Nicole Gravier: la fotografa che ricorre ai fotoromanzi per denunciare il patriarcato
Fino al prossimo 5 maggio 2026 Villa Medici a Roma ospita la mostra “Fotoromanzo” con la serie realizzata dalla fotografa francese Nicole Gravier. In un’intervista ci ha raccontato come questo progetto abbia voluto scardinare i cliché del sessismo
Soffermandosi a guardare gli scatti della mostra Fotoromanzo, in corso a Roma fino al 5 maggio a Villa Medici, lo sguardo si posa sul volto e le espressioni di una giovane ragazza, con il caschetto bruno, poco trucco, che ricorda la Sophie Marceau de Il Tempo delle Mele. Nell’atmosfera intima e dolciastra in cui è calata si evince tuttavia un non so che di ironico.
Solo osservando con più attenzione i dettagli delle foto di Nicole Gravier (Arles, 1949) è possibile riconoscere elementi che scardinano le immagini tipiche di quei fumetti fotografici, incentrati su storie d’amore, e molto in voga quasi mezzo secolo fa. A raccontarci questo progetto è la stessa autrice e modella delle immagini in mostra.

Come nasce la serie fotografica Miti e Clichè?
Già all’inizio degli Anni ‘70 ho utilizzato la fotografia come medium per analizzare e decodificare i modelli stereotipati, i luoghi comuni, le immagini cliché veicolate dai mass media in un approccio post-concettuale e sociologico.
Quando sono arrivata in Italia nel 1975, mi sono immediatamente interessata ai fotoromanzi che in quegli anni godevano di una grande popolarità tra i giovani. Ogni settimana nelle edicole vedevo in bella mostra le varie edizioni di: Sogno, Noidue, Sabrina, Charme, Kiss, Darling, Marina, Letizia, Idillio, ecc. Mediante una sua strategia più o meno evidente il fotoromanzo, ancora in bianco e nero, proponeva una sorta di fumetto amoroso, un invito a sognare a occhi aperti.
Mirava ad annullare la critica individuale in favore di un’affermazione di luoghi comuni, proponendo una “rappresentazione irreale della realtà”.
In che modo sei intervenuta sulle immagini proposte dai fotoromanzi dell’epoca?
Ho inizialmente ritagliato, accumulato e selezionato in diverse raccolte le immagini ripetitive, prefabbricate e predeterminate dall’ideologia patriarcale dominante, focalizzandomi sulla rappresentazione delle eroine del fotoromanzo. Quindi mi calavo nei loro ruoli reinterpretandole a modo mio. Nel fotoromanzo l’amore costituiva il problema essenziale. Ho così selezionate le immagini chiave, che ritraevano un sistema di comportamenti e attitudini della donna nei suoi momenti di attesa, di cura o di sogno, in cui l’eroina affrontava il dilemma, il dubbio, l’incertezza, spesso in lacrime, consumata dalla gelosia dopo la scoperta di una lettera o di un messaggio o di un oggetto trovato, di una frase ascoltata, da un malinteso, da un non detto.
La sostituzione con la ripetizione delle stesse pose, delle stesse attitudini, delle medesime scene avevano nel mio caso una funzione di denuncia e di demistificazione sistematica di questi scenari prefabbricati dall’industria editoriale di massa. Il fotoromanzo tendeva ad esercitare una sorta di “persuasione occulta” che suggeriva modelli e comportamenti simili, presentando la donna in una funzione subalterna e di dipendenza al maschile: il messaggio era finalizzato al riscatto o al raggiungimento di un livello superiore di vita solo attraverso l’amore e il matrimonio.
Proponevo così una forma d’arte post-concettuale contestataria, come momento critico di riflessione. La mia ricerca artistica, vicino a una ricerca sociologica, poneva così domande in maniera critica.

