Abu Dhabi Art. Prime impressioni dalla fiera glocal

In mattinata ci siamo aggirati fra gli stand in preparazione, in attesa dell’apertura ufficiale della decima edizione di Abu Dhabi Art. Ecco le nostre prime impressioni su una fiera piccola ma ben curata, che si estende in un festival lungo tre mesi. In un emirato che sta facendo del glocalismo la propria bandiera.

Antonio Santin, Carpet diem, 2018, particolare. Galerie Isa, Mumbai
Antonio Santin, Carpet diem, 2018, particolare. Galerie Isa, Mumbai

Abu Dhabi non è Dubai, dunque Abu Dhabi Art non è Art Dubai. Pare un truismo ma la scarsa conoscenza di quest’area geografica – e talora della geografia tout court – ha come conseguenza quella di mescolare realtà politiche e culturali molto differenti l’una dall’altra.

FIERA E FESTIVAL

Abbiamo tentato di approfondire l’argomento qualche mese fa su Artribune Magazine e non è il caso di tornarci in questa sede. Basti qui dire che Abu Dhabi Art è una piccola fiera, se la intendiamo dal punto di vista degli stand e delle relative gallerie che vi partecipano, che sono quarantatré. Con una postilla che la rende interessante: questa è una fiera sì internazionale, ma estremamente attenta – come d’altra parte lo è la politica culturale di questo emirato – a intrecciare l’internazionalità con le proprie radici. E in un attimo la fiera diventa un festival.
Quest’anno si celebra il primo decennale di Abu Dhabi Art, proseguendo un programma espansivo che non riguarda tanto il numero delle gallerie, quanto piuttosto la succitata dimensione di festival: dalle mostre all’interno degli spazi del Manarat Al Saadiyat (nella gallery vedrete alcuni scatti di quella curata da Hammad Nasar) alle performance (Durub Al Tawaya, giunto alla sesta edizione), si tratta di un programma che si estende fino alla fine di gennaio 2019.

Rachid Koraïchi, L'Amour au bord de l'âme, 2016. October Gallery, Londra
Rachid Koraïchi, L’Amour au bord de l’âme, 2016. October Gallery, Londra

GALLERIE E COLLEZIONISTI

Tornando alla fiera propriamente intesa, immancabile la presenza italiana, con Giorgio Persano da Torino, Officina dell’Immagine da Milano e Galleria Continua da San Gimignano (e Beijing, Les Moulins e L’Habana). Così come non mancano alcuni grossi nomi, fra i quali Sprüth Magers da Berlino e Lisson da Londra.
E se il collezionismo è ancora un fenomeno in crescita (a sostenere i galleristi ci pensa in qualche modo la fiera stessa, organizzata dall’Ufficio Cultura e Turismo, poiché i primi acquirenti sono gli appartenenti alla famiglia reale), d’altro canto le commissioni abbondano, come quelle per Al Ain affidate a Moataz Nasr, Imran Qureshi e Ammar Al Attar, per non parlare del nuovo film di Sarah Morris prodotto dal nascente Guggenheim di Abu Dhabi.

TALK E GIOVANI ARTISTI

Nella medesima ottica di alfabetizzazione e riflessione sul proprio specifico contesto, il programma dei talk curato da Nada Shabout e Salwa Mikdadi: al centro vi sono infatti tre mini-convegni (a uno dei quali partecipa il “nostro” Stefano Curioni) in cui verranno affrontati temi caldi per la Gulf Area in rapporto al sistema globale dell’arte, invitando specialisti, accademici e operatori del settore che vivono in questa zona del mondo e mettendoli a confronto con figure omologhe che lavorano altrove. Ovvero: non è la consueta sfilata di nomi arcinoti che parlano sempre e comunque dei medesimi argomenti e nella medesima maniera, che si trovino a Miami o a Karachi.
Ancora nella stessa prospettiva, da segnalare è il Portfolio Review con Holly Hughes, fra le attività di approfondimento che sono rivolte agli artisti emergenti – da intendere in prima persona, ma anche come “oggetto” da valorizzare agli occhi dei potenziali collezionisti.

Loris Cecchini, Mugraph Reliefs, 2018, particolare. Galleria Continua.JPG
Loris Cecchini, Mugraph Reliefs, 2018, particolare. Galleria Continua.JPG

TRADIZIONE INNOVATIVA

Attenzione dunque a captare soprattutto temi e motivi tradizionali e le loro reinterpretazioni, materiali o concettuali. Dai tappeti di Antonio Santin alle palme di Gary Webb o di Yto Barrada, dai dipinti dell’ottantenne Huguette Caland alla calligrafia di Idris Khan o di Rachid Koraïchi, dall’harem “rivisitato” di Lalla Essaydi alla “sabbia” di Loris Cecchini, fino alla Storia e alle storie di Wael Shawky.

Marco Enrico Giacomelli

www.abudhabiart.ae/

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.
  • http://www.athanor-arte.com Domenico Ghin

    A me pare invece che i motivi tradizionli, i riferimenti locali captati vedendo i tappeti di Antonio Santin, le sabbie di Loris Cecchini e soprattutto le palme di Gary Webb siano di una banalità spiazzante. Interessanti, diversamente, i lavori di Idris Kahn.