Riflessioni sul capitalocene. Un commento all’ultimo saggio di Nicolas Bourriaud

Riflessioni sul capitalocene. Un commento all’ultimo saggio di Nicolas Bourriaud

Nicolas Bourriaud. Photo © Muhsin Akgün
Nicolas Bourriaud. Photo © Muhsin Akgün

Con il termine “capitalocene” Nicolas Bourriaud definisce nel suo ultimo libro una crisi della scala umana che capovolge le nostre modalità di rappresentazione e allarga la nostra “cartografia relazionale”. Lo leggiamo nel libro recentemente uscito per Postmedia Books intitolato Inclusioni. Estetica del capitalocene. Questo ultimo saggio critico di Bourriaud si basa sulla disamina dei lavori di alcuni artisti quali exempla per un discorso teorico più ampio. Per comprendere appieno questo discorso analizziamo alcuni passaggi senza tralasciare i caratteri noti del pensiero del critico francese sin dal fortunatissimo Estetica relazionale.
Questi caratteri ci permettono di seguire il suo ragionamento sulla scorta dei mutamenti fino a quelli recenti condizionati dal “confinamento mondiale” che ha contraddistinto la pandemia.

BOURRIAUD E IL CAPITALOCENE

Bourriaud parte dalla presa di coscienza che stiamo vivendo in un’era chiamata Antropocene. Lo storico Yuval Noah Harari ci segnala che non si tratta di un fenomeno recente, da 70mila anni, infatti, l’uomo altera il mondo facendo del pianeta un ecosistema globale poiché gli umani hanno determinato un rimescolamento degli organismi indifferenti alle distanze. In egual misura si sarebbe verificata una progressiva smaterializzazione del sistema degli oggetti in un flusso finanziario. Alcuni presupposti di Bourriaud sono vicini a quelle tendenze che chiedevano negli Anni Sessanta alla sociologia di venire in aiuto alla coscienza e al caso, alla ricerca di un oggetto, di un rifiuto o di un avanzo di cibo, dello scatenarsi dell’affettività meccanica, della diffusione della sensibilità al di là dei limiti della sua percezione. Il rifiuto, e la produzione squalificata dall’uso, era ciò che oggi è rappresentato dal refolo più insignificante dell’attività di connessione compulsiva alla rete, un dato che invece di offrire conoscenza incarna una materia funzionale al potere del Capitalismo della sorveglianza. Bourriaud reclama perciò la restituzione dei un territorio magico dove coltivare il superamento della separazione tra natura e cultura. Partendo dall’antropologia strutturale di Claude Levi-Strauss, il pensiero “selvaggio” di Bourriaud non può esimersi dal considerare i passaggi essenziali del post-colonialismo (che spesso in Francia nascondono un sottile senso di colpa), cui segue una auto-colonizzazione di una umanità a circuito chiuso che priva se stessa di qualsiasi esterno. Una umanità che escludendo l’altro escluderebbe anche la fascinazione del cosmo. Il postmoderno, secondo Bourriaud, sarebbe il paradigma di questa esistenza senza esterno, un’esistenza che auto-fagocita i passaggi culturali del passato generando una sorta di feticismo della storia.

Nicolas Bourriaud – Inclusioni. Estetica del capitalocene (Postmedia Books, Milano 2020)
Nicolas Bourriaud – Inclusioni. Estetica del capitalocene (Postmedia Books, Milano 2020)

IL RUOLO DEGLI ARTISTI

La ricerca di un esterno coincide, quindi, con la ricerca degli artisti di un interlocutore simbolico di un ripristino di realtà totemiche e animiste. L’artista consegnerebbe nuovamente alla natura il ruolo di protagonista attivo dopo essersi posto come servo di scena. In tal caso diverrebbe l’autore di un pensiero critico immerso in un contesto suo proprio, dove azioni e tracciati includono emissioni provenienti da punti di vista diversi dallo sguardo antropocentrico. L’artista si immerge nell’ascolto del mondo individuando quei segni che invece di nascere dalla relazione soggetto – oggetto si spostano su un pensiero orientato agli oggetti. È doveroso ricordare però che al di là dell’aspetto feticistico che assume in quanto merce, l’oggetto-opera d’arte resta comunque un oggetto tecnico chiamato a intervenire per modificare la realtà, ossia votato a un’azione. L’azione evocata, anche se espressa in termini generici, in questo oggetto trova una sua incarnazione, sicché l’idea, avendo in sé l’azione, fa di questo oggetto un corpo tecnico la cui immagine è la manifestazione sensibile di una funzione. La natura eidetica, per quanto Bourriaud tenda a pareggiarla alla natura morfologica, rimane a quest’ultima subordinata nel disvelamento di un senso. Questo disvelamento può sfuggire sia al dominio della critica istituzionale, sia all’idea di un’estetica diffusa che, per quanto difficile da delimitare per il suo carattere multiforme e multipolare, è identificabile in una chiara strategia seduttiva di pianificazione del gusto. Questa fuga è possibile quando l’artista si trasforma in un antropologo che suppone un’equivalenza tra persone e oggetti d’arte che divengono per questo agenti sociali. Il corpo tecnico compreso in maniera consustanziale rende l’opera una replica dell’esistenza organica e apre le porte su una dimensione ulteriore. Conseguentemente, Bourriaud sottolinea come sciamanesimo e arte contemporanea condividano lo stesso spazio topologico per l’apparizione congiunta di rito e cultura simbolica.