Come realizzavi il set e le ambientazioni delle tue foto?
Ogni lavoro nasceva da una progettazione vera e propria. Individuato il tema, spesso estrapolato dalle storie proposte dai fotoromanzi, passavo alla costruzione del set, analizzando gli spazi e soprattutto i materiali e gli oggetti necessari a definire la lettura della storia. I luoghi, le scene risultavano essenzialmente nell’intimità privata della mia cameretta, del salotto, nel mio habitat, all’interno del mio quotidiano. I libri, gli oggetti, la stessa scenografia erano scelti con cura in funzione della rappresentazione e del messaggio finale da suggerire e fornivano codici di lettura sempre diversi.
La messa in scena era quasi sempre preventivamente elaborata e composta. Mi appropriavo in maniera critica dei codici dei fotoromanzi rovesciandone spesso il significato di comportamenti stereotipati della donna nei suoi momenti di sorpresa, di gelosia, di lunga attesa vicino la finestra, vicino il telefono, e dei suoi sogni sotto le lenzuola.
Disponevo in maniere falsamente casuale, sui tappeti, sulle moquette, sul letto o sul comodino o sul davanzale gli oggetti personali che si mescolavano con quelli tipici dell’ideologia consumeristica – come le lattine di Coca Cola, le Smarties, i cioccolatini, le pubblicità delle riviste femminili e di moda – con quelli trasgressivi, o comunque in grado di provocare spaesamento e sorpresa del lettore, come libri di Barthes, MacLuhan, Eco, Baudrillard, il Pensiero politico di Engel, saggi critici sull’Arte contemporanea o sull’estetica, a volte libri sul femminismo e la condizione della donna.
Era un po’ come scrivere la sceneggiatura di un film sovversivo di cui ero la protagonista e dove ero contemporaneamente davanti e dietro l’obiettivo, fotografa e fotografata, attrice e regista.

Che accoglienza ha avuto il tuo progetto allora? E oggi?
Appena realizzati i miei lavori Mythes & Cliches: Fotoromanzi/Pubblicità furono esposti in diversi Festivals d’avant garde e pubblicati in riviste come FlashArt , Heure Kunst, Data, Kunstforum, Heresies. Negli Anni ‘80 gli scatti sono stati accolti in diversi collettivi di artiste.
Nell’ultimo ventennio l’emancipazione della donna e le nuove condizione nel sociale e nell’arte hanno condotto a un recupero ed una conseguente valorizzazione dei lavori femminili anche all’interno del mondo dell’arte. Le mie serie fotografiche sono state sempre più richieste ed esposte – per esempio nella mostra curata da Laura Cottingham al Magasin de Grenoble, nel 1997, dal titolo Vraiment Féminisme et Art dans les années 70- Europe/America. All’inizio del decennio degli anni 2000, il femminismo ha vissuto una nuova energia e il mondo dell’arte ha cominciato di nuovo ad interessarsi alla posizione delle artiste donne nel sistema.
Oggi Mythes & Clichés e stato riproposto in Italia, a Villa Medici, dove c’è la mia personale, organizzata da Caroline Courrioux, con la collaborazione della Galerie Ermes Ermes di Roma.
Che effetto fa alla Nicole di oggi vedere quella di un tempo?
Trovo che la Nicole di ieri nelle sue rivendicazioni può essere una ragazza di oggi. Penso che il mio lavoro abbia conservato una sua freschezza: l’ironia che giocava sull’ambiguità dell’immagine per denunciare gli stereotipi di cinquant’anni fa è ancora valida e questo lavoro trova bene il suo posto nell’arte contemporanea di oggi.
Ritieni che nel settore della fotografia ci sia ancora un gender gap? Se sì, in cosa si evince e come si può superare?
Che ci siano differenze spesso svantaggiose per le donne in diversi contesti, in diversi settori, compreso quello dell’arte, lo penso anche io, ma oggi molto meno di ieri. Comunque, nella sfera artistica, il mio lavoro è sempre stato considerato. Per conto mio, non mi sono mai definita donna-artista, ma semplicemente artista.
Roberta Pisa
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