Il volume pubblicato da Christian Marinotti Edizioni riunisce una serie di saggi, recenti e non, e un inedito scritti da Laura Cherubini. Frutto del dialogo decennale con artisti “controcorrente”.

Forse andrebbe definito “Metodo Cherubini”. In cosa consiste? Lettura delle opere, analisi approfondita dei contesti, profili biografici investigati con il rigore di un filologo detective e, ancora, testimonianze dirette, densa bibliografia e stralci di dialoghi con gli artisti e i protagonisti del mondo dell’arte o dei testimoni oculari di storie memorabili: tutto in un unico mix in cui la storia dell’arte fa i conti con la critica militante, negli studi, nelle mostre, sui cataloghi. È così costituito l’impianto metodologico dell’ultimo saggio della studiosa romana Laura Cherubini, Controcorrente. I grandi solitari dell’arte italiana, fresco di stampa per Christian Marinotti Edizioni I protagonisti? Artisti straordinari: Alighiero Boetti, Gino De Dominicis, Luciano Fabro, Fabio Mauri, Vettor Pisani e Marisa Merz, al centro di una narrazione suddivisa in sei capitoli, in cui la studiosa – e docente dell’Accademia di Brera, ma anche consulente di molti archivi, tra cui quelli di Mario Schifano e Alighiero e Boetti – ha ripubblicato saggi recenti e non e un inedito, quello sull’unica presenza femminile del volume.

L’INTERVISTA A LAURA CHERUBINI

Facciamo un passo indietro: quando hai iniziato a occuparti di storia dell’arte contemporanea?
Avevo portato storia dell’arte alla maturità, a quattordici anni avevo letto un libro di Giulio Carlo Argan in piedi in una libreria. All’università seguivo le sue lezioni il pomeriggio alle 4, portata da Bruno Contardi, poi grande soprintendente di Brera. Al liceo come professoressa avevo Carla Faldi Guglielmi, poi all’ultimo anno Maria Rosaria D’Angelo, supplente, che cominciò a parlarci di arte moderna e contemporanea, fu un incontro incredibile. Tra l’altro Achille [Bonito Oliva, N.d.R.] dedicò a lei il suo importante libro, L’ideologia del traditore.

Frequentavi il primo anno di università a La Sapienza e già lavoravi come assistente nello studio privato di Maurizio Fagiolo dell’Arco. Teoria e pratica, ovvero studio e lavoro sul campo, un binomio imprescindibile del tuo percorso sin da giovanissima, quindi.
Maurizio mi mise subito a fare le schede su Picabia per la mostra alla GAM di Torino.
Andavo all’università al mattino e quando uscivo andavo in studio da lui. Ho letto tantissimo, Maurizio aveva una biblioteca pazzesca. Lì ho imparato un’altra cosa che ho adorato nella mia vita: il lavoro d’équipe. Ci lavoravano altre storiche dell’arte, ho capito subito che mi piaceva proprio stare in studio, lavorare in gruppo. Considero Maurizio il mio maestro.

Ti sei laureata con Argan?
Studiavo con lui, ma mi sono laureata con Maurizio Calvesi con una tesi di iconologia.
Maurizio è stato un altro maestro, mi ha insegnato a lavorare, era l’unico grande storico dell’arte che sapesse fare filologia sull’arte contemporanea. Argan era un filosofo dell’arte, Calvesi invece era legato alla storia, ai fatti storici e culturali, ricostruiva i contesti, aveva interessi interdisciplinari, come la psicoanalisi e la filosofia. Tutti e tre avevano una grande apertura. Poi consideravo Argan e Freud i miei due scrittori preferiti.

Un fattore fondamentale del tuo lavoro è sempre stata la frequentazione degli artisti nei loro studi, in un’orbita di incontro e dialogo costante.
Quando ero in studio da Fagiolo, tra i primi artisti che ho conosciuto ci sono quelli che seguiva lui, i suoi amici: Giulio Paolini, Griffa e Mattiacci. Maurizio adorava Griffa.
Paolini è stata una grande passione della mia vita. Fagiolo vendette alcuni lavori della sua collezione per acquistare una parte della sua biblioteca. Così decisi di acquistare una litografia di Giulio e chiesi quindi un prestito a mio padre. Ce l’ho qui con me, dopo tanti anni. Ha tirato le linee di fuga di una piazza dechirichiana e metafisica. Al centro ci ha messo la ciminiera di de Chirico, che diventa una colonna dorica e tu capisci in maniera inequivocabile che la piazza d’Italia è un tempio greco. Anni fa Giulio mi regalò un’opera, quando gli raccontai questa cosa.

