Siamo volati a Dubai per osservare da vicino i padiglioni di Expo 2020. Ecco il nostro reportage, tra molte luci e qualche ombra

La prima cosa che si percepisce a Dubai? Tutto è grande, mastodontico, esagerato, estremo, specie agli occhi di un europeo. Anche Expo 2020 s’inserisce nei primati di questa città, essendo il primo del mondo arabo dall’epoca della grande esposizione di Londra del 1851, e per l’occasione qui hanno fatto le cose sul serio, prolungando a tempo di record anche la linea della metropolitana che raggiunge il sito di circa 438 ettari.

Dubai Expo 2020, air perspective. Photo © Francesca Pompei
Dubai Expo 2020, air perspective. Photo © Francesca Pompei

GLI EFFETTI DI EXPO 2020 A DUBAI

È chiaro quindi come ci sia tanta voglia di partecipare, di esserci, di presenziare all’evento da parte di tutti: dalle centinaia di volontari che coprono turni fino alle 2 del mattino alle famiglie che si fanno i selfie sotto la grande cupola traforata o tra le palme illuminate dell’ingresso dopo aver passato gli innumerevoli controlli. Ovunque si parla e si discute dell’Expo perché l’Expo è ovunque, come una sorta di mantra che con il suo logo pervade la città materializzandosi nel pass fucsia di qualcuno che ti sbuca accanto all’improvviso.
E sul posto l’impatto è innegabilmente forte, potente. Al di là delle archistar che vi hanno partecipato, è interessante come i molteplici padiglioni rispecchino non solo le identità estetiche e culturali di ciascuno stato ma, in un certo senso, anche il background urbanistico di Dubai stessa, una città cresciuta attraverso aree “tematiche” indipendenti (Dubai Marina, Dubai downtown, Dubai Media City, Dubai International Financial Center…), che si sono aggiunte in successione sino alla creazione di una metropoli lunga circa 70 chilometri.
Nell’insieme si ha la percezione che tutto funzioni in maniera perfetta, efficiente e senza le ansie da evento di massa in era Covid, sebbene gli igienizzanti siano in ogni angolo e l’obbligo di mascherina sia così severo da essere redarguiti alla velocità della luce dal personale di sicurezza, umano e robotico, solo se si prova ad abbassarla.

Dubai Expo 2020. Italy Pavilion by CRA-Carlo Ratti Associati and Italo Rota Building Office, interiors. Photo © Francesca Pompei
Dubai Expo 2020. Italy Pavilion by CRA-Carlo Ratti Associati and Italo Rota Building Office, interiors. Photo © Francesca Pompei

I PADIGLIONI DI EXPO 2020 DUBAI

Lo sforzo organizzativo è un orologio svizzero: navette elettriche e gratuite che percorrono l’Expo in lungo e in largo fermandosi all’ingresso di ogni padiglione per scaricare i visitatori, un’offerta ristorativa varia, internazionale e, soprattutto, a prezzi accessibili e mappe chiare in più lingue per facilitare l’orientamento e segnalare i percorsi per i disabili. Il tutto permette quindi d’immergersi nella visita senza ostacoli, alla scoperta dei padiglioni e dei loro interni. Gettonatissimi, a giudicare dalle file, il padiglione degli Emirates che, giocando in casa, hanno incaricato Santiago Calatrava per la realizzazione di una struttura leggera che richiama le ali di un falcone, secondo la tradizione araba e la struttura che Es Devlin ha realizzato per il Regno Unito, con la sua luminosità intermittente che anima parole elaborate da un’intelligenza artificiale. Incrociando il candore minimal del padiglione giapponese, contraltare dialettico all’esuberanza cromatica di quello dell’Arabia Saudita, con il suo pavimento a led attivati dai salti di bambini (e adulti), si approda finalmente al celebrato padiglione Italia realizzato da CRA-Carlo Ratti Associati e Italo Rota Building Office. Premiato da un numero record di visitatori, del padiglione colpisce soprattutto l’allestimento espositivo interno, che spazia dai riferimenti all’arte (come dimenticare l’affair del David censurato…?) al mondo della moda con una vetrina di abiti storici talmente belli da riuscire a incantare non solo le signore. Il tutto in un percorso così fluido e scorrevole da aggiudicarsi il successo decretato, seguito dagli interni svaporati e interattivi del padiglione svizzero, che nella sua eleganza ha stupito anche i più scettici.
L’Expo non è solo architettura: ovunque è un pullulare di seminari, visite guidate, performance, tavole rotonde tematiche che si svolgono sullo sfondo morbido del padiglione Mobility progettato da Norman Foster o sotto il disco lunare di Grimshaw, autore della struttura per il tema Sustainability. E non mancano neanche esperimenti estetici che incuriosiscono per la loro audacia, come le linee spezzate della costruzione serba o la cupola psichedelica di creazione russa.

