Si è appena celebrato ad Abu Dhabi il primo compleanno della sede emiratina del Louvre. Funestata da un’improvvisa desert storm, la celebrazione merita tuttavia una riflessione a mente fredda, dopo le reazioni accese e opposte a cui abbiamo assistito lo scorso anno.

Lo scorso novembre, in coincidenza con la nona edizione di Abu Dhabi Art, veniva inaugurato il Louvre Abu Dhabi progettato, da un punto di vista architettonico, dalla star francese Jean Nouvel. Molto in quei giorni si è scritto a proposito della cupola, un po’ meno dell’allestimento, moltissimo di denaro e colonialismo e grandeur.
Proprio ciò che è rimasto sullo sfondo, ovvero il progetto museologico, merita attenzione.

MUSEI: IL MODELLO EUROPEO

Il Louvre Abu Dhabi – al di là delle intenzioni esplicite o implicite, al di là delle dichiarazioni pubbliche e degli interessi più reconditi – non è il mero ribaltamento di un classico museo enciclopedico europeo. Non è il Louvre in ottica araba, per intenderci.
Sarebbe pure comprensibile: con i tanti denari messi a disposizione dall’Emirato di Abu Dhabi, ci si poteva aspettare che il modello enciclopedico presuntamente universale dei “nostri” musei venisse adottato e poi cambiato di segno, di prospettiva, raccontando “la” Storia da un punto di vista arabo e islamico.
E invece questo non accade, nemmeno lontanamente. Non esiste qui il modello museale tradizionalmente inteso in Occidente – non apriamo la questione dei “musei dell’uomo”, di cui ha ampiamente scritto Jean-Loup Amselle –, nel quale la Storia è narrata da un punto di vista ben preciso e in cui le altre culture hanno (se le hanno) a disposizione alcune sale, solitamente poste al termine del percorso di visita e spesso concepite per fornire un’idea a-temporale delle stesse.
In altre parole, se la cultura europea è analizzata in chiave cronologica, le altre culture vengono raccontate come se fossero prive di Storia, e così manufatti realizzati a secoli o millenni di distanza sono accostati senza alcuna remora, accomunati da un esotismo coloniale che appiattisce ogni storicità, come se quest’ultima appartenesse soltanto all’Occidente, insieme a concetti, certo criticabili, come evoluzione e progresso. Insomma, si applicano due filosofie della storia diametralmente opposte.

Louvre Abu Dhabi. The Dome e l'albero di Giuseppe Penone
Louvre Abu Dhabi. The Dome e l’albero di Giuseppe Penone

UTILI RAFFRONTI

Al Louvre Abu Dhabi succede qualcosa di completamente diverso. L’approccio museografico è tematico, prima che cronologico, e ogni sala del percorso – articolato in dodici tappe – mette in relazione e in dialogo eventi coevi ma geograficamente distanti. E lo fa senza gerarchie di sorta, come invece spesso succede quando dalle nostre parti si tenta l’“apertura”: si pensi alla narrazione corrente relativa alla ricezione dell’“art nègre” da parte delle avanguardie storiche, in cui il dialogo è monodirezionale, unidirezionale, dove la voce è soltanto quella degli artisti europei che “scoprono” e si fanno ispirare da temi e approcci provenienti da culture extra-europee.
Al Louvre Abu Dhabi succede l’esatto opposto, e così – ad esempio – si narra di come la nascita della prospettiva nel Vecchio Continente coincida pressappoco con la nascita della tridimensionalità astratta nei Paesi arabi, in uno straordinario parto gemellare che, esordendo da premesse radicalmente diverse, si pone problematiche assai affini; se possibile più chiara è la sala che racconta la nascita della globalizzazione, quando, intorno al 1500, ha inizio l’epoca delle grandi esplorazioni, effettuate sì da Cristoforo Colombo, ma al pari e in contemporanea a Ibn Majid e Zheng He; e ancora, e sempre supportata dagli eccezionali possedimenti del Louvre, sorprende la coincidenza con la quale, nel XVII secolo, regnanti europei, islamici, cinesi e africani si affacciano alla committenza artistica, aprendo un capitolo nuovo e fondamentale della rappresentazione del potere.
Volendo fare un paragone: non si tratta tanto del modello – ripetiamo: legittimo – applicato da Wael Shawki in Cabaret Crusades (le Crociate raccontate dal punto di vista degli storici islamici) bensì quello di Clint Eastwood adottato per la coppia di film del 2006 Flags of Our Fathers e Letters from Iwo Jima – se però Eastwood fosse giapponese.

Louvre Abu Dhabi. Installation view
Louvre Abu Dhabi. Installation view

COSA NON FUNZIONA (FORSE)

Tutto bene, quindi? No. Le ultime due sale, dedicate all’arte moderna e contemporanea, risentono ancora di un profondo “occidentrismo”. Si dirà: ma ora il mondo dell’arte è globale e dentro ci sta tutto. Ne siamo certi? Non esistono altre forme espressive, altre storie da ascoltare, improntate a una differente Weltanschauung?
Tenendo la barra dritta sul discorso compiuto finora, anche le due mostre temporanee sono criticabili. Japanese Connections: The Birth of Modern Décor risente dell’approccio delle avanguardie, e infatti qui si racconta di come i Nabis abbiano preso ispirazione dalla cultura giapponese, capendo assai poco – i Nabis – del fatto che quest’ultima possiede una storia complessa e lunghissima.
Al capo opposto, Roads of Arabia: Archeological Treasures of Saudi Arabia (mostra itinerante che in questa tappa si arricchisce di reperti locali) narra invece la storia, per l’appunto, della cultura del Golfo, dalle origini alla modernità. In quest’ultimo caso, tuttavia, l’interesse è senz’altro profondo: per i locali, in chiave di alfabetizzazione, specie per le nuove generazioni che vivono in città come Dubai, dove ogni traccia del passato è scomparsa; per gli stranieri, ai quali non può far male imparare qualcosa di “altre Storie”.

Marco Enrico Giacomelli

www.louvreabudhabi.ae

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.