13 fra artisti e architetti, un team composto da 4 curatori e, a fare da scenario, una città che è patrimonio mondiale dell’Unesco. Ecco com’è la terza edizione della Triennale di Bruges.

È una storia curiosa quella della Triennale di Bruges. Perché è sì vero che questa, inaugurata a maggio 2021, è la terza edizione, ma si potrebbe anche dire sesta, poiché nel 1968, 1971 e 1974 si tennero tre rassegne triennali dedicate alle arti figurative di cui questa nouvelle vague non può non tener conto – e infatti non lo fa.
Ciò per dire che, accanto alle inevitabili immagini di stradine medievali e candidi cigni, magari accostate a biciclette e birre, al suono della parola Bruges dovrebbe corrispondere altresì l’immagine di un centro culturale molto attivo e con lo sguardo fermamente e fieramente rivolto alla contemporaneità.

IL TEMA DELLA TERZA TRIENNALE DI BRUGES

Tornando al presente, la terza Triennale di Bruges è intitolata TraumA, con quella seconda A maiuscola che sottolinea il calembour fra “trauma” e “traum”, ovvero “sogno” in tedesco. Per sciogliere il nodo: l’immagine da cartolina, o da sogno appunto, con la quale si identifica Bruges è solo parzialmente veridica, poiché a essa si sovrappone l’immagine traumatica di una città che vela e svela gli inevitabili segreti, talora inconfessabili, di qualsiasi altro centro urbano.
Insomma, rendiamoci conto: qui abbiamo a che fare con una amministrazione locale e nazionale che invita a sollevare il tappeto per mostrare la polvere, e lo fa chiedendo il supporto dell’arte e dell’architettura contemporanea.

Amanda Browder, Happy Coincidences, 2021. Triennale Brugge 2021 © Stad Brugge Matthias Desmet
Amanda Browder, Happy Coincidences, 2021. Triennale Brugge 2021 © Stad Brugge Matthias Desmet

LA MOSTRA INTRODUTTIVA E LE PRIME TAPPE A BRUGES

Prima di iniziare l’esplorazione della città alla ricerca degli interventi artistico-architettonici, la tappa d’obbligo è alla Porteerslodge, dove – come di consueto – è allestita una mostra per così dire introduttiva al tema della Triennale, con una quarantina di opere degli autori invitati a intervenire nel tessuto urbano.
Poiché il tema rischia di essere cupo, consigliamo di iniziare dalla coloratissima installazione di Amanda Browder nella via-con-canale Verversdijk: installazione tessile per la strada medievale dei tintori di stoffe, che dall’acqua si arrampica sull’edificio su su fin dove inizia il tetto.
Lavora sui canali anche Nadia Naveau con Les Niches Parties. Qui siamo però sull’Augustijnenrei e dalle nicchie emergono una serie di maschere a specchio che iniziano decisamente a introdurre il visitatore nella dimensione onirica.
Ancora un richiamo cromatico importante – e un lavoro che sfrutta le potenzialità del tessuto – sulla Poertoren, la Torre della polvere da sparo, sulla quale Nnenna Okore ha posato And the World Keeps Turning, un patchwork dalle forme organiche e di un rosso vivo che è stato realizzato riciclando i copertoni per autocarri.

BURG: LA PIAZZA AL CENTRO DI BRUGES

Grande responsabilità per Nadia Kaabi-Linke, chiamata a intervenire nella piazza del Burg, cuore pulsante della città. L’artista di origini tunisine ha ideato per l’occasione Inner Circle, una accattivante circonferenza di panchine cui però sono state saldati, proprio sulle sedute, degli spuntoni che ne impediscono l’utilizzo. Messaggio chiarissimo e declinabile in infinite modalità, dalla più generale frustrazione dei desideri alla più specifica questione dell’accoglienza promessa e al contempo negata.
L’aspettativa non rispettata, la prospettiva ribaltata, è il concetto-guida del perturbante, di quel fenomeno ovvero nel quale ciò che più ci è familiare mostra aspetti tanto inattesi da causare un disagio che può spingersi fino all’angoscia. E quale fattispecie del perturbante è più angosciosa del doppio? Proprio in questo senso ha lavorato l’architetto statunitense Jon Lott, che ha progettato per il public program della Triennale di Bruges un padiglione uno e bino, lavorando sulla duplicazione della facciata di un edificio.
Trauma e sogno, spazio pubblico e percepito interiore si intrecciano inestricabilmente in Who is afraid of Natasha di Joanna Malinowska & C.T. Jasper, i quali portano nell’oasi verde del beghinaggio di Bruges una statua celebrativa del socialismo reale proveniente dalla cittadina polacca di Gdynia – raccontando silenziosamente come sia complicato avallare o condannare manufatti di quel genere, i quali si rivestono continuamente di nuovi e inediti e inattesi significati.

