Un’opera monumentale, generosamente maniacale nella mappatura di un mondo artistico poco noto e che grazie alla ricerca di Schialvino, pur con qualche ombra nella costruzione critica complessiva, trova ora un meritato cono di luce.

Tra le arti incisorie, la xilografia è la più antica e popolare: l’impiego di tavole di legno incise in rilievo e inchiostrate per stampare immagini risale, in Cina, al VI secolo, mentre in Europa, dal basso Medioevo in avanti, ha mantenuto la macchina immaginale di un intero continente prestandosi al sacro e al profano – dai santini alle carte da gioco, insomma – con incomparabile facilità d’impiego. Infatti, a differenza dell’incisione su lastre di metallo, che ha sempre richiesto perizia tecnica e strumenti dedicati, la xilografia s’accontenta d’una lama e un semplice pezzo di legno “di filo” (salva la possibilità di pratiche anche assai raffinate col ricorso a legni cosiddetti “di testa” incisi a bulino, o, come la scuola giapponese insegna, la combinazione di varie matrici per ottenere immagini policrome).
Da tale ruvida semplicità, in effetti, deriva la peculiare solidità del segno xilografico, l’intensità del colore che, trasferito sulla carta, trattiene la porosità viva del legno. L’avvento della stampa industriale, come è stato con la fotografia per la pittura, ha reso nobilmente superflua la xilografia quale strumento di produzione utilitaria e seriale delle immagini; da metà Ottocento almeno si è così aperta anche per tale tecnica la prospettiva di un’autonoma statura artistica, alla quale tanti grandi dell’arte moderna e contemporanea, da Paul Gauguin a Anselm Kiefer, hanno sin qui contribuito.

Gianni Verna, Che travagliosa era mia vita, 2012, xilografia, cm 59,5x44
Gianni Verna, Che travagliosa era mia vita, 2012, xilografia, cm 59,5×44

IL LIBRO SULLA XILOGRAFIA DI GIANFRANCO SCHIALVINO

La sezione novecentesca italiana di questa storia viene ora ricostruita con rara dedizione da Gianfranco Schialvino, riconosciuto xilografo egli stesso e animatore, insieme a Gianni Verna, di quell’esperimento editoriale felicemente inattuale che per anni è stato Smens, una rivista letteraria stampata a mano con caratteri a piombo, ricca di xilografie originali in ogni suo numero.
La Storia della xilografia in Italia nel secolo XX di Schialvino è opera altamente meritevole, perché copre il vuoto critico-storiografico sin qui allargatosi in materia – l’ultima impresa avvicinabile, comunque meno specialistica, è il Dizionario illustrato degli incisori italiani, licenziato da Luigi Servolini nel lontano 1955 –, offrendo quasi cinquecento schede biografiche e altrettante illustrazioni all’analisi di studiosi e appassionati; assai utile è pure la panoramica offerta sulle riviste di xilografia editate in Italia nel secolo scorso, spesso confinate in circuiti locali difficili da rintracciare.
Da segnalare, ancora, è la presenza nel volume di dettagliate schede su artisti notevoli, ma che, spesso per una loro scontrosa indipendenza, sono sin qui rimasti ai margini della storia dell’arte più nota. Un caso per tutti è quello di Mario Giansone, artista totale che nella xilografia trovò un mezzo importante d’espressione per le sue trasposizioni visive delle dinamiche musicali, la cui rilevanza rimane ignota ai più perché fu sempre contrario ai compromessi tanto abituali nel sistema dell’arte (esemplare l’aneddoto, riportato da Schialvino, della risposta che Giansone diede alla collezionista Peggy Guggenheim quando questa gli chiese in regalo alcune opere, in cambio dell’onore di essere compreso nella sua collezione miliardaria: “se le piacciono, se le compri”).

Gianfranco Schialvino – Storia della xilografia in Italia nel secolo XX (Pendragon, Bologna 2020)
Gianfranco Schialvino – Storia della xilografia in Italia nel secolo XX (Pendragon, Bologna 2020)

I LIMITI DEL VOLUME DI SCHIALVINO

Riconosciuta tale fondamentale rilevanza di mappatura, definizione e pubblicità nel senso migliore del termine per un mondo artistico solitamente assai appartato, ci permettiamo tuttavia qualche appunto sotto il profilo del suo disegno editoriale. A parte alcune perplessità sulla veste grafica (composizione confusa della copertina e carta lucida, poco affini alla ruvida semplicità dell’arte in discorso) e il vago fastidio per contributi d’occasione che anticipano nel testo la poderosa ricerca dell’autore, la scelta di organizzare l’analisi complessiva per aree regionali non convince, perché àncora a dati biografici spesso solo iniziali delle esperienze che poi si sono sviluppate in ambiti completamente diversi.
Per intendersi, che Enrico Prampolini sia nato a Modena è un fatto, ma basta a costringere nella sezione “Emilia Romagna” un artista tra i più internazionali che l’Italia abbia avuto, e che in ogni caso visse a Roma la più parte dei suoi anni? Medesima annotazione può replicarsi per Giacomo Balla, nato a Torino ma poco plausibilmente confinabile nella sola sezione “Piemonte”. Al tempo stesso, il ricorso a macro-aree regionali del tipo “Lazio, Umbria, Marche, Abruzzi e Molise” rischia di accomunare nomi con eccessiva genericità, senza sottolineare, come sarebbe invece opportuno, la funzione attrattiva di alcuni specifici centri culturali. Ad esempio: che un gigante dell’incisione come Giulia Napoleone sia nata nel 1936 a Pescara, e dunque rientri nel capitolo appena citato, torna, ma è innegabile che la sua vicenda artistica sia prettamente romana, figlia dello straordinario contesto proprio della Capitale tra gli Anni Sessanta e Settanta del Novecento.
Al netto delle annotazioni appena segnate, in conclusione resta inteso che quanto Schialvino ha realizzato è un ammirevole monumento alla cultura incisoria del Novecento, al quale si farà necessariamente riferimento nei decenni a venire, e che si auspica faccia guadagnare nuovi cultori a quell’arte essenziale ed evocativa che è la xilografia.

Luca Arnaudo

Gianfranco Schialvino – Storia della xilografia in Italia nel secolo XX
Pendragon, Bologna 2020
Pagg. 512, € 65
ISBN 9788833642321
www.pendragon.it

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CuratoreGianfranco Schialvino
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Luca Arnaudo
Luca Arnaudo è nato a Cuneo nel 1974, vive a Roma. Ha curato mostre presso istituzioni pubbliche e gallerie private, in Italia e all'estero; da critico d'arte è molto fedele ad Artribune, da scrittore frequenta forme risolutamente poco commerciali, come raccolte di racconti, poesie, prosimetri, ma più di recente si diverte soprattutto con storie illustrate per bambini. In una vita perpendicolare è anche giurista e docente universitario, esperto di cose che qui non interessano.