Il Jeu de Paume di Parigi partecipa alla riscoperta dell’opera di Luigi Ghirri. “Cartes et territoires” presenta al pubblico quindici serie realizzate dal fotografo emiliano negli Anni Settanta, e testimonia dell’attualità della sua riflessione sul rapporto complesso tra la “realtà” e le sue rappresentazioni.

Una curiosa coincidenza temporale, foriera di un puro aneddoto, vede due protagonisti della cultura italiana del Novecento confrontarsi come pacifici dirimpettai alle estremità del Jardin des Tuileries di Parigi. Al Musée des Arts Décoratifs Gio Ponti, al Jeu de Paume Luigi Ghirri (Scandiano, 1943 – Reggio Emilia, 1992).
Cartes et territoires, a cura di James Lingwood, partecipa dell’incessante processo di ri-scoperta e presentazione al pubblico che ha interessato la produzione del fotografo emiliano nell’ultimo quindicennio. È del 2018, ad esempio, la monografica su Il paesaggio dell’architettura curata da Michele Nastasi alla Triennale di Milano, mentre la grande mostra antologica Pensare per immagini del MAXXI di Roma, a cura di Francesca Fabiani, Laura Gasparini e Giuliano Sergio, risale al 2013.
Inserita in questo fortunato filone, l’esposizione ospitata dal Jeu de Paume – che la co-produce con il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid e il Museum Folkwang di Essen – è la prima grande retrospettiva su Ghirri organizzata fuori dall’Italia, dalla sua scomparsa a oggi. Inoltre, esplora un momento del suo percorso artistico e professionale relativamente meno studiato rispetto ai grandi “viaggi” individuali e collettivi in cui s’impegna più sistematicamente negli Anni Ottanta, dall’ambizioso Viaggio in Italia di ben venti fotografi, del 1984, alle Esplorazioni sulla via Emilia del 1986.
Il museo parigino racconta il decennio precedente, racchiuso tra gli inizi della sua ricerca fotografica – Ghirri vi si dedica completamente a partire dal 1973, quando lascia la sua occupazione da geometra – e Vera fotografia, la prima monografica che gli dedicano nel 1979 Carlo Arturo Quintavalle e Massimo Mussini, al Palazzo della Pilotta di Parma.

Luigi Ghirri, Modena, 1973. CSAC, Università di Parma © Succession Luigi Ghirri
Luigi Ghirri, Modena, 1973. CSAC, Università di Parma © Succession Luigi Ghirri

L’INVASIONE DELLE IMMAGINI NEL MONDO MODERNO

Di quella prima rilettura curatoriale Cartes et territoires ripropone la stessa suddivisione in quindici serie e approfondisce la riflessione sui temi di fondo che le accomunano. Su tutti, la relazione complessa tra la fotografia (la carte, la mappa), che è sempre una rappresentazione intenzionale e mai un innocuo e oggettivo strumento di documentazione, e la “realtà” (il territorio), che a sua volta contiene stratificate alterazioni e finzioni scenografiche e fotografiche.
A questo rapporto alludono i dettagli ingigantiti delle mappe di Atlante (1973); le geometrie architettoniche ripetitive, spesso imperfette, astratte dal loro contesto di Catalogo (1970-73); i parchi a tema popolati di mostri fantastici e monumenti, miniaturizzati eppure a loro modo “abitabili”, de Il paese dei balocchi (1972-79) e di In scala (1978-79); i paesaggi naturali, rimpiccioliti e adattati a un uso domestico nelle case suburbane di Colazione sull’erba (1971-74); le cartoline, i manifesti, le immagini incorniciate a loro volta fotografate nelle inquadrature di Paesaggi di cartone (1970-73) e di Kodachrome (1970-73).
Lo strumento della serie, indispensabile a Ghirri per esprimere il suo approccio spesso tassonomico al reale, è un inquadramento flessibile e non prescrittivo della sua produzione. Le serie sono di frequente realizzate nel corso di anni, restano inconcluse e disponibili a ulteriori aggiunte, racchiudono scatti effettuati in luoghi diversi e lontani, e si richiamano continuamente l’una con l’altra attraverso la riproposizione di motivi traversali, presenze ricorrenti. Sulle orme delle esperienze americane di Walker Evans e dei New Topographics, tra gli altri, le sequenze fotografiche di Ghirri attraversano, spesso sovrapponendosi tra di loro, i paesaggi dell’ordinario, dove rintracciano gli indizi di quella che Lingwood descrive come “l’invasione delle immagini nel mondo moderno”.
Fotografo a colori in un’epoca in cui al solo bianco e nero era riconosciuto un valore artistico, Ghirri prende le distanze dalla postura snobistica della cultura “alta”, ma anche dall’accettazione passiva di un fenomeno destinato a ingigantirsi a dismisura nei decenni successivi. Piuttosto, lo investiga con critica curiosità e con un approccio anti-ideologico, non moralistico, come testimonia una sua nota sulla composizione quasi decennale di Italia Ailati (1971-79), anch’essa in mostra al Jeu de Paume: “La mia intenzione non era quella di testimoniare della ‘banalità’ quotidiana, di sottolinearne il ‘kitsch’. Era piuttosto un desiderio di conoscenza, di decifrazione”.

