Torino secondo Edoardo Di Mauro

Insegna all’Accademia Albertina e lavora assiduamente al Museo d’Arte Urbana. Si interessa di street art e si è gettato a capofitto in un progetto sito in un ex birrificio. Ma è stato anche condirettore della Gam di Torino. Tutto Edoardo Di Mauro in questa intervista, per scoprire un punto di vista “laterale” sul capoluogo piemontese.

Edoardo Di Mauro

Gallerista, agitatore, docente, critico. Hai sempre rappresentato un elemento “ellittico” nel panorama nazionale dell’arte. E pure quando Torino era “capitale dell’arte contemporanea” incontrastata, tu percorrevi strade laterali. Questione estetica o di carattere? O di gusto, per parafrasare Gillo Dorfles?
Opterei per l’opzione del gusto, la trovo la più idonea ed è anche un modo per omaggiare un grande anticonformista della cultura italiana come Gillo Dorfles. In più ci aggiungerei una componente esistenziale, “vocazionale” per parafrasare il titolo del mio libro di storia della critica di prossima uscita. La mia formazione è avvenuta nel post ’77. Dopo le esperienze di quegli anni mi sono imbattuto, giovanissimo, in una nuova energia creativa che andava diffondendosi a 360 gradi. Ho iniziato a occuparmi di musica e di performance, mi sono interessato al teatro e al cinema, e subito dopo mi sono imbattuto nell’arte, colpito dal lavoro di alcuni giovani artisti miei coetanei: posso citare, tra i molti, Raffaello Ferrazzi e Bruno Zanichelli, morti precocemente, Pierluigi Pusole, Marco Lavagetto, Turi Rapisarda, Mercurio, Umberto Cavenago, Guglielmo Aschieri, Domenico David, Aldo Damioli.
Ne è nata una passione e una professione dove, alla mia formazione umanistica, si è abbinata l’esperienza diretta. Quindi, anche se inevitabilmente a partire dalla fine degli Anni Ottanta la mia attenzione si è rivolta prioritariamente alle arti visive, sono sempre stato un convinto sostenitore della contaminazione tra i generi. Vorrei precisare che le gallerie che ho diretto, dal 1984 al 2011, cioè VSV, Fusion Art Gallery e Spazio Sansovino, sono sempre stati spazi non profit e di promozione.

Opiemme, Castoro, Mau 2012

Questo piglio “laterale” ha avuto alcune ricadute…
Debbo dire che la mia indipendenza di pensiero mi ha causato non pochi problemi con varie componenti del sistema arte, una prima volta sul finire degli Anni Ottanta, la seconda nel 1997, quando si concluse la mia esperienza di condirettore artistico, insieme a Rossana Bossaglia e Angelo Bucarelli, della Galleria d’Arte Moderna e dei Musei Civici torinesi, iniziata nel 1994.
Nei primi Anni Novanta Torino era un deserto, con l’eccezione del Castello di Rivoli, relativamente alle politiche sull’arte contemporanea. Mi misi a capo di gruppi di pressione che giocarono un ruolo importante nel convincere la prima Giunta Castellani, si parla del 1993, dell’importanza dell’arte e della cultura per la città. Quindi sono stato dentro ai meccanismi generativi di quella “capitale dell’arte contemporanea”, di cui oggi tanto si parla, ad esempio dando il via alle manifestazioni autunnali raggruppate attorno ad Artissima che hanno portato a quello che oggi è il cartellone di Contemporary Art Torino Piemonte. Estromesso dalla gestione decisionale ho perseguito, con la maggiore coerenza possibile, quella che è da sempre la mia pratica di critico: attenzione alle nuove tendenze e volontà di valorizzare il recente passato nella speranza di operare una rilettura degli ultimi trenta-quarant’anni di arte italiana.

