Il Writing letto sui giornali. Goffredo Parise e i graffiti

“E nacque la religione dei graffiti” è il titolo del prezioso contributo di Goffredo Parise – apparso sul Corriere della Sera nell’aprile 1976 – dedicato al fenomeno del Graffiti Writing, che già da qualche anno dilagava nella subway e per le strade di New York. Quarant’anni dopo, la percezione del Writing sul medesimo quotidiano appare cambiata radicalmente. Forse è tempo di riscoprire l’essenza della “religione dei graffiti”.

Goffredo Parise
Goffredo Parise

Scrivere di arte urbana, Graffiti Writing e Street Art sui quotidiani generalisti italiani è divenuta operazione pressoché giornaliera. La sovraesposizione mediatica a cui si assiste, spesso, è fonte di un alto grado di confusione e, soprattutto, di una cattiva comprensione dei fenomeni, piegati a logiche semplificatorie da retorica manichea. Ciò finisce per penalizzare in particolare la materia del Writing, relegata alle pagine della cronaca, all’indice del degrado, accanto a furti, agguati e rapine.
Da una rapida ricerca nell’archivio online del principale quotidiano italiano – il Corriere della Sera – emerge che, nel 2016, su una quarantina di volte che il giornale si è occupato – in tutte le sue edizioni – del tema, sono solo quattro gli articoli in cui non se n’è parlato con prevalente connotazione negativa e linguaggio di estrazione criminal-militaresca. Solo una riflessione, poco incisiva, arrovellata sull’annoso e stucchevole aut aut che suona sempre: arte o vandalismo? Bisognerebbe uscire dall’equivoco.
Laddove il termine “writer” non compaia associato al mondo della criminalità, esso viene presentato impropriamente, come qualifica di artisti che con i primi condividono – banalmente – l’utilizzo dello spray e poco altro, ma a volte nemmeno quello: è il caso di Blu, definito trionfalmente “il Picasso dei writer” (edizione di Bergamo, 4 ottobre, p. 7).
Vandalismi terminologici a parte, i giornali nel complesso svolgono il loro lavoro – danno notizie –, benché contribuiscano, in tal modo, a tracciare un disegno del Writing imbrigliato a una ratio dominante, appiattente, di un movimento che non può esaurirsi nella contrapposizione tra la categoria del buono e quella del cattivo.

Goffredo Parise, E nacque la religione dei graffiti, dall’archivio online del Corriere della Sera, 7 aprile 1976
Goffredo Parise, E nacque la religione dei graffiti, dall’archivio online del Corriere della Sera, 7 aprile 1976

GOFFREDO PARISE E I “GRAFFITI”

Dal medesimo archivio, il primissimo riferimento al Writing risale al 5 aprile 1972 (Giuliano Zincone), forse troppo in anticipo per averne chiara coscienza, pertanto le prime tag – come la citata e fraintesa Gay72 – rimangono indifferenziate da qualsiasi altra scritta sui treni e sui muri della subway. Per trovare la piena consapevolezza si dovette attendere altri quattro anni, quando venne pubblicato il primo vero documento sul Writing ad avere impatto mediatico in Italia – paragonabile, su scala nazionale, al celebre articolo dedicato dal New York Times a Taki 183 (1971) –, e uno dei rari tra quelli veicolati dai media di massa a evidenziare una profondità di visione e lettura critica dell’oggetto capace di destare ammirazione ancora – soprattutto – oggi.
E nacque la religione dei graffiti (7 aprile 1976) è l’ultimo di una serie di otto articoli-reportage da New York a firma Goffredo Parise: scrittore – uno dei più grandi dell’epoca del boom economico –, poeta, sceneggiatore, oltre che audace reporter da Paesi lontani. Parise, da curioso e acuto osservatore qual era, attento a registrare l’essenza e i mutamenti della società d’oltreoceano, non poteva rimanere insensibile a quella che lui stesso definì “la prima cultura nazional-popolare americana”, e da cui rimase profondamente affascinato. Quei “segni” misteriosi colpirono talmente tanto il suo immaginario che li osservò lungamente, documentandosi “nella loro immensa biblioteca”, quella “biblioteca delle strade” di majakovskiana memoria.

