Quel che non si può lasciare indietro. Una collettiva a Ginevra

CAC, Ginevra ‒ fino al 21 aprile 2019. Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, Zoe Leonard, Marinella Pirelli, Jean-Frédéric Schnyder e Rirkrit Tiravanija danno vita a un percorso intimista. “A Few Things I Cannot Leave Behind”, una collettiva curata direttamente da Andrea Bellini al CAC di Ginevra.

Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, La Marcia dell’Uomo, 2001. Installazione video. Exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milano. Photo Agostino Osio
Yervant Gianikian & Angela Ricci Lucchi, La Marcia dell’Uomo, 2001. Installazione video. Exhibition view at Pirelli HangarBicocca, Milano. Photo Agostino Osio

Al CAC, i piani espositivi dedicati allo sviluppo di A Few Things I Cannot Leave Behind sono tre. Lo spazio a disposizione sembra sostenere, avvolgere e incarnare i lavori dei sei artisti scelti, facendosi ampio, sofisticato e dotato di sensibilità propria. Andrea Bellini, nell’oscurità relativa del percorso, struttura un continuum di ingressi e uscite invisibili, originati a partire dalle opere esposte, mostrando attraverso video, dipinti e lavori su carta il volto di una dichiarazione poetica affettiva. Ma mai sentimentale.
Il motore silenzioso di questa mostra sfiora con fermezza due estremità, accelerando e decelerando nel mezzo di due grandi poli che si delineano, a poco a poco, nell’attraversarla.
Da una parte l’artista mette in essere tramiti di resistenza nei confronti di codici capitalizzati dello scorrere del tempo; dall’altra, l’opera si trasforma in quel tramite fisico, atemporale che l’artista stesso non riesce ad afferrare del tutto: non tanto oggetto in sé, quanto, piuttosto, Sé dell’oggetto esposto ‒ e mai completamente, immediatamente, rappresentato.

Marinella Pirelli, Bruciare, 1971, still da video © Marinella Pirelli
Marinella Pirelli, Bruciare, 1971, still da video © Marinella Pirelli

YERVANT GIANIKIAN E ANGELA RICCI LUCCHI

Non a caso l’inizio di A Few Things I Cannot Leave Behind si manifesta con un omaggio, una dedica, un legame del pensiero esteso per ben 500 metri quadrati del museo. Si tratta de La Marcia dell’Uomo (2001) di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, installazione che al secondo piano del CAC torna ad aprirsi come un diario analitico, de-cinematografico sul sovrapporsi delle temporalità, dei ritmi dell’Uomo; una proiezione commissionata da Haral Szeemann per la 49esima Biennale d’Arte a Venezia, Platea dell’umanità. Qui una successione di tre schermi scandisce, accompagnate dalla colonna sonora di Keith Ulrich, alcune tappe cruciali della storia delle immagini. Sul primo schermo scorrono i 32 fotogrammi di Homme négres, marche, realizzato nel 1895 (anno ufficiale della nascita del cinema) nella Station physiologique di Marey: un gruppo di africani sfila di fronte all’apparecchio cronofotografico, sullo sfondo un telo bianco. Ma la marcia dell’uomo del XX secolo sembra destinata a prendere ben altre direzioni, se il secondo schermo (ricolorato in giallo acido) propone un nuovo incontro con il diverso, ripreso da un gruppo di esploratori nell’Africa degli Anni Dieci. Il soggetto è passivo? Soffre? Cosa prova? È ben disposto? È docile? domandano le didascalie. Qui la marcia diventa quella dello spettatore che, da uno schermo all’altro, seguendo i ritmi della Storia del XX secolo, delle immagini in movimento e dei salti dei fotogrammi, ripercorre lo scarto, la frizione tra l’avanzare monumentale nello spazio del CAC e la circolarità delle immagini che tornano su se stesse.

Jean-Frédéric Schnyder, Dritchi VII, 1985. Courtesy Kunstmuseum Bern, Toni Gerber Collection
Jean-Frédéric Schnyder, Dritchi VII, 1985. Courtesy Kunstmuseum Bern, Toni Gerber Collection

IN MARCIA

Una marcia che, a un piano di distanza, si insinua dietro la superficie delle pareti ed estetizza ogni truce regolarità in Bruciare (1971) di Marinella Pirelli; marcia che si verticalizza nei fogli a disposizione del pubblico di I Want a President (1992) di Zoe Leonard; marcia che diventa surreale, ultra-cromatica nei dipinti antropomorfi di Jean-Frédéric Schnyder; marcia che infine si disperde nei silenzi, fra una parola e l’altra, di Karl Holmqvist (Rirkrit Tiravanija, Karl’s perfect day, 2017). Per precisa volontà di Bellini, proprio la lunga marcia di Karl’s perfect day ‒ che terminerà, a sua volta, peripatetica, con una sorta di processione orchestrata anche da Klara Liden, Haegue Yang, Shimabuku e Hamid Amini‒ si inserisce in mostra al di sopra di una insistente moquette arancione; dando sfoggio di tutta la sua avvolgente sonorità; utilizzando lo schermo più esteso di tutto il percorso; e, infine, imponendo allo spettatore quasi un’ora di intima dilatazione temporale, nella giornata di Holmqvist. Una delicata, ironica e dolce messa a nudo del perdersi, senza mai smarrirsi, di un pensatore, osservato da un altro pensatore.

Ginevra Bria

Ginevra // fino al 21 aprile 2019
A Few Things I Cannot Leave Behind
CENTRE D’ART CONTEMPORAIN
Rue des Vieux-Grenadiers 10
www.centre.ch

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.

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