A Bruges regna il silenzio, spezzato solo dal rumore delle carrozze che, trainate da cavalli, percorrono viuzze ciottolate, e centinaia di canali. Le macchine sono sporadiche e le insegne sono discrete per non intaccare e conservare il carattere storico della città. E l’atmosfera d’altri tempi. È nel cuore di questa cittadina incantata, Patrimonio mondiale dell’umanità, […]

A Bruges regna il silenzio, spezzato solo dal rumore delle carrozze che, trainate da cavalli, percorrono viuzze ciottolate, e centinaia di canali. Le macchine sono sporadiche e le insegne sono discrete per non intaccare e conservare il carattere storico della città. E l’atmosfera d’altri tempi. È nel cuore di questa cittadina incantata, Patrimonio mondiale dell’umanità, riconosciuto dall’Unesco nel 2000, che si è scelto di allestire la Triennale, giunta alla seconda edizione e curata da Michel Dewilde insieme a Till-Holger Borchert.

DI CANALI BALNEABILI E ALTRE STORIE

Città liquida è il titolo della Triennale Bruges 2018 ospitata nel cuore storico della cittadina belga. La formula della manifestazione prevede la partecipazione di artisti, architetti e collaborazioni con teorici e scienziati. I progetti sono diffusi in molti siti della città che includono piazze, vie e canali. L’obiettivo è presentare una città liquida letteralmente circondata dall’acqua, aperta, condivisa. Un ideale laboratorio, motore di un auspicabile cambiamento culturale e sociale. Al centro, la comunità che si trova a condividere esperienze, idee e sogni. Le parole chiave di quest’edizione, oltre alla fluidità, sono transizione, afflusso, ospitalità e scambio. La mission è formulare, attraverso il contributo di artisti e architetti, risposte alle attuali crisi nella società contemporanea: disoccupazione, disastri ecologici e molti altri temi in una modalità partecipativa. Gli abitanti e i visitatori sono, infatti, chiamati a partecipare attivamente a questo processo.
La Triennale si articola in tre sezioni principali: Spazi pubblici invitanti e ospitali, con artisti e architetti che sviluppano spazi pubblici trasformandoli in luoghi di condivisione in cui la diversità stimola l’incontro; Associazioni (co-)creative, che vede la collaborazione tra gli artisti e gli architetti con partner di altre discipline con cui contribuiscono a modificare radicalmente l’identità urbana; La città immaginata, che riunisce un gruppo di artisti e architetti focalizzati sulla rappresentazione simbolica dell’urbanità. I partecipanti di questa edizione provengono da tutto il mondo e sono: Jarosław Kozakiewicz, Wesley Meuris, Renato Nicolodi, Nlé – Kunlé Adeyemi, Obba, Roxy Paine, John Powers, Raumlabor, Rotor (progetto in collaborazione con Beaufort2018), Ruimteveldwerk, Tomás Saraceno, Selgascano (Jose Selgas & Lucia Cano), Monir Shahroudy Farmanfarmaian, Studiokca e Peter Van Driessche-Atelier4.
Per la sua seconda edizione, la Triennale Bruges ha invitato il Frac Centre-Val de Loire a organizzare una mostra, a cura di Abdelkader Damani, partendo dalle sue collezioni legate al tema della città liquida. Allestita nella chiesa e nei giardini del Grootseminarie, la mostra presenta opere monumentali che testimoniano “l’arrivo negli Anni Novanta di un nuovo approccio dell’architettura, influenzata dallo sviluppo di metodi innovativi del design e dei processi di produzione digitali”. È questo il punto di partenza per cominciare la visita alla Triennale e scoprire, tra i numerosi progetti, un nuovo ponte avveniristico che però non porta da nessuna parte, una piattaforma galleggiante da cui tuffarsi e fare il bagno in un canale ripulito per l’occasione, una rete gigante e circolare per rilassarsi, una scuola temporanea dove “costruire” cose, una casa del tempo dedicata ai giovani e un’enorme struttura a forma di balena realizzata interamente con plastica riciclata.

Triennale Bruges 2018 © Tomás Saraceno
Triennale Bruges 2018 © Tomás Saraceno

L’INTERVISTA A MICHEL DEWILDE

Il titolo della Triennale Brugge 2018 è Città liquida. Ci siamo illusi che la globalizzazione avrebbe reso tutto più liquido, aperto e condiviso. E invece…
È una questione complessa. Per Zygmunt Bauman la liquidità era una condizione della società contemporanea, ma è sempre prevalso il suo lato negativo. Basti pensare ai disoccupati, all’immigrazione, per non parlare del neo-capitalismo. A Bruges siamo partiti da questo concetto, cercando di renderlo positivo. Come possiamo guardare la città e la comunità attraverso la liquidità? Possiamo pensare alla città in modo differente e non rigido? Come ci rapportiamo con i disastri ecologici?