Hai una collezione di opere?
Non è una vera e propria collezione, ma una raccolta di opere di amici. Per esempio, Il tesoro nascosto di Alighiero Boetti, un arazzo; Alighiero era sempre molto generoso. Poi delle opere di Carla [Accardi, N.d.R.], un’incisione di Melotti, regalatami da Fagiolo per il mio matrimonio, dove c’è una dedica che gli fece Argan, che gliela regalò per il suo matrimonio: “Tanto al matrimonio te ne penti sia che lo fai sia che non lo fai”. Poi ho un disegno che Vettor [Pisani, N.d.R.] che fece per me, due cose di Fabio [Mauri, N.d.R.]: sono ricordi affettivi.

E dei giovani artisti?
Forse meno. Ho un disegno di Bruna Esposito, poi lavori di Alberto Di Fabio, Massimo Bartolini. Oggi non si usa più.

Laura Cherubini – Contro corrente. I grandi solitari dell’arte italiana (Christian Marinotti Edizioni, Milano 2020). In copertina Marisa Merz, Scarpette, spiaggia di Fregene, 1968. Photo Claudio Abate, © Archivio Claudio Abate
Laura Cherubini – Contro corrente. I grandi solitari dell’arte italiana (Christian Marinotti Edizioni, Milano 2020). In copertina Marisa Merz, Scarpette, spiaggia di Fregene, 1968. Photo Claudio Abate, © Archivio Claudio Abate

LAURA CHERUBINI E GLI ARTISTI

Torniamo alla tua formazione da Fagiolo. E agli artisti che hai conosciuto in quegli anni.
Mentre stavamo preparando la mostra di Picabia, conobbi Paolini, che ama da sempre Picabia. Paolini venne quando montavamo la mostra, per me fu una conoscenza mitica. L’anno dopo Maurizio ha fatto la mostra di Man Ray a Palazzo delle Esposizioni, venne ad aiutarci Eliseo Mattiacci durante l’allestimento, si mise lì a lavorare con noi, tagliava lastre di metallo. Studiavo all’università, però avevo conosciuto alcuni artisti, avevo cominciato a vedere le mostre, anche nelle gallerie, da Maurizio arrivavano gli inviti e quindi non me ne perdevo una! Appena finito il liceo, ancora prima di andare a lavorare da Maurizio, andai a vedere Contemporanea curata da Achille [Bonito Oliva, N.d.R.] nel parcheggio di Villa Borghese. Quella mostra mi ha cambiato la vita, ero al primo mese di lezioni di Argan, ero appassionata di storia dell’arte, ero una grande appassionata di Botticelli, pensavo al moderno, ma lì percepii lo spessore e la profondità dell’arte contemporanea.

Fu una mostra straordinaria, orchestrata da Achille con una grande attenzione alla pluralità dei linguaggi e delle emergenze in atto in quel momento.
Lì vidi delle cose che mi hanno folgorata, penso alla performance di Beuys, per esempio; poi c’erano Rauschenberg e altri. Vidi alcuni italiani di cui mi innamorai e che mi incantarono.

Chi?
Paolini sicuramente. Il lavoro di Kounellis mi piacque da morire, capii che l’arte contemporanea non aveva meno spessore di quella antica. Vidi Vettor Pisani, conservo ancora il ciclostilato di Mimma che presi all’inaugurazione, era il 30 novembre 1973.

Mi impressiona sempre la tua capacità di ricordare le date con una precisione chirurgica.
Poi c’erano il cinema, il teatro, la musica sperimentale. Il mese dopo, il 12 dicembre, vado a lavorare da Fagiolo. Christo è stato il primo artista che ho conosciuto in vita mia, partecipa a Contemporanea impacchettando Porta Pinciana, un mese e mezzo dopo l’inaugurazione. Di Puolo – l’architetto che divideva lo studio con Fagiolo – mi porta lì, andiamo in un bar e Christo mi fa uno schizzo su un tovagliolino indicando il progetto.
Insomma, ho fatto tutta la gavetta. Era la prima cosa che dicevo al master per curatori a Brera, il primo giorno di lezione dicevo sempre tre cose: gavetta, gavetta, gavetta.

