Osservatori culturali. Dinosauri o soggetti in grado di interpretare il presente?
Una nuova mappatura globale degli osservatori culturali, strutture di ricerca e monitoraggio della cultura, è il punto di partenza per interrogarsi sul loro senso e sul loro futuro
Negli scorsi giorni, l’Osservatorio Culturale del Canton Ticino ha pubblicato un approfondimento sugli osservatori culturali nel mondo. Un’analisi, corredata da mappa e da elenco degli osservatori censiti, che presenta non pochi aspetti di interesse.
La distribuzione geografica degli osservatori culturali
Guardando la mappa, disponibile qui, emerge a colpo d’occhio un’evidenza degna di nota: il fenomeno degli osservatori culturali non è globale, ma riguarda principalmente alcune aree geografiche, ed in particolare l’Europa e l’America del Sud. Qualche presenza occasionale è prevista in America del Nord, dove però incide soprattutto il Canada e la presenza di organizzazioni prevalentemente orientate alla cultura ispanica presente negli USA. Ancor più colpisce la quasi totale assenza di “puntini sulla mappa” per Africa, Asia e Oceania. Una tale distribuzione può trovare origine in tantissime motivazioni differenti: dalla minore attenzione pubblica alla cultura, ad una scarsa attitudine alla proliferazione di enti da parte delle amministrazioni; da una sinora immatura consapevolezza del ruolo della cultura ad una più evoluta attenzione verso le dimensioni legate alla produzione culturale, con conseguente maggiore attenzione alle dimensioni imprenditoriali. Si tratta, in fondo, di una visione globale, che coinvolge paesi e culture molto diverse tra loro ed è quindi naturale che ci possano essere tante ragioni quante sono le Nazioni mediante le quali la specie umana ha organizzato la propria presenza all’interno di questo pianeta.
L’attività degli osservatori culturali
La seconda dimensione che sicuramente merita attenzione è la grande presenza di organizzazioni che sono state giudicate come inattive: tra i primi 10 Paesi per numero di osservatori attivi, ad esempio, solo la Germania presenta un rapporto di attività realmente efficace. In Spagna, ad esempio, che rappresenta il Paese con maggior numero di osservatori culturali attivi, quelli inclusi nella mappa sono 26 a fronte di un totale di circa 45 organizzazioni. L’Italia, che in questa peculiare classifica occupa il secondo posto, propone un rapporto altrettanto interessante: 11 gli osservatori attivi, contro più di 20 risultati inattivi.
Cosa significa quando un osservatorio culturale è inattivo?
Per capire meglio la portata di tale dato è però opportuno approfondire la metodologia proposta dal paper, e quindi stabilire in primo luogo quali siano le organizzazioni considerate come Osservatori, e quali siano i criteri per definirli “inattivi”. Con riferimento al primo punto, la ricerca dichiara apertamente che sono considerate come osservatori culturali quelle organizzazioni che considerano il settore culturale negli asset strategici della propria missione, e che (semplificando) agiscono senza scopo di lucro combinando competenze e conoscenze culturali e statistiche al fine di approfondire e trasferire conoscenze legate al settore culturale. Più semplice, ma non necessariamente meno efficace è la discriminante tra organizzazioni attive o non attive: in pratica, vengono considerate come non attive quelle organizzazioni per le quali, analizzando canali web e social, non è stato possibile identificare un’attività “recente”.
Alcuni quesiti sugli osservatori culturali
I dati raccolti e condivisi da questa mappa, prima ancora di fornire delle “risposte”, invitano a porsi delle domande, forse scomode, ma senz’altro necessarie. Perché, ad esempio, così tante organizzazioni risultano inattive? A cosa è dovuto questo tasso di mortalità? È forse ascrivibile ad una sostanziale perdita di “focus” da parte degli osservatori, o alla mancanza di appetibilità delle informazioni che raccoglievano e trasferivano? O ancora si tratta di organizzazioni che sono state costituite con un po’ troppa leggerezza, senza tener conto delle esigenze concrete che sarebbero emerse? Domande che senza dubbio richiedono approfondimenti, non per puro spirito di conoscenza, ma per comprendere e indirizzare il destino degli osservatori oggi ancora attivi. Perché è lecito chiedersi, oggi, quali informazioni, quali servizi, quali interpretazioni gli osservatori culturali debbano realmente trasferire alla cittadinanza, alle imprese, alle istituzioni.
Ha senso comprendere se, e come, gli osservatori oltre a “osservare”, possano o debbano trasformarsi in qualcosa d’altro: centri in grado di trasferire la cultura, e l’agire culturale, dal livello individuale a quello territoriale. Ha senso comprendere se, e in che misura, gli osservatori possano realmente sostenere non soltanto la dimensione culturale in senso stretto, ma anche la dimensione imprenditoriale legata alla cultura. Perché è quella la componente più prettamente di “produzione” di nuova cultura, ed è quella che sostanzialmente si riverbera nella vita delle persone. Come costruire il nuovo modello di osservatorio culturale in modo che possa realmente essere utile al nostro tempoSicuramente ci sono tantissime idee al riguardo. Sarà il tempo, probabilmente, a sancire quali di queste siano realmente valide. E quali di queste siano, in fondo, soltanto idee.
Stefano Monti
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