Un esempio.
Il progetto di Rotor ruota intorno agli esotici e numerosi granchi cinesi che non abbiamo solo a Bruges, ma in Italia, in Francia… Come possiamo risolvere questo problema in modo positivo? Piuttosto che disfarcene e ucciderli, forse possiamo relazionarci con loro, cucinarli, mangiarli. Altrettanto importante è lo spazio. Bisogna condividerlo con gli stranieri, fare qualcosa con i rifugiati… Questa Triennale ha molti lavori che cercano di fare in modo positivo qualcosa che è liquido. Utopico, idealistico? Sì, è utopico perché cerchiamo di essere un po’ più ottimisti. Abbiamo delle specie esotiche come i granchi o le piante e, piuttosto che distruggerle, lavoriamoci. Con tutte le persone che arrivano in Europa, piuttosto che rispedirli indietro, possiamo fare qualcosa con loro. Costruire un mondo nuovo.

È altrettanto utopico perché pensavamo che il mondo, nell’era globale, sarebbe stato più connesso, più libero. Oggi, paradossalmente, le barriere sociali, fisiche e digitali sono aumentate. Si costruiscono nuovi muri.
Osiamo essere naïf. Le questioni ecologiche sono diventate di moda, ma non facciamo quasi nulla. Reagiamo! Abbiamo invitato Raumlabor a costruire una casa del tempo dedicata ai giovani. Un luogo di condivisione e ricreazione. In ogni città i giovani sembrano non interessati per niente a queste problematiche e alle città.  Facciamo qualcosa con loro, coinvolgiamoli. Cerchiamo di cambiare la loro mentalità. Piccoli passi possono cambiare la loro vita personale, le loro connessioni con la società. Il sogno è molto importante.

Triennale Bruges 2018 © Rotor
Triennale Bruges 2018 © Rotor

Le curatrici della prossima Biennale di Architettura di Venezia hanno scritto e condiviso un manifesto che ruota intorno al concetto di spazio pubblico, di generosità, di dono e del rapporto tra natura e architettura. Condividi questo manifesto? E come si rapporta alla Triennale?
Assolutamente. La città non è fuori dalla natura. Quando pensiamo alla città, crediamo che sia fuori dalla natura. La più grande speranza che ho è portare la gente verso quest’idea. La città e la natura sono un’unica entità. Per me è uno degli elementi chiave di questa Triennale.

Se raggruppiamo tutti i progetti in mostra potremmo immaginare una città ideale? Potrebbe essere una città “universale” da adottare? Quali sono le tue aspettative?
Bruges è una città molto piccola e protetta. Non possiamo compararla ad altre città come Roma o New York. È una condizione completamente diversa. Bruges è stata progettata a misura d’uomo, non abbiamo autostrade, ci sono poche macchine. In qualche modo siamo già in una situazione ideale. Ci sono così tanti tipi di città che è difficile riferirsi a un modello, ma sicuramente sarebbe interessante se riuscissimo a ispirare le persone. Bruges può fungere da laboratorio ideale per città più grandi.

Invece continuiamo a costruire…
Questo è uno dei problemi. Dovremmo riusare molto di più gli edifici esistenti. Il 25% degli spazi a Bruges è vuoto. Chiese enormi che non sono più usate, conventi. In ogni città del mondo c’è una grande quantità di edifici vuoti, ma continuiamo a costruire. Nuove costruzioni fuori dalle città dove, al contrario, per un’alta percentuale sono vuote. Bisogna riadattare quegli spazi alle persone.

Triennale Bruges 2018 © raumlabor
Triennale Bruges 2018 © raumlabor

Come hai selezionato le location della Triennale?
Ho mostrato una selezione di siti agli architetti e agli artisti che hanno fatto la loro scelta. È un dialogo.

Architettura e arte contemporanee in una città antica.
Molti conoscono Bruges e la sua storia. L’architettura e l’arte contemporanea però ti permettono di guardare la città antica con altri occhi. Avremmo potuto “nascondere” i progetti all’interno di edifici, come succede alla Biennale di Venezia, all’Arsenale ad esempio. Invece li abbiamo collocati all’esterno per vedere la città in modo diverso e averne una visione più alta e profonda. Non è solo decorazione. L’attore principale di questa Triennale, l’artista o l’architetto protagonista, è la città stessa. La Triennale è uno spettacolo teatrale con un solo attore: la città.

Daniele Perra

Bruges // fino al 16 settembre 2018
Triennale Brugge 2018
SEDI VARIE
https://triennalebrugge.be/
www.visitbruges.be

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42 ‒ Speciale Fiandre

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente di Contemporary Art and Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.