“La mia fonte d’ispirazione è il cielo”. Laura Cherubini ricorda Eliseo Mattiacci

La storica e critica d’arte Laura Cherubini ricorda l’artista recentemente scomparso, ripercorrendone la vita e la carriera

Eliseo Mattiacci, Molo di Ponente, Pesaro, 2005 ph Michele Alberto Sereni
Eliseo Mattiacci, Molo di Ponente, Pesaro, 2005 ph Michele Alberto Sereni

Eliseo Mattiacci è stato, con Giulio Paolini e Giorgio Griffa, il primo artista che ho conosciuto in vita mia. Erano tutti amici del mio maestro, Maurizio Fagiolo dell’Arco con il quale avevo cominciato a lavorare appena finito il liceo e iniziata l’università. Giulio seguiva con passione e consigli il nostro lavoro per la mostra di Francis Picabia alla GAM di Torino. Eliseo venne addirittura ad aiutarci a montare la grande mostra di Man Ray al Palazzo delle Esposizioni di Roma (all’inaugurazione mi presentò il famoso mercante Alexander Jolas). Lo ricordo mentre tagliava alcune lastre, doveva sempre essere coinvolto anche fisicamente, essere sempre in rapporto con i materiali. Trasmetteva sempre una grande energia. Era un uomo generoso e gentile. Veloce, si muoveva in moto. Ricordo che lo chiamavano sempre per montare Il mare dell’amico Pino Pascali, di cui parlava spesso.

LA MOSTRA DI ELISEO MATTIACCI A FIRENZE

 Aveva un grande studio un po’ fuori dal centro, a Lungotevere Pietra Papa, aveva sempre bisogno di spazio. Un desiderio di enormi spazi forse colmato solo con la mostra sul grande palcoscenico del Forte Belvedere di Firenze (a cura di Sergio Risaliti). Questa mostra è la prova che ci sono opere contemporanee che hanno la potenza, la complessità e la poesia delle opere dell’antichità. “Ricreare quella curiosità antica di scoprire e andare a vedere un’opera d’arte, una cattedrale, un tempio, un teatro greco, una piramide atzeca; perché non un’opera d’arte del nostro tempo?”, diceva Eliseo. Mattiacci, un maestro contemporaneo che ha scandagliato a fondo la pratica della scultura, ha creato una costellazione di opere, che ha assediato il Forte affacciandosi sulla città. Per il suo forte rapporto con la materia e con lo spazio, Mattiacci è stato essenzialmente scultore.

LA SCULTURA DI MATTIACCI

Nato a Cagli (alla sua terra, le Marche, era molto legato) nel 1940, Mattiacci irrompe sulla scena dell’arte nel 1967 con il grande Tubo giallo che si avvolge e si svolge, entra e esce dalla più mitica galleria di quegli anni, La Tartaruga di Roma. Una scultura libera, che cambia forma, ma non progetto. Dalle foto che ho visto, e da quello che mi avevano raccontato Eliseo e Plinio De Martiis, l’inaugurazione fu segnata da un aspetto fortemente performativo. Questo aspetto è sotteso a molte opere di Mattiacci.  Ricordo l’emozione che provai nel vedere nel garage di via Beccaria a Roma Recupero di un mito, l’installazione all’Attico di Sargentini (la prima galleria underground) nel ’75 (riproposta per la prima volta a Forte Belvedere). Ricordo di aver letto sul Corriere della Sera una splendida recensione di questa mostra di Vittorio Rubiu, grande critico e grande amico di un grande trio di amici e artisti: Pascali, Kounellis e Mattiacci. Si tratta dell’omaggio dell’artista al popolo vinto dei nativi americani e alla loro cultura: la sabbia fa riferimento all’usanza indiana di disegnare con questa materia, su di essa i due coni, come un grande cannocchiale, inquadrano, in una prospettiva temporale lontana, ma presente qui e ora, i pigmenti con cui gli indiani si coloravano il viso. Tutto intorno i ritratti fotografici dei capi delle diverse tribù e tra essi, in un rito di vera e propria identificazione, Mattiacci stesso, come uno di loro. Altra svolta nel 1980 con l’opera dedicata alla città dove si era trasferito nel 1964, Roma, una serie di volute barocche che lo portano lontano dall’uso “povero” dei materiali, verso una rilettura della storia e verso un’analisi della stretta relazione materia/forma. L’opera è stata riproposta nel 2018 nella nuova sede della galleria Richard Saltoun di Londra, a cura di Paola Ugolini e di Cornelia Mattiacci, figlia dell’artista e curatrice presso la Fondazione Prada che aveva inaugurato l’attività nel 1993 proprio con una mostra di dell’artista.

LA POETICA DI ELISEO MATTIACCI

L’opera Echi di suoni e cani che abbaiano si ispira ai ritmi e ai rumori di fondo di New York, registrati da Mattiacci durante un soggiorno nell’83. È un’opera di scultura che si trasforma in performance, si apre alla scena pubblica, è agita da strumenti musicali e suoni di strada, pervasa anche da una sottile ironia sulla pittura di quegli anni. Nel 1988, invitato alla Biennale di Venezia dal direttore Giovanni Carandente, presenta un vero capolavoro: Carro solare del Montefeltro realizzato l’anno precedente (poi ripresentato nel 2010 a Lo Scudo di Verona), una scultura di ispirazione cosmica che sembra attraversare il tempo e lo spazio. “La mia fonte d’ispirazione è il cielo, il cosmo, l’immensità dell’infinito. Quello verso cui il Rinascimento e la filosofia di Leopardi hanno alzato gli occhi”. E, aggiungerei, Galilei ha alzato il suo cannocchiale: Forte Belvedere da un lato guarda il cuore rinascimentale di Firenze, dall’altro la collina di Arcetri di Galileo. I materiali sono sempre stati importanti per l’artista, soprattutto ferro e acciaio corten. Ma, dopo l’esperienza in qualche modo irreversibile di Recupero di un mito, Mattiacci infonde ai materiali scultorei una forte carica simbolica, antropologica, arcaica. Così le grandi sculture divengono cosmogonie, corpi celesti, costellazioni, binocoli dove i vuoti (scoperti attraverso il disegno che fa guizzare e vibrare sulla carta pianeti e satelliti) sono finestre per guardare il mondo. Un Colpo di gong ci trasporta in un tempo primordiale mentre le sculture disegnano orbite e trasmettono energia cosmica. Che sia un colpo di gong a salutarti, Eliseo!

– Laura Cherubini

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