidenziata in un altro frammento, firmato nel ’74 ancora da Reale e da Vittorio Fagone, tra le figure più determinanti per il percorso di modernizzazione della manifestazione. Tre restavano le finalità di base: “promuovere l’incontro tra operatori artistici e Capo d’Orlando; documentare la ricerca artistica oggi in Italia attraverso le opere dei suoi rappresentanti più significativi; acquisire un nucleo di opere che diventino patrimonio comunitario […]. Si è voluto anche sperimentare una struttura televisiva di comunicazione e proseguire l’esperimento già iniziato la scorsa edizione di cinema d’artista. L’opera dell’artista non teme il contatto con la vita”.
Un patrimonio di tutti
Si trattò di un vero e proprio osservatorio, edificato all’infuori di contesti e meccanismi museali. E intanto non cessava l’impegno per l’acquisizione delle opere. Giusto nei primi anni ’70, in una fase di profondo fermento politico, di conflitto sociale e di radicalismi artistici, Bazzini sottolinea come le novità introdotte non riuscissero “a convincere una politica regionale lontana dai cambiamenti e non sempre trasparente”: instabilità e temperature incandescenti che agitavano anche istituzioni solide come la Biennale di Venezia e la Quadriennale romana.
“Regna un clima di incertezza – continua l’autore – sulla realizzazione dell’edizione e della rassegna orlandina, che vede però l’ostinazione ad andare avanti da parte dei cittadini, paventando una loro mobilitazione e immaginando una colletta pubblica fra i consiglieri comunali e gli stessi cittadini, diremmo oggi un’operazione di crowdfunding”. Una piccola comunità coesa difendeva una realtà sentita come propria e una collezione che cresceva, diventando patrimonio collettiva. Già solo questo era il frutto miracoloso di un lavoro corale sul campo, da fare invidia a molte realtà odierne, metropolitane e istituzionali.

Centralità della provincia: il sogno di un museo
E proprio nel ’70 è Fagone a scrivere in catalogo: “A questo punto i tempi sono probabilmente maturi per trasformare un incontro frequente, ma ancora occasionale, in una iniziativa stabile che abbia una sede, che continui a svolgere per tutto l’anno un’azione culturale efficace per la Sicilia nordorientale. Un’iniziativa che sia capace di moltiplicare le occasioni di incontro, di studio, e di lettura dell’arte moderna in una prospettiva più vasta, comprensiva e articolata”. Saranno anni di battaglie per riuscire a costruire una vera Pinacoteca Comunale, in cui rendere fruibili le tante opere acquisite, “con l’auspicio che questa possa diventare un centro attivo e permanente di educazione visiva”.
E fioccano firme, documenti, riunioni, discussioni, mentre tra le cronache del tempo emerge spesso l’unicità quella una storia in controtendenza, originale, testarda, da non lasciare appassire: Edoardo Rebulla, in un articolo del ’77 su L’Ora, metteva a confronto la rassegna orlandina con il contesto palermitano. Conclusione tranchant: “Nel primo caso ci troviamo di fronte a un centro che, pur all’interno della realtà isola, ha avuto una sua storia affatto particolare da cui si evince la validità di una programmazione pubblica intelligente e coordinata. Palermo è, invece, una città che affonda. Senza sussulti”. Sono parole dure, che a distanza di mezzo secolo raccontano dinamiche così brucianti, ancora così vicine.
Dieci anni dopo, quando Vita e paesaggio di Capo d’Orlando aveva consolidato la formula delle mostre a tema, Fagone – che era anche membro della commissione di Documenta a Kassel – insieme a Eva Di Stefano costruiva Extra Moenia. Promozione e diffusione dell’Arte fuori dai circuiti metropolitani: la proposta per il 1987 accendeva così un focus sul paesaggio dell’arte inteso come giardino nascosto, fertile microcosmo ex-centrico, per “una riflessione sulla crisi attuale del ruolo promozionale dei grandi centri ed una ricognizione delle esperienze dei centri minori e periferici, che negli ultimi anni hanno avuto il merito spesso di segnalare tempestivamente artisti e movimenti, costituendo un circuito alternativo che però interagisce attivamente con quello metropolitano, e sulla cui funzione ‘rabdomantica’ non si è ancora indagato”.