Boetti come l’hai conosciuto?
Boetti l’ho conosciuto con Achille. Marzo o aprile 1978, più probabilmente marzo. Eravamo andati a Fregene, a pranzo a caso di due carissimi amici di Achille, Elisa Montessori e Costantino Dardi con Domitilla, loro figlia, piccolissima, oggi bravissima studiosa di design. Lì c’erano anche Alighiero e Annamarie. Alighiero lavorava già da dieci anni, molto stimato e conosciuto, era ancora molto sottovalutato. Ci fu subito una grande simpatia e un grande feeling.

In quegli anni dialogavi anche con Celant.
Augusta Monferini mi definiva ambasciatrice della critica italiana, avevo buoni rapporti con tutti: Celant, Calvesi e Fagiolo.

Fabio Mauri, Ideologia e Natura, 1973 © Performance Fabio Mauri. Photo © Elisabetta Catalano - Archivio Elisabetta Catalano, per gentile concessione
Fabio Mauri, Ideologia e Natura, 1973 © Performance Fabio Mauri. Photo © Elisabetta Catalano – Archivio Elisabetta Catalano, per gentile concessione

GLI AMICI ARTISTI DI LAURA CHERUBINI

Ma sono stati gli artisti i tuoi compagni di strada. Parlami di loro.
Alighiero è stato un grande amico, Kounellis maestro immenso, per me Gianni è stato un grande maestro, non posso mai dimenticare nessuna parola che mi ha detto.
Carla Accardi grande amica, Spalletti artista straordinario. Ho capito che avrei dovuto dare voce a tutte le cose fantastiche che avevano da raccontare. Sergio Lombardo oggi è l’unico superstite della Scuola di Piazza del Popolo, un grande affabulatore. Poi c’è stato Gino Marotta, artista che aveva un grande spessore intellettuale. Scarpitta è diventato mio carissimo amico.

Cosa hanno in comune i protagonisti di questo tuo nuovo libro?
Stanno insieme per la loro diversità. Giacinto [Di Pietrantonio, N.d.R.] mi ha detto una cosa molto molto giusta: la cosa essenziale del libro e del mio metodo di lavoro è che tutti i saggi hanno un tipo di scrittura diversa per ogni artista. Gino è sempre stato molto amato, Alighiero è stato sottovalutato, ma si è preso la rivincita; Fabbro sempre valutato tantissimo per il grandissimo artista che era; Mauri lo stanno rivalutando Vettor ha avuto grande attenzione all’inizio del suo percorso, poi l’hanno dimenticato. Hanno affrontato il fare arte in maniera controcorrente, nel senso che non si sono mai curati di dover essere a forza nel mainstream. Hanno sempre agito in modo profondamente originale, personale, radicale. Sono tutti artisti a cui i giovani artisti guardano con impegno.

Scrivere in maniera diversa a seconda degli artisti, quindi. Alighiero Boetti com’era?
Alighiero non voleva mai testi critici, testi storici, tutti quanti ci arrampicavamo sugli specchi. Tante cose citate in quel testo me le ha dette Caterina [la sua seconda moglie, N.d.R.], che mi ha messo a disposizione tanti libri. Poi ho citato molto Annamarie Sauzeau, sopraffina storica dell’arte, sua prima moglie.
Ricordo il primo natale di Giordano, il suo terzo figlio: eravamo io, Alighiero e Caterina. Siamo andati a comprare gli addobbi di Natale, festoni e palle per fare l’albero per Giordano. Alighiero addobbò il cavedio di casa loro. Mi sono sentita sempre parte della sua famiglia, abbiamo fatto tante volte Natale e Pasqua insieme. Quando Alighiero è morto, mi ha avvisato una delle due sorelle di Caterina, lì c’erano i figli Agata e Matteo, a cui sono legatissima. Vederlo morto mi ha fatto impressione, come accadde con mio padre. Erano due uomini bellissimi, li vidi trasformati.