BEUYS, LA NATURA E LA CONTEMPORANEITÀ

La figura di Joseph Beuys torna inevitabilmente a impersonare l’artista che scioglie il congelamento delle energie simboliche per liberarle in un rito magico. La natura, non essendo più quel serbatoio molecolare dominato dalla casualità scientifica, si trasforma in una dimensione disponibile alla decodifica della struttura molecolare delle realtà sociali che compongono l’illusoria stabilità del mondo. Rapporti naturali e rapporti sociali sono trattati come componenti fisico-chimiche che si prestano a un approccio di tipo “molecolare”. L’artista, in quanto antropologo molecolare, studierebbe gli effetti, le tracce e le impronte umane nel cosmo e nel rapporto con i non umani. L’arte post-internet cui si riferisce il ragionamento di Nicolas Bourriaud critica quella successione di movimenti che consiste nell’indicizzare ogni novità culturale appiattendola sulla tecnologia, critica in sostanza l’importanza cruciale della dimensione del “fare”. Una dimensione che ha soppiantato l’idea di intensificare le unicità dei fenomeni della realtà, al tal punto da generalizzare lo spazio della conoscenza nell’ambito altrettanto generico della tecnologia. Operando una parcellizzazione, l’artista individuato da Bourriaud mirerebbe a superare con ciò quell’antropocentrismo residuo dell’arte relazionale per abbracciare il mondo secondo un’ottica di decentramento e di inclusione. Partendo da un ecosistema condiviso, l’arista del Ventunesimo secolo metterebbe di fatto in discussione il dominio di un’arte che si pone come alter ego umano, rappresentante e automa dall’intelligenza artificiale, favorendo così una forma-tragitto decentrata e capace di trasformare il nostro ambiente con una pura forza vitale, un mana. In definitiva il saggio di Bourriaud, scritto in era Covid -19, segna la presa di coscienza del mutamento definitivo di un’arte che cerca la connessione con il vivente e che rispecchi una promiscuità globale dimenticata nell’arco di una millenaria attività umana di sfruttamento del pianeta.

Marcello Carriero

Nicolas Bourriaud ‒ Inclusioni. Estetica del capitalocene
Postmedia Books, Milano 2020
Pagg. 160, € 19
ISBN 9788874902866
www.postmediabooks.it

ACQUISTA QUI il libro

Dati correlati
CuratoreNicolas Bourriaud
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Marcello Carriero
Marcello Carriero (1965) si occupa di critica e storia dell’arte dal 1994. Ha scritto sulla cultura visiva contemporanea sulle riviste Arte e Critica, Arte, Exibart, e ha pubblicato l’unica monografia completa sul futurista Volt (Ed. Settecittà, Viterbo 2007). Attualmente docente di Storia dell’arte contemporanea e Fenomenologia delle arti contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Palermo, ha collaborato con il sociologo Manuel Anselmi alla raccolta degli scritti di Eugenio Battisti e alla stesura del volume "Iconologia ed ecologia del giardino e del paesaggio" (Olschki, Firenze 2004) curata da Giuseppa Saccaro del Buffa. Come consulente per le arti visive del Festival di Drammaturgia Contemporanea "Quartieri dell’Arte" ha curato nel 2006 "Healing" di Jochen Dehen e John Bock, spettacolo in prima mondiale; nello stesso anno presenta con un suo testo "Cloudless", un’installazione di Loris Cecchini al Palais de Tokyo di Parigi. Nel dicembre 2009, con la mostra "La testa tra le nuvole" (Viterbo, sedi varie), mette a confronto diversi linguaggi dell’arte contemporanea sul tema dell’immaginazione pura. A Palermo ha curato la mostra personale di Lucio Pozzi presso Rizzutogalley, dove è stato presentato "Inventory Game", opera fondamentale del 1968. Nel 2018 cura un ciclo di mostre a Palazzo Oneto di Sperlinga come evento collaterale di Manifesta 12.