Jean Baudrillard
Jean Baudrillard

L’IDEOLOGIA DEI GRAFFITI

Uno dei passaggi focali della sua riflessione attorno ai “graffiti” (termine da qui preferito a Writing in consonanza all’articolo di Parise) sta nell’ideologia rivoluzionaria di cui essi sono artefici, e in particolare nel ribaltamento, o meglio azzeramento semantico, che provocano nello spazio del visuale urbano: il significato codificabile di ogni cartello, insegna e comunicazione stradale trasmesso dalla lingua americana viene sostituito, all’opposto, da “una lingua gratuita, indecifrabile, priva di significato economico, scritta a mano […] bella e inutile”.
Approfondendo e articolando il discorso sul piano filosofico e semiologico, un illustre filosofo e sociologo francese – Jean Baudrillard – arrivava a conclusioni simili parlando di “significanti vuoti” che “fanno irruzione nella sfera dei segni pieni della città” in un celebre articolo apparso nel 1974 (Kool Killer: les graffiti de New York ou l’insurrection par les signes, in Papers: Revista de Sociologia, n. 3, p. 27-38), poi divenuto un capitolo del suo L’Échange symbolique et la mort (1976), a sua volta recentemente ripreso dal libro Graffiti. Poetiche della rivolta (2015) di Marcello Faletra. Entrambi gli autori non sembrano volutamente fare accenno a considerazioni del fenomeno in chiave scopertamente artistica, mantenendone intatta la carica sovversiva; commenti di matrice estetica erano peraltro già diffusi a quella data, e sintomo – secondo Baudrillard – della riduzione dell’oggetto nelle forme della cultura dominante. Il tema della cooptazione del sistema coinvolge da vicino pure Parise, il quale – sul volgere del pezzo –, cita una pubblicità della Volvo di quegli anni come esempio di resistenza a tale procedimento: “A civilized car built for an uncivilized world” recita lo slogan, mentre nell’immagine un’automobile nuova di zecca è emblematicamente fotografata vicino a una parete ricoperta di graffiti. La comunicazione è limpida, il messaggio diretto: i barbari graffiti dovrebbero esaltare la raffinatezza evoluta dell’auto, ma a una lettura più intima, “ad un occhio […] poetico, ad un occhio di classe” – ribatte Parise – “il muro coperto di graffiti è infinitamente più civile della scintillante automobile”.

Pubblicità della Volvo, 1973
Pubblicità della Volvo, 1973

LA CIVILTÀ DEI GRAFFITI

Le cose sono cambiate molto da allora, e, sebbene sarebbe interessante analizzare come l’inevitabile processo di assorbimento si sia dispiegato negli anni, quel che più attrae ora è certamente il fine sovvertimento operato da Parise nell’esaltare la civiltà dei graffiti sull’automobile.
Sì, proprio la civiltà; non la freschezza, né l’impatto estetico e nemmeno quello decorativo. È infatti la reazione alle logiche di una utilità profittevole, persino lo svincolarsi dal suo contrappeso – quella, in alcuni casi, finta inutilità artistica che tutto assolve – a elevare lo spirito primitivo dei graffiti a quel grado assoluto di autodeterminazione, corrispondente a una espressione di libertà piena dell’uomo. I graffiti si fanno codice, fuori dai codici stabiliti. Sono pura rivoluzione civile. Muti e inutili, interpretano la bellezza che non collima con gli apparati estetici prescritti – nasce dall’ideologia mista alla poesia – e, soprattutto, non ha nulla a che fare con il decoro.
Quando, circa dieci anni dopo – nel 1984 –, Parise vedrà alcuni “graffitisti” presentare le proprie opere alla 41esima Biennale di Venezia, lamenterà, nella raccolta di scritture Artisti (Parole Gelate, 1984), la perdita della verginità popolare dei graffiti, auspicando di rimando una “museificazione” di quello che ancora rimaneva degli esordi. Parole che riportano a discussioni attualissime e a fatti di cronaca come Bologna, alimentando la dialettica tra il peso della decontestualizzazione fisica e quello della trasmissione alle generazioni future di una integrità di senso originaria.

Vignetta da Sidewalk Bubblegum, Clay Butler, 1996
Vignetta da Sidewalk Bubblegum, Clay Butler, 1996

A quarant’anni dalla sua pubblicazione, La religione dei graffiti è da riscoprire come un piccolo ma solido fortino intellettuale da cui sprigionare il cortocircuito nel sentimento comune amplificato dai media. Un riscatto retrospettivo di cui si sentiva il bisogno.
E come il riverbero di una esortazione, in sottofondo, nel breve omaggio a un grande scrittore.

Egidio Emiliano Bianco

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Egidio Emiliano Bianco
Egidio Emiliano Bianco (Milano, 1988) è neolaureato in Economia e Gestione dei Beni Culturali presso l’Università Cattolica di Milano. Voracemente appassionato di ogni forma artistica, dagli avori medievali ai tappeti persiani, ha un occhio di riguardo verso le tendenze del nostro tempo, in particolare forme urbane come il Writing e la Street Art, di cui è stato praticante in età adolescenziale e su cui ha svolto la sua tesi di laurea magistrale. Artista mancato (per il momento), vorrebbe intraprendere la carriera curatoriale, intanto segue la scena dell’arte urbana per Streetartattack.it e recensisce mostre per Darsmagazine.it. Ama meravigliarsi, la conoscenza è il suo credo, la bellezza il suo motore.