Gli anni del declino e la collezione
Ma nonostante le energie spese, le collaborazioni prestigiose, la perseveranza delle amministrazioni, il supporto del pubblico e l’entusiasmo degli artisti, il declino arrivò e fu inarrestabile. Scrive Bazzini: “le mostre che seguono per tutta l’ultima decade del Novecento e la prima del nuovo millennio possono essere quasi tutte derubricate a operazioni non all’altezza” rispetto a quando prodotto nei 50 anni precedenti. Si tenta nel 2009 una “Ripartenza”, che è anche il titolo della mostra-sigillo curata da Mauro Cappotto, un dialogo tra giovani e maestri. Ma si tratterà dell’ultimo atto, proprio quando – paradossalmente – a Palermo nasceva Riso, museo regionale del contemporaneo, con quella vitalità internazionale degli inizi (poi perduta) e con l’impegno per coinvolgere le migliori realtà dell’isola. Qualcosa, evidentemente, si era rotto.
Oggi la raccolta vanta circa 500 opere, in parte pubblicate e organizzate cronologicamente nel volume di Metilene. E nell’immensa rosa di nomi ci si imbatte in artisti come Emilio Isgrò, Pino Pinelli, Josè Ortega, Giosetta Fioroni, Turi Simeti, Daniele Galliano, Alberto Garutti, Fabrizio Plessi, Chiara Dynis, Emilio Vedova, Fabrizio Plessi, Ugo Nespolo, Renata Boero, Superstudio, Hidetoshi Nagasawa. Patrimonio oggi conservato nei depositi della Pinacoteca comunale Tono Zancanaro, spazio ridotto e inadeguato, in cui a rotazione vengono esposti alcuni pezzi, con la supervisione del Laboratorio Orlando Contemporaneo (LOC), associazione che qui organizza piccole mostre, laboratori, presentazioni di libri.

Quale futuro per la rassegna di Capo d’Orlando?
Difficile, se non impossibile, immaginare che un piccolo comune siciliano possa oggi avventurarsi nella progettazione di un vero museo d’arte contemporanea. Difficile per via dei cospicui investimenti necessari. Difficile perché un museo ha bisogno di flussi di visitatori ampi, stabili e diversificati, e dunque di un turismo strutturato, di una viabilità efficiente, di campagne di comunicazione e strategie inclusive, tra didattica e formazione del pubblico. E poi di programmazione, calendarizzazione, politiche di produzione e acquisizione. Tutte note dolentissime, per un sistema dell’arte siciliano che fa ancora enorme fatica.
Restano le opere, intanto. E i documenti, le storie, i ricordi, le voci impresse tra biografie, quartieri, vedute, spazi condivisi. Un tema di conservazione e valorizzazione, ovvero quella capacità di fare del passato materia viva, valore, prospettiva di pensiero.
Che la vasta collezione di Vita e Paesaggio di Capo d’Orlando possa allora diventare – per ipotesi – un dispositivo nomade e policentrico, un serbatoio di spunti ed energie, una trama aperta da sfilare e riannodare inventando progetti, ricucendo legami, ricreando occasioni di approdo e di partenza, sul territorio e altrove. Un’idea di museo invisibile, una macchina desiderante nel cuore di quel paese “adagiato sotto il promontorio, il Capo, un perfetto cono a picco sopra il mare, un ammasso d’arenaria sopra cui crescono, a macchia, il ficodindia, il lentischio, l’acanto, il selino, l’euforbia, il cappero. In cima al Capo, i ruderi d’un castello e un santuario della Madonna dei pescatori pieno d’ancore, timoni, ex voto di caicchi, gozzi, velieri in balìa di fortunali”: così scriveva Vincenzo Consolo nel suo racconto Il barone magico, dedicato al nobile poeta orlandino Lucio Piccolo, che quei paesaggi aveva dipinto in punta di dolcezze barocche, cantando i “giorni della luce fragile”. Là dove la vita, la natura, il trascorrere del tempo, il mutare degli umori e delle stagioni furono orizzonte lungo e non asfittico, rifugio e speranza, ispirazione e lentezza, radicamento e slancio d’avanguardia. Fra luoghi che restano e non smettono di raccontare.
Helga Marsala
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