Il MAK di Vienna dedica un più che meritato approfondimento alle artiste della Wiener Werkstätte, casa di produzione viennese che, nei primi decenni del Novecento, rivoluzionò l’idea di design e di arti decorative.

Era il 1928 quando la rivista Deutsche Kunst und Dekoration celebrava il 25esimo anniversario della fondazione della Wiener Werkstätte pubblicando i ritratti dei suoi membri più importanti. Accanto ai noti Josef Hoffmann, Koloman Moser e Dagobert Peche figurano anche quattro donne (il cui nome in didascalia è rigorosamente preceduto dal titolo di Frau/Fräulein): Maria Likarz, Gudrun Baudisch, Vally Wieselthier e Mathilde Flögl. Sguardo sicuro, posa ricercata, capelli corti e sigaretta tra le dita sono alcuni dettagli che non solo definiscono un nuovo modello femminile, ma evidenziano una consapevolezza. Quella cioè di essere diventate artiste riconosciute e acclamate al pari dei loro colleghi. Eppure la storia, come di solito accade, non ha riservato loro la stessa fortuna. Nel 1932 la storica casa di produzione viennese fallisce e chiude, mentre la situazione politica volge al peggio con l’avvento del nazismo. Il nome di queste donne e soprattutto quello delle numerose altre che per più di un decennio avevano costituito il nucleo operativo della Wiener Werkstätte è destinato all’oblio.

Vally Wieselthier, Advertisement for the fashion of the “Wiener Werkstätte Kärntnerstrasse 32 u. 41,” Vienna, before 1928 © MAK
Vally Wieselthier, Advertisement for the fashion of the “Wiener Werkstätte Kärntnerstrasse 32 u. 41,” Vienna, before 1928 © MAK

LE DONNE E LE ARTI DECORATIVE

Attingendo dall’archivio dello studioso Werner J. Schweiger e da altre ricerche sull’argomento compiute negli Anni Novanta, il MAK – Museum of Applied Arts di Vienna ha inteso avviare una rivalutazione dei traguardi raggiunti da queste artiste con la ricca e articolata mostra Women Artists of the Wiener Werkstätte, accompagnata da un catalogo corredato di biografie e notizie che riguardano circa 180 donne. “Senza voler sminuire il talento di Josef Hoffmann, Koloman Moser, Dagobert Peche e altri artisti, è necessario affermare che la WW deve fondamentali qualità e stimoli artistici alla creatività femminile”, scrive il direttore del museo Christoph Thun-Hohenstein. Se si pensa che l’Accademia di Belle Arti di Vienna fino al 1920 rimase inaccessibile alle donne che quindi, come in altri Paesi europei, potevano frequentare solo le scuole di arti e mestieri, tali numeri non dovrebbero stupire. Le arti decorative diventano uno dei pochi settori in cui le donne possono ambire a specializzarsi come professioniste: è dunque tale condizione sistemica, anziché la presunta “naturale” predisposizione femminile alla decorazione domestica, a creare il tipo della artista decoratrice.

Women Artists of the Wiener Werkstätte. Exhibition view at MAK, Vienna 2021 © MAK, Georg Mayer
Women Artists of the Wiener Werkstätte. Exhibition view at MAK, Vienna 2021 © MAK, Georg Mayer

LA MOSTRA AL MAK DI VIENNA

Sala dopo sala, la mostra ripercorre la storia di queste artiste a partire dalla formazione presso la Kunstgewerbeschule con i maestri Hoffmann e Moser, fino agli esordi che precedono addirittura la costituzione della WW. Non tutti sanno infatti che il primo tentativo di associazione in quella direzione fu fatto nel 1901 da cinque artiste (Jutta Sika, Therese Thretan, Else Unger, Gisela von Falken, Marietta Peyfuss) insieme ad altri cinque colleghi studenti, riuniti nella Wiener Kunst im Hause, con l’intento di promuovere uno stile decorativo moderno, sofisticato e specificamente viennese. Mentre all’interno della WW, fondata nel 1903, le donne cominciano ad avere una presenza e un ruolo prevalenti soprattutto con l’inizio della Prima Guerra Mondiale, che porta al fronte la maggior parte degli uomini. A partire dal 1916 l’allora direttore Peche avvia queste artiste a una svolta stilistica – allontanandosi dalla pulizia geometrica per abbracciare un gusto più libero e naturalistico, ispirato al Rococò – ma saranno poi loro stesse a segnare il cammino.