E Marisa Merz?
Andavo spesso a trovare Marisa, diceva delle cose talmente belle che poi quando tornavo da Rosaria e Giorgio, due amici che mi ospitavano a Torino, prendevo un quaderno e appuntavo le cose che mi aveva detto. Diceva cose profondissime. Marisa metteva quasi soggezione per l’altezza del suo pensiero, è stato un privilegio averli conosciuti, credo che un po’ lei e Mario mi volessero bene.

E De Dominicis?
De Dominicis il più grande amico di tutta la mia vita. L’ho conosciuto con Achille. Ricordo che Rolling Stone mi ha chiesto un testo su Gino nella vita, Arianna Di Rosa grande amica di Gino e mia, mi ha convinto. Ci ho diviso la vita con lui, tu uscivi con Gino, andavi al bar sotto casa, poteva succedere la cosa più bella del mondo, era speciale in tutto.
Mia madre quando è morto Gino mi ha detto: “Non te ne eri accorta che era uno speciale, un extraterrestre?”. Andava al bar e chiedeva un caffè per bocca, era straordinario. Abbiamo passato vent’anni senza mai tornare a casa prima delle sei di mattina, aveva sempre il migliore tavolo in tutti i locali. Non si alzava mai prima delle 14, aveva il foglio rosa e non riusciva mai a prendere la patente, perché la motorizzazione chiudeva alle 11.45.
Per me sono importanti i rapporti umani, perciò per carattere ho deviato dall’arte moderna al contemporaneo, invece del documento mi interessano le persone in carne ossa.

Parlami adesso di Pisani.
Vettor Pisani, artista immenso, cultura visiva enorme. Una volta Achille, dopo aver osservato Vettor che da tre ore guardava la pagina di un libro senza testo, ma con un’immagine, gli chiese: “Che fai?”. Vettor rispose: “Leggo l’immagine”. Meraviglioso! Era un grande lettore di immagini, la sua era una cultura complessa, articolata, nel saggio su Vettor pubblicato in questo nuovo libro ritrovo di più i miei riferimenti culturali, comuni ai suoi, le passioni per l’iconologia, la storia dell’arte, lo spessore e la profondità dell’immagine.

Con Mauri che rapporto amicale c’è stato?
Fabio è stato un grandissimo amico, uomo di grande eleganza e charme che non veniva capito perché era troppo avanti, come Alighiero. Con Fabio ho insegnato tre anni a L’Aquila, era stupendo il suo rapporto con gli studenti, aveva un rapporto incredibile. C’era una grande passione per il cinema. Poco prima di morire – tieni conto che lui faceva sempre fare le maquette –, in pigiama, mi parlava della mostra che stava preparando. Si vergognava che stava male. Nella nostra ultima intervista mi ha parlato quasi soltanto della sua famiglia, della madre, di Pasolini e degli altri amici che andavano a casa loro da ragazzi. Uscì incompiuta su Flash Art. La notte in cui è morto in tv davano la Medea di Pasolini e così a un certo punto ho scritto un pezzo per Flash Art che mi aveva chiesto Giancarlo Politi.

Vettor Pisani, Memorie, anni '70. Installation view at “Eroica - Antieroica. Una retrospettiva, Museo Madre, Napoli 2013. Photo Amedeo Benestante, per gentile concessione
Vettor Pisani, Memorie, anni ’70. Installation view at “Eroica – Antieroica. Una retrospettiva, Museo Madre, Napoli 2013. Photo Amedeo Benestante, per gentile concessione

IL “METODO CHERUBINI”

Insegni da sempre storia dell’arte all’Accademia di Brera. Come va con la didattica a distanza ai tempi del Covid-19?
Ora questa solfa delle lezioni online è davvero faticosa, quando sarà finita mi sbatteranno in pensione, ormai manca poco. Di solito una volta a settimana facevo venire in Accademia un artista, un architetto, un curatore. Con Giacinto Di Pietrantonio ho invitato tantissimi artisti, anche i più giovani: Martin Creed, Massimo Bartolini, Liliana Moro, davvero tutti, penso anche a Grazia Toderi, Lawrence Weiner. E poi i galleristi, Massimo De Carlo, Massimo Minini, Lia Rumma. Ho sempre accompagnato gli studenti a vedere le mostre, se possibile con curatori e artisti.