Luigi Ghirri, Haarlem, 1973. The Vegini Luigi collection © Succession Luigi Ghirri
Luigi Ghirri, Haarlem, 1973. The Vegini Luigi collection © Succession Luigi Ghirri

CONTRO L’ANESTESIA DELLO SGUARDO

A distanza di mezzo secolo dagli esordi di Ghirri, le sue fotografie “seducono” ancora l’osservatore su più livelli. In un commento riferito specificamente a Colazione sull’erba, ma assolutamente generalizzabile, Lingwood sottolinea come, per il pubblico italiano, esse costituiscano anche una sorta di “ritratto collettivo, pieno di affetto e di dolce ironia, di un nuovo ambiente piccolo borghese [che maturava allora] nelle province”. Al tempo stesso, mentre i soggetti invecchiano e si tingono della generica nostalgia per un passato ormai lontano, resta di assoluta attualità l’esortazione di Ghirri a impegnarsi contro l’anestesia dello sguardo, conseguenza anche della sua sovraesposizione.
Ancora nelle parole del curatore, nella nostra contemporaneità caratterizzata dalla “proliferazione di massa delle immagini, dalla moltiplicazione esponenziale delle rappresentazioni del mondo, dal loro godimento e consumo indifferente, dalla loro dissoluzione in un atlante incomprensibile”, Cartes et territoires vuole precisamente contribuire al ritorno a uno “sguardo attivo (…) e a un’immagine partecipata e ragionata”. Tali sono le fotografie di Ghirri, che ebbe il coraggio di “non cercare una via di uscita dal labirinto degli specchi ma, al contrario, di definire una strategia per intervenire nel gioco incrociato della mappa e del territorio”.

Alessandro Benetti

Parigi // fino al 2 giugno 2019
Luigi Ghirri. Cartes et territoires
Jeu de Paume
1 place de la Concorde
www.jeudepaume.org

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AutoreLuigi Ghirri
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Alessandro Benetti
Alessandro Benetti è architetto e curatore. Ha collaborato con gli studi Secchi-Privileggio, Macchi Cassia, Laboratorio Permanente, viapiranesi e Studio Luca Molinari. Nel 2014 ha fondato Oblò – officina di architettura, con Francesca Coden, Margherita Locatelli ed Emanuele Romani. Ha contribuito a numerose pubblicazioni di architettura contemporanea, tra cui la “Guida all’Architettura di Milano, 1954-2015” (a cura di M. Biraghi, Hoepli, 2014). Ha scritto per Abitare, Abitare.it, Alla Carta, AreaArte, Doppiozero, Gizmoweb, The Ship. È stato coordinatore scientifico di “The landscape has no rear” (progetto di Nicola Russi per la Biennale di Venezia 2014). Dal 2014 è co-curatore di SpazioFMG per l’Architettura, con Luca Molinari.

1 COMMENT

  1. Lo sguardo attivo come via di uscita dallo sguardo anestetizzato dell’uomo contemporaneo diventato incosciamente iconoclasta, trapassato da migliaia di immagini quotidiane, dove tutto è stato visto e non c’è più niente da vedere.

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