Héctor Zamora, Strangler, 2021. Courtesy Labor, Luciana Brito, Albarrán Bourdais Triennale Brugge 2021 © Stad Brugge Matthias Desmet
Héctor Zamora, Strangler, 2021. Courtesy Labor, Luciana Brito, Albarrán Bourdais Triennale Brugge 2021 © Stad Brugge Matthias Desmet

LA NATURA ALLA TRIENNALE DI BRUGES

Materiale che più naturale non si può, il legno subisce innumerevoli lavorazioni. Fra di esse c’è il compensato, che ha un costo particolarmente basso e viene impiegato fra l’altro nell’edilizia di città come San Paolo. Qui vive Henrique Oliveira, e il compensato lo porta sui resti delle cinte murarie di Bruges, ricavandone forme organiche che paiono radici, le quali entrano in dialogo con gli alberi del giardino retrostante. Una circolarità insieme reale e simulata, da legno a legno (a legno).
Il ciclo naturale della vita, comprendente fatalmente la morte, è il soggetto della Danse Macabre del celeberrimo Hans Op de Beeck, che porta nel centro di Bruges – dove sorge la barocca Chiesa di Santa Valpurga – una giostra in scala 1:1, che però è dipinta di grigio e ospita soltanto scheletri.
Dal grigio al nero il passo è breve e a fare da trait d’union c’è la chiesa, quella del Seminario Maggiore stavolta. Qui interviene Gregor Schneider con Black Lightning, un corridoio buio, non rettilineo, che stimola i sensi e crea un disorientamento tanto destabilizzante quanto foriero di riflessioni.

INTRECCI DI MERLETTI E COLONNE

Fra le tipicità di Bruges c’è anche la produzione di pizzi e merletti. È questo lo spunto da cui parte Laura Splan, che trasforma in delicatissimi ricami le formazioni molecolari, cellulari e virali di cui in questo ultimo anno e mezzo abbiamo sentito parlare a profusione. E poi le installa in un museo, custode di un’altra peculiarità del territorio di Bruges, ovvero la pittura fiamminga. Probabilmente la fruizione più perturbante sarà goduta da chi non capirà immediatamente che quelli esposti non sono merletti provenienti da secoli lontani.
Su tutt’altra scala si gioca il tema dell’intreccio nella Colonnade del duo architettonico Gijs Van Vaerenbergh: una foresta di colonne talmente fitta da non essere calpestabile, un coacervo di tubi che spunta inquietante nel Baron Ruzettepark.
Restando nel verde urbano, spostandosi però nel giardino della Gezellehuis, non si può non notare l’intervento di Héctor Zamora, che ha attorniato uno splendido pino austriaco con impalcature d’un rosso acceso. Retaggio mnemonico del ceibo, albero tropicale a cui si avvinghiano altri vegetali fino a decretarne la morte per assenza di luce (in questo caso l’esito ovviamente sarà differente).

Adrián Villar Rojas, dalla serie Brick Farm, 2021. Courtesy kurimanzutto, Marian Goodman Triennale Brugge 2021 © Stad Brugge Matthias Desmet
Adrián Villar Rojas, dalla serie Brick Farm, 2021. Courtesy kurimanzutto, Marian Goodman Triennale Brugge 2021 © Stad Brugge Matthias Desmet

DA BRUGES A BEAUFORT

Per un’estate a base di Fiandre e arte contemporanea non c’è soltanto la Triennale di Bruges, bensì anche la rassegna che si svolge sulla ventosa costa di Beaufort e di cui non mancheremo di parlare. Il fil rouge fra queste due aree è garantita dall’opera disseminata di Adrián Villar Rojas. Si tratta di decine di nidi di tordo che l’artista argentino ha riprodotto a partire dagli “originali” e che ha sparso sia a Bruges che nelle località costiere. Impossibile distinguere quelli di origine umana da quelli di fattura ornitologica. La buona notizia è che, indiscriminatamente, sono o saranno tutti abitati.

Marco Enrico Giacomelli

Bruges // fino al 24 ottobre 2021
III Triennale di Bruges – TraumA
a cura di Till-Holger Borchert, Santiago De Waele, Michel Dewilde, Els Wuyts
https://www.triennalebrugge.be/nl/

 

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.