Recentemente hai curato la seconda tappa della mostra Un’Altra Storia. Il titolo mi pare chiaro. Ma “altra” rispetto a chi e a cosa?
“Altra” rispetto a valori che sono stati imposti, a partire dalla seconda metà degli Anni Ottanta, da determinate componenti del sistema arte. La strategia è stata quella di non creare problemi all’Arte Povera, soprattutto, e alla Transavanguardia, cioè alle ultime due correnti in grado di imporsi, peraltro con pieno merito alle origini, nel panorama internazionale, e ai gruppi di potere che attorno a loro si sono radunati. Sono stati imposti, con varie ondate, artisti in buona maggioranza derivativi e innocui, attenti alla strategia più che alla poetica.
D’altra parte lo scarso peso italiano in ambito transnazionale sarà pure dovuto a qualcosa. Gli artisti che ho invitato alle due edizioni de Un’Altra Storia non sono dei carneadi o dei velleitari, ma autori dal fitto curriculum che meritano, secondo me, e non solo, maggiore attenzione. Basti citare, in riferimento alla seconda edizione dedicata al decennio 1980-1990, il gruppo di Reggio Emilia, con Omar Galliani, Giordano Montorsi, Wal, Iler Melioli e Pietro Mussini, i Nuovi Nuovi Bruno Benuzzi e Giorgio Zucchini, i neofuturisti Gianantonio Abate, Plumcake e Dario Brevi, e altri autori significativi come Corrado Bonomi, Ernesto Jannini, Gianfranco Sergio, Gaetano Grillo, Vittorio Valente, Salvatore Astore, Filippo di Sambuy, Sergio Ragalzi e Andrea Massaioli.

CCC-T

Parliamo dell’insegnamento. Queste sono le settimane di Garutti e dei “garuttini”: che ne pensi di quel modo di comunicare l’arte?
Debbo dire che non conosco molto l’ambiente di Brera, fatta salva l’esperienza dello scorso anno presso l’ex Chiesa di San Carporforo, splendido spazio cui Francesco Correggia ha donato nuova dignità. L’Accademia Albertina, dove insegno, fatti salvi i problemi dell’elezione del nuovo direttore che a breve saranno superati, è un istituto tranquillo e professionale, dove si può lavorare proficuamente. Ho la fortuna di insegnare due materie, Storia della Critica e Teoria del Contemporaneo, che mi sono pienamente sintoniche e mi impongono un continuo aggiornamento.
Inoltre l’Accademia è anche un luogo dove posso perseguire la mia vocazione di talent scout: diversi sono i giovani studenti che sono riuscito a imporre all’attenzione, cito Cornelia Badelita, Francesca Renolfi, Massimo Spada, Francesca Arri, Francesca Ferreri, Alessandro Gioiello, Gianluca Nibbi, Alessandro Calligaris, Cinzia Ceccarelli e Francesca Sibona. Cosa che riesce molto bene ad Alberto Garutti, a quanto vedo, soprattutto per quanto riguarda le scelte di un certo circuito. L’iniziativa ultima, quella di Fuoriclasse, mi pare curiosa. Io, a differenza sua, non essendo un artista, non corro il rischio di imporre opzioni di stile o di strategia.

Hai sempre fatto della scrittura un mezzo importante di riflessione, non solo critica ma soprattutto storica e curatoriale. Che rapporto hai con essa? E ci racconti di cosa parlerà il tuo prossimo libro, Vocazione e progetto. Storia ed attualità della critica d’arte?
La scrittura, per me, è fondamentale, e dovrebbe esserlo per tutti coloro che praticano la critica d’arte. Nel mio caso il tutto è amplificato dalla formazione letteraria, mi sono infatti laureato in italianistica con Marziano Guglielminetti. Il mio libro, di prossima uscita per i tipi della nuova ed emergente casa editrice torinese Prinp, è frutto di un lungo e paziente lavoro, e rappresenta la sintesi del mio percorso intellettuale di docente. Il saggio si divide in una ampia sezione storica, dall’estetica antica all’Ottocento, e una dedicata al secondo Novecento, fino all’attualità più recente. Spero si evinca dalla lettura il mio intento di abbinare quello che è il mio percorso, con le inevitabili predilezioni, al rigore obiettivo della documentazione storica.

Transition Zone – Performance

Il tuo “regno”, passami l’espressione, è il quartiere torinese di San Donato. Con la tua galleria, il MAU – Museo d’Arte Urbana, e adesso il CCC-T Centro di Cultura Contemporanea Torino Ex Birrificio Metzger. Ci racconti quelle strade e quelle iniziative? Un po’ di storia la sappiamo, ci interessa soprattutto la visione…
Direi la IV Circoscrizione nel suo insieme, quartiere che ho amato fin da ragazzo e dove mi sono poi trasferito. Si tratta di una zona di Torino, nel nord-ovest della città, interessante e dove la qualità della vita è alta. Fino ad ora è stata un po’ marginalizzata ma finalmente, anche a seguito della prossima inaugurazione della nuova stazione di Porta Susa, sarà destinata a ricevere l’attenzione che merita. Il quartiere, composto da San Donato, Campidoglio e Parella, è un singolare mix di archeologia industriale ed edilizia residenziale e liberty, circondato da ampie zone verdi come i parchi Pellerina e Dora.
Il Museo d’Arte Urbana cresce, a partire dal 1995, primo esperimento allargato di arte pubblica a Torino, nel Borgo Vecchio Campidoglio, un quartiere operaio sviluppatosi tra il 1853 e il 1919, e mantenutosi pressoché inalterato nella struttura originale, fatta di strade strette e lastricate, case basse con cortili, una prevalenza di attività artigianali e artistiche, e un rapporto di comunanza con gli abitanti tale da farne un “paese nella città”. Dal 1995 a oggi sono state realizzate, in netta prevalenza su pareti di privati con il loro consenso e collaborazione, 125 opere murali da 80 artisti. Il progetto è andato avanti con una media, dal 2001 a oggi, di soli 25mila euro annui forniti da Comune, Regione e, dal 2008, Fondazione CRT, mentre la ditta Oikos ci fornisce vernici ecosostenibili. Il Comune ci ha riconosciuti ufficialmente come nuovo Museo della città nel 2011, con l’istituzione del Comitato Museo di Arte Urbana. Si tratta, per me, di un impegno giornaliero, e costituisce il progetto su cui ho più investito, a Torino, da diversi anni.