Dopo questo libro hai altri progetti editoriali in cantiere? 
Ci sono molti altri saggi con cui vorrei fare altri libri. Da questo libro sono rimasti fuori altri artisti. Sto preparando una raccolta di saggi su due artisti: Fontana e Wildt, un altro su Pascali e Savinio, poi c’è il famoso libro a cui lavoro da anni, sul rapporto tra arte e cinema. Con Andrea Viliani vorremmo poi fare uscire il libro su Mauri.

C’è un “Metodo Cherubini”, l’ho compreso, inconsapevolmente, quando da ragazzino ho letto un tuo articolo del 1990, su un Flash Art recuperato in un mercatino, dedicato alla Scuola di Piazza del Popolo.
Le relazioni, le persone, la voce delle persone, il desiderio di farmi raccontare le cose, sono tutti aspetti che mi interessano molto. Penso al libro di Maurizio (Fagiolo dell’Arco, N.d.R.] su Scipione, sembrava che lo avesse conosciuto perché le testimonianze scritte o orali le aveva cucite in modo che venisse fuori l’artista, ma anche la persona. Anche Jole De Sanna adottava questo metodo. Fu in quella occasione, Lorenzo, durante le ricerche, che conobbi il nostro amico Umberto Bignardi. Mi capitò di incontrare il suo nome nei regesti delle mostre di Plinio De Martiis.

Lorenzo Madaro

Laura Cherubini ‒ Controcorrente. I grandi solitari dell’arte italiana
Christian Marinotti Edizioni, Milano 2020
Pagg. 198, € 20
ISBN 9788882731762
www.marinotti.com

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CuratoreLaura Cherubini
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Lorenzo Madaro
Lorenzo Madaro è curatore d’arte contemporanea e docente di Storia dell’arte contemporanea all’Accademia di belle arti di Catania. Dopo la laurea magistrale in Storia dell’arte ha conseguito il master di II livello in Museologia, museografia e gestione dei beni culturali all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. È critico d’arte dell’edizione romana de “La Repubblica” e di “Robinson”, settimanale culturale del quotidiano Repubblica; collabora anche con Arte Mondadori, Artribune, Espoarte, Atp Diary e altre riviste ed è consulente del Polo biblio-museale di Lecce per attività curatoriali e di comunicazione. Nel 2021 è stato membro della commissione di selezione del Premio Termoli, insieme a Giacinto Di Pietrantonio, Alberto Garutti e Paola Ugolini, a cura di Laura Cherubini; e nello stesso anno Advisor del Premio Oliviero curato da Stefano Raimondi. Nel 2020 è stato tra gli autori ospiti del Festival della letteratura di Mantova, con un intervento incentrato su alcune lettere inedite di Germano Celant dedicate a due artisti italiani degli anni Sessanta, Umberto Bignardi e Concetto Pozzati. Tra le mostre recenti curate o coordinate, Gianni Berengo Gardin. Vera fotografia (Castello, Otranto 2020); Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali a Roma (1963-1967) (Galleria Bianconi, Milano 2020); Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro (Galleria Fabbri, Milano, 2019); ‘900 in Italia. Da De Chirico a Fontana (Castello di Otranto, 2018); To Keep At Bay (Galleria Bianconi, Milano 2018); Spazi igroscopici (Galleria Bianconi, Milano 2017); Mario Schifano e la Pop Art italiana (Castello Carlo V, Lecce, 2017); Edoardo De Candia Amo Odio Oro (Complesso monumentale di San Francesco della Scarpa, Lecce, 2017); Natalino Tondo Spazio N Dimensionale (Galleria Davide Gallo, Milano, 2017); Andy Warhol e Maria Mulas (Castello Carlo V, Lecce 2016), Principi di aderenza (Castello Silvestri, Calcio - Bergamo 2016), Leandro unico primitivo (promossa dal Mibact in diversi musei pugliesi, 2016); Spazi. Il multiverso degli spazi indipendenti in Italia (Fabbrica del Vapore, Milano 2015). È direttore artistico del progetto europeo CreArt. Network of cities for artistic creation per il Comune di Lecce. Ha pubblicato diversi cataloghi, saggi e contributi critici su artisti del Novecento e della stretta contemporaneità e insegnato Storia dell’arte contemporanea, Fenomenologia delle arti contemporanee e Storia e metodologia della critica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Lecce.