Requiem per la cultura

In un passo dei “Quaderni del carcere”, Gramsci ricorda la storiella del castoro che, “inseguito dai cacciatori che volevano strappargli i testicoli da cui si estraggono dei medicinali, per salvar la vita, si strappa da se stesso i testicoli”. Immagine efficace della salute civile e politica di un Paese che vanta il più grande patrimonio storico-artistico dell’Occidente.

La morte di Socrate secondo Jacques-Louis David

Rinnegata dai suoi figli, la cultura d’Italia è svenduta al miglior offerente. Un talk show è preferibile a un film di Rossellini. Nella distrazione gli uomini si liberano dal pensiero, evadono dal presente. Dallo spirito della cultura allo spiritismo pubblicitario il passaggio è senza appello. Il fatto è che la politica culturale italiana degli ultimi vent’anni è stata culturicida, assassina, perseguendo un istinto di morte che è la ragion cinica del nostro tempo.
I greci, da cui abbiamo appreso la democrazia, assassinarono Socrate. Il suo scetticismo pedagogico era insopportabile per un’oligarchia abituata a disporre di tutto, pure della vita degli altri, se occorreva. Come non dar ragione a Hegel quando diceva che la Storia non è il luogo della felicità? I periodi felici sono pagine vuote nel libro della Storia. Molti artisti, scrittori, filosofi, rivoluzionari ecc. hanno provato a riempire queste pagine vuote.
Un sistema che vive dell’esclusione della cultura è un sistema al grado zero della sua esistenza. Si vive come gli insetti. Si muore accidentalmente. Il crimine come il delitto non è un concetto astratto. Piomba sulla vita degli uomini come un fulmine. Il delitto, di cui Hegel sotto le gesta di Napoleone discorreva in quanto guerra fra Stati, è oggi passato nella vita quotidiana. Ciascuno conta la propria Waterloo. Dalla chiusura dei teatri ai musei, dall’ambiente devastato alle scuole smantellate. Un cumulo di macerie è il paesaggio in cui l’arte – a volte disinvoltamente come una puttana – si muove.

Biennale di Istanbul - performance SALT Beyoglu
Biennale di Istanbul – performance SALT Beyoglu

A Istanbul uno studente durante una conferenza mi chiede perché insisto sul concetto di “egemonia culturale e violenza dell’arte” in un mondo dove l’arte esprime solo individualismo. In fondo ha ragione. Le rivolte di Gezi Park hanno aperto un presente carico di futuro condiviso. E la Biennale di Istanbul non s’è fatta scappare l’occasione: la difesa dello spazio comune è stato il tema prevalente. Una cultura che non si riconosce più nel comune è una cultura morta.

Marcello Faletra
saggista e redattore di cyberzone

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #16

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Marcello Faletra
Marcello Faletra è saggista, artista e autore di numerosi articoli e saggi prevalentemente incentrati sulla critica d’arte, l’estetica e la teoria critica dell’immagine. Tra le sue pubblicazioni: “Dissonanze del tempo. Elementi di archeologia dell’arte contemporanea” (Solfanelli, 2009); “Graffiti. Poetiche della rivolta” (Postmedia Books, 2015), “Memoria ribelle. Breve storia della Comune di Terrasini e Radio Aut nel ’77” (Navarra, 2017), “Camp, postcamp e altri feticci” in “Feticcio” (Grenelle 2017); “Nomi in rivolta: il demone del graffitismo” in “Sporcare i muri”, a cura di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano, Derive/Approdi 2018; “Mostri in cornice”, Aut Aut, n° 380 (2018); “Hyperpolis. Architettura e capitale” - con Serge Latouche (Meltemi 2019). È redattore di “Cyberzone” ed editorialista di “Artribune”. Insegna Fenomenologia dell’immagine e Estetica dei New Media all’Accademia di Belle Arti di Palermo.