E invece il Metzger?
Il CCC-T Centro di Cultura Contemporanea Torino Ex Birrificio Metzger è uno spazio dove ho collaborato e certamente collaborerò in futuro, ma il suo sorgere si deve al coraggio e al talento dell’operatore culturale Alessandro Novazio Griffi. Novazio ha rilevato e ristrutturato l’edificio storico, realizzato dall’architetto del liberty torinese Pietro Fenoglio nel 1872, dell’ex Birrificio Metzger, realizzando uno spazio polivalente di estremo fascino e impatto, sviluppato su oltre 1.000 mq. Il CCC-T sarà aperto all’arte visiva, alla danza, al teatro, alla musica e alla moda, ed è dotato anche di una foresteria. Un privato come Novazio è riuscito dove il Comune ha fallito: realizzare una vera e propria casa dell’arte ristrutturando uno spazio di archeologia industriale, cosa, da me seguita direttamente, che si cercò inutilmente di fare negli Anni Novanta.

CCC-T

Un tuo recente focus è sulla street art. Come vedi la scena torinese e italiana?
Negli Anni Ottanta ebbi la fortuna di conoscere alcuni dei protagonisti del graffitismo americano, come Ramelzee. Negli ultimi anni la street art è diventata un linguaggio aperto, che non conosce più distinzioni tra interventi nello spazio pubblico e nella dimensione di musei, gallerie, spazi privati in generale. Ritengo che, attualmente, sia una delle componenti più avanzate del linguaggio dell’arte. Gli artisti della street art, esprimendosi con grande energia e immediatezza, riescono a veicolare messaggi sociali e politici, ma anche legati a una visione interiore, di notevole incisività, al di fuori di sterili concettualismi di maniera. In loro rivedo la grande ansia creativa dei primi Anni Ottanta.
Il MAU ha stabilito una interessante sinergia con diversi di loro, collaborando o producendo opere di Style Orange, Kasy 23, Chekos’Art e Opiemme, mentre a breve è previsto un importante intervento di Xel in Piazza Risorgimento.

Sei il promotore della BAM, Biennale piemontese che quest’anno è stata ospitata a Chieri. E da quella di Venezia, curata da Massimiliano Gioni, cosa ti aspetti?
La BAM nasce da una felice idea di Riccardo Ghirardini, che io ho appoggiato e seguito fin dall’anteprima del 2002. Dopo molta fatica e con pochi mezzi, con la quinta edizione da poco terminata, dedicata a fotografia, video e immagine digitale, svoltasi presso l’ex Imbiancheria del Vajro e supportata da Regione Piemonte e Comune di Chieri, siamo riusciti a imporre l’idea dell’importanza di una manifestazione dedicata, senza provincialismi e con un confronto con le realtà internazionali, alla creatività regionale. D’altra parte attenzione al territorio è richiesta da molti artisti e operatori piemontesi che si sono accorti, sebbene in ritardo rispetto a me che denuncio la cosa dalla fine degli Anni Novanta, che l’asse Rivoli-Sandretto-GAM concede loro uno spazio quasi nullo.
Quanto a Massimiliano Gioni, nell’ambito di una biennale globalizzata la sua esperienza si farà sicuramente valere. Detto questo, non mi attendo nulla di diverso rispetto alle ultime edizioni, soprattutto per quanto concerne l’arte italiana, anche se aspetto di vedere la proposta di Pietromarchi per il Padiglione Italia, Ciò detto, sarò felice di essere eventualmente smentito.

Marco Enrico Giacomelli

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.