Dubai Expo 2020. UK Pavilion by Es Devlin. Photo © Francesca Pompei
Dubai Expo 2020. UK Pavilion by Es Devlin. Photo © Francesca Pompei

LE SFIDE DI EXPO 2020 DUBAI

Ma ecco che quando tutto sembra perfetto la macchina s’inceppa, anche qui, ovviamente, infrangendo un primato: in tre giorni negli Emirati cade la pioggia di 18 mesi e si scopre che l’Expo non è pronto a fronteggiare l’“apocalisse” d’acqua (normale alle nostre latitudini) che si abbatte sui padiglioni. Cortocircuiti praticamente ovunque che hanno reso impossibile visitare per circa due giorni gli interni delle strutture e le loro mostre, in gran parte digitali e interattive. Sul piano concettuale, la sfida riguarda sia l’ambiente, l’eco-sostenibilità e l’innovazione, sia la convivenza multietnica, con tradizioni dei diversi Paesi che s’incontrano, ritrovano e celebrano la propria cultura e le proprie capacità di guardare al futuro. Il tutto però rischia di perdersi in una dimensione più da entertainment che di luogo di riflessione, riecheggiando a volte uno show dove è più importante divertirsi piuttosto che fermarsi a capire il messaggio.
Tutto sommato questo Expo Dubai 2020, con le migliaia di visitatori attese fino alla chiusura a marzo 2022, avrà ancora modo di essere banco di prova per la vita culturale ed economica della città, specie con l’imprevedibilità degli scenari dovuti alla pandemia.
Verrebbe da dire: fin qui (quasi) tutto bene…

Francesca Pompei

https://www.expo2020dubai.com/

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AutoreSantiago Calatrava
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Francesca Pompei
Francesca Pompei è una fotografa laureata con lode in Filosofia e specializzata in immagini di arte e architettura, membro del direttivo di Tau-Visual, Associazione Nazionale Fotografi Professionisti. Dal 2013 fa parte di PhotoVogue, dell’Art+Commerce Agency-PhotoVogue Collection di New York ed è rappresentata dalla Galerie Bruno Massa di Parigi. Tra la sua recente attività espositiva, Art Basel Miami Beach 2013, Affordable Art Fair New York 2014, Select Fair-Frieze Art Fair New York 2014, FOTOGRAFIA-Festival Internazionale di Roma 2014, Art Fair Tokyo 2015, Oltre le Mura di Roma 2016, Museo MACRO-Testaccio di Roma, Premio Arte Laguna 2016, Nappe dell’Arsenale, Venezia, Oltre i libri, Biblioteca Angelica, Roma, Celeste Prize 2016 Londra, Affordable Art Fair, New York City 2016, Aqua Art Miami 2016 nell’ambito di Art Basel Miami Beach 2016, Art Fair Tokyo 2017, Art Busan 2017, PhotoPlus Expo New York 2017, Artissima 2017- Museo MIIT Torino. È inoltre presente nell’archivio Fondo Malerba per la Fotografia di Milano ed è online su Saatchi Art, iStock by Getty Images, ArtPrice.com, Artand, Artsper, Artbco, One Eyeland, ART UpCLOSE e LensCulture. Nell’estate 2017 il suo nome è inserito nella prestigiosa rivista Art in America's 2017 Guide to Museums, Galleries and Artists.