LE ARTISTE IN MOSTRA

Grande spazio è dedicato dalla mostra al settore tessile, dove si distinguono Maria Likarz, Felice Rix, Martha Alber, Mathilde Flögl: i loro pattern astratti geometrici o dalla figuratività sintetica rielaborano i linguaggi delle avanguardie e anticipano l’art déco. Sorprendente la produzione ceramica, che vede protagonista Vally Wieselthier, autrice di alcune irriverenti sculture di figure femminili decisamente espressioniste che raccontano una storia diversa sull’origine di questo linguaggio, se è vero che le donne, più degli uomini, nutrivano interesse per il carattere primitivista dell’arte popolare e infantile. Interessante anche la sezione dedicata alla produzione di giocattoli, un ambito in cui per lo stesso motivo le progettiste si distinguono per una forte carica innovativa.

Rose Krenn, WW fabric pattern Backfisch [Teenage Girl], 1910 11 © MAK, Kristina Wissik
Rose Krenn, WW fabric pattern Backfisch [Teenage Girl], 1910 11 © MAK, Kristina Wissik

PREGIUDIZI E CONQUISTE

Non mancarono le critiche venate dal pregiudizio, ben radicato a quell’epoca, nei confronti delle donne. Spicca la posizione ostile di Adolf Loos che definisce “donnesco” (womanish) lo stile assunto dalla WW a partire dalla svolta “barocca”, sovrapponendo forse la sua avversione per la decorazione tout court a una certa misoginia. Eppure i risultati raggiunti ad esempio nell’ambito della decorazione ambientale mostrano una carica sperimentale tutt’altro che banale. Nel 1918 un gruppo di artiste decora il negozio della WW in Kärntner Straße 32 coprendo tutte le superfici murarie, soffitto compreso, impiegando diverse tecniche, dalla pittura diretta all’applicazione di tendaggi in seta ed elementi di cartapesta. Conseguente sviluppo del concetto di opera d’arte totale già affermato dalla Secessione viennese e sperimentato dalla WW nella decorazione del Cabaret Fledermaus, tale attitudine alla progettazione unitaria ambientale anticipa le successive sperimentazioni futuriste e De Stijl, fino a quelle di Lucio Fontana.
Nel 1919 la fondazione della Bauhaus avrebbe raccolto questa eredità ampliandola al livello di una vera accademia, il cui obiettivo fosse quello di sostituire la produzione artigianale con quella industriale. Il ruolo delle donne restava tuttavia circoscritto ai tradizionali ambiti decorativi considerati adatti alla creatività femminile (quello tessile soprattutto), permettendo solo a pochissime di diventare maestre o direttrici di laboratorio. Identici i pregiudizi, che ostacolarono la formazione e il percorso professionale di artiste la cui storia comincia finalmente a essere raccontata.

Emanuela Termine

Vienna // fino al 3 ottobre 2021
Women Artists of the Wiener Werkstätte
MAK
Stubenring 5
www.mak.at

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Emanuela Termine
Emanuela Termine (Roma, 1978) è storica dell’arte e curatrice. Ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università La Sapienza di Roma, con una tesi sulle relazioni fra arte e architettura in Italia tra gli Anni Cinquanta e Settanta. Fino al 2013 è stata responsabile della segreteria organizzativa presso la Fondazione Bruno Zevi. Dal 2006 è curatrice senior presso Sala 1 Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, a Roma. Nel 2012 ha curato il progetto “Lingua Mamma”, vincitore del concorso "Arte, Patrimonio e Diritti Umani", indetto da Connecting Cultures con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.