Inpratica. Una sopravvivenza (II)

Il museo come luogo “sinistro”. Una forma mentale definitiva, che gestisce il patrimonio stilistico del passato recente e lontano come un immenso archivio a cui attingere in maniera sicuramente molto educata, a tratti didascalica, tutto sommato acritica. E noi continuiamo a scavare…

A cosa serve il giorno
Per chi nella sua tenebra
Ha un sole così eccelso
Che mai sembra scostarsi
Dal meridiano?

Emily Dickinson, 611 (1862)

Alcuna civica lampadina dondolò
suo saluto ai fuggenti, in quella povertà
scura e petrosa di paese: (…)

Carlo Emilio Gadda, Quer pasticciaccio Brutto de via Merulana (1957)

Questa forma di vita che è stata creata per noi, che ci siamo scavati, è assolutamente incomprensibile al di fuori del Paese. L’assenza di ribellione – l’acquiescenza – l’accettazione silenziosa – la passività – il servilismo – la furberia – la dissoluzione – il cinismo – l’arretratezza – la chiusura mentale – l’opportunismo – l’approssimazione – la vigliaccheria – la paura – la precarietà – la fragilità – la vulnerabilità – la resilienza – il rancore sordo – la prevaricazione – la discrezionalità – l’assenza di regole – la superfetazione di regole – il classismo – il conformismo – l’ostracismo – lo stramaledetto complesso di inferiorità – l’autocommiserazione – l’autoassoluzione.
Tutto questo parla una lingua diversa dal resto del continente e del pianeta. Siamo tagliati fuori, separati dal contesto contemporaneo. Rinchiusi in un’insopportabile lamentosità: stretti a una fioca lucina, sempre più debole, che sta per la nostra civiltà così danneggiata, erosa, abbandonata all’incuria. Disprezzata, anche.
Che cosa resta? Continuare a scavare.

Giorgio Morandi, Natura morta, 1931 - courtesy Galleria De' Foscherari, Bologna

Giorgio Morandi, Natura morta, 1931 – courtesy Galleria De’ Foscherari, Bologna

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È come abitare il deserto. Un posto dimenticato, oscuro, neghittoso – in cui l’esistenza collettiva scivola sempre più giù senza che le persone mostrino di accorgersene. O, molto probabilmente, senza che gli importi. Quasi tutti fanno finta di poter continuare come se nulla fosse, come se non stesse davvero cambiando e crollando e collassando e implodendo e mutando tutto attorno a loro. L’abitudine e le abitudini, il terrore profondo di trasformarsi e adattarsi. La fatica, e il timore della fatica.
Che cosa resta? Continuare a scavare.

Terry Gilliam, The Zero Theorem (2013)

Terry Gilliam, The Zero Theorem (2013)

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La potenza di questo sistema: anche se tu non sei d’accordo, anche se ti opponi ad esso, anche se riconosci chiaramente le crepe, devi comunque venirci a patti. È una sorta di totalitarismo culturale basato – come tutti i totalitarismi – sul conformismo, e sulla costrizione implicita. Alcuni sono indubbiamente bravissimi a sfruttare le risorse di questo circuito chiuso: nel momento, per esempio, in cui il fighettismo artistico si è ormai istituzionalizzato come codice rigidissimo, come neo-accademia, è chiaro che qualunque ipotesi “rivoluzionaria” deve fare i conti con questa forma, con questo linguaggio, con questo sistema. La rivoluzione, d’altra parte, è tale solo rispetto a qualcos’altro: e questo “qualcos’altro” è precisamente il suo oggetto.
Lingue aliene oggi si confrontano: la complicazione è dovuta infatti a un surplus di incomprensione, a un conflitto cognitivo e interpretativo. Non sembra esserci un terreno comune, neanche per intendersi sulle regole di ingaggio: ognuno sembra rinchiuso nel proprio codice singolo o tribale, per nulla interessato a ciò che accade fuori, all’esistenza stessa di questo “fuori”, alla sua consistenza qualità temperatura. E questa è un’attitudine culturale eminentemente museale, che ha fatto del museo (luogo “sinistro” per eccellenza, come lo definiva Giorgio Manganelli) la sua forma mentale definitiva, e che gestisce il patrimonio stilistico del passato recente e lontano come un immenso archivio a cui attingere in maniera sicuramente molto educata, a tratti didascalica, tutto sommato acritica: “Io diffido dei musei, in primo luogo dei musei istituzionali, che tendono a raccogliere e catalogare ‘tutto’. La biblioteca è pedante ma onesta. Non pretende di essere unica. Il museo esige di essere solitario, esemplare, irripetibile. È fatto di oggetti unici. Ogni esempio è una preda, comprata, catturata, deportata, scovata, scavata, rubata, corrotta, scambiata, trafugata. Un museo presuppone una passione non ignara di delitti, una cupa concentrazione, la mitologica fantasia di poter ritagliare uno spazio piatto e concluso, tolemaico, nel mondo sferico copernicano. Un museo nasconde una macchinazione, una prepotenza, una frode. Raccoglie quelle cose ambigue e un poco sinistre che sono i capolavori; colleziona opere d’arte, in nome della bellezza; infine, pretende di essere istruttivo. In ogni caso, i musei agiscono in modo riduttivo; l’opera chiusa nella teca del museo è catturata in un lager di squisitezze, viene dichiarata eterna purché rinunci alla propria qualità magica, alla intrinseca violenza, perché accetti di essere ‘bella’” (G. Manganelli, Lager di squisitezze, ne La favola pitagorica, Adelphi, Milano 2005, pp. 57-58).
Che cosa resta? Continuare a scavare.

Christian Caliandro

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Christian Caliandro

Christian Caliandro

Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea, studioso di storia culturale ed esperto di politiche culturali, insegna storia dell’arte presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze. È membro del comitato scientifico di Symbola Fondazione per le Qualità italiane. Ha pubblicato “La…

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