La Street Art vince. Anche in tribunale

Non chiamatelo imbrattamento. Dopo un processo durato tre anni, per festeggiare l’assoluzione, imputato (Manu Invisible) e avvocato (Frode), entrambi street artist, mettono su muro la loro esperienza. Un “processo al colore” conclusosi con il riconoscimento, per la prima volta in Italia, del valore artistico del pezzo incriminato e del suo autore.

È il 20 giugno del 2011. Ero andato a Milano per studiare e cercare nuovi lavori come artista. Vengo da una zona della Sardegna dove c’è una lunga tradizione di murales. Mi ero messo in testa di dipingere una veduta notturna sfocata… sai, a macchie di colore sfumate. Ho fatto dei bozzetti, portato una scala, pennelli, rulli… ci ho lavorato da mezzanotte alle cinque… poi arriva una volante della polizia avvertita da qualcuno che mi aveva visto e lì comincia la trafila”. Perché il muro su cui Manu Invisible – street artist di 24 anni di San Sperate che, insieme a Orgosolo, è un centro pulsante per la Street Art (vedi Pinuccio Scioa)sta dipingendo in via Piranesi, zona Forlanini a Milano, è di proprietà di Trenitalia. E lui non chiesto alcuna autorizzazione.

Ti hanno denunciato e assegnato un avvocato di ufficio…
Manu Invisible: Dell’avvocato non mi fidavo e ho chiamato subito Frode, che non solo è uno street artist come me, ma anche avvocato, specializzato in materia. Avevamo già dipinto dei muri assieme. C’è stima reciproca. Così…
Frode: Quando mi ha chiamato, Manu Invisible era stato denunciato per reato di imbrattamento, cosa di cui come legale mi occupo abitualmente. E che come street artist mi interessa, soprattutto da quando dal 2009 il processo non scatta più solo quando imbratti una superficie di valore artistico o in centro, ma sempre. Soprattutto a Milano…

Frode, 34 anni, non sei nuovo a processi del genere nella tua città. Sei molto attivo anche come “insegnante” nei licei, con incontri a cavallo tra cattedra e bombolette, come il recente Progetto Bookcity, per far capire ai ragazzi la differenza fra Street Art e vandalismo. E le conseguenze penali nel caso del secondo. Il 28 marzo scorso è stata depositata la sentenza del processo di Manu Invisible. Una sentenza che segna un grosso passo avanti nel difficile rapporto tra giustizia italiana e chi pratica la Public Art…
Manu Invisible: Abbiamo spiegato al giudice che due anni fa il Comune di Milano mi aveva commissionato un lavoro in piazza Schiavone, che collaboro con la onlus Domus De Luna dal 2008, che faccio concorsi e mi assegnano commissioni. Insomma, che sono un artista con studi e competenze e che stavo abbellendo un muro già degradato dal calcare, dalla polvere e da scritte senza senso. È incredibile che ci siano voluti tre anni. Insomma, il muro era rovinato allora e lo è ancora adesso. È quello il vero problema da risolvere, il degrado delle periferie e la mancanza di spazi a disposizione per gli artisti.
Frode: Ho ripercorso la sentenza che avevo ottenuto nel 2012 a favore di un writer assolto perché aveva scritto su un muro precedentemente imbrattato. Qui, però, c’è stato un progresso: ho preteso che venisse riconosciuto l’intento artistico da parte di Manu Invisible. La giudice, Marilialia Speretta della sessione ottava penale del Tribunale di Milano, all’inizio non era convinta, ma poi ha cambiato idea. Questa è una sentenza storica, finalmente si riconosce la giusta importanza della Street Art e dei tanti artisti che rendono vive le città. Questo non toglie che il processo sia necessario, in alcuni casi, ma non che ogni caso sfoci in un processo.

Avete festeggiato la sentenza raccontando la vostra esperienza e dipingendo un muro in via Cima, sempre a Milano, e ancora di proprietà di Trenitalia. Tutto legale e autorizzato, questa volta…
Manu Invisible: I muri di questa zona sono perfetti: fondo completamente marcio con striature prevalentemente verticali. Volevamo documentare l’atmosfera del giorno e del momento dell’ultima udienza. Io ho disegnato l’avvocato, Frode, e lui ha disegnato l’imputato, me.
Frode: Ci siamo ispirati ai disegni dei tribunali americani, solo che interpretati a modo nostro, con colori scuri per esprimere la pesantezza dello stare sotto processo. Il fatto di essere imputato, col tuo nome scritto fuori dalla porta, con un pm che ti accusa in nome dello Stato e un giudice davanti senza faccia, lontano, non sai se ti ascolta. Vedi solo la scritta “La legge è uguale per tutti” che lo sovrasta, ma non sai che cosa pensa. È un processo al colore. Gli unici colori sono Manu e qualche tratto mio, sopra la toga, nonostante io mi spogli abbastanza del me stesso street artist quando entro nella parte del difensore.

Un’ultima domanda: la veduta che stavi dipingendo quella notte, tre anni fa, ora che sei stato assolto la finirai?
Manu Invisible: Per quanto mi riguarda, quello resta un muro fattibile. Perché è un muro che ha bisogno di essere valorizzato, in una via periferica, abbandonata, dimenticata. Per ora sto creando il mio spazio espositivo a San Sperate, dove sperimentare al di là dei lavori in strada. Magari riprenderò a fare muri illegali, chissà.

Alessia Di Giovanni

http://www.frodestyle.com/
http://www.manuinvisible.com/it/

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