Il fotografo palermitano racconta l’isola dopo la morte di Fidel Castro. Narrando il suo profondo legame con Cuba e una vita intensa, trascorsa dietro l’obiettivo.

Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, diceva il Tancredi di Tomasi di Lampedusa nella Sicilia del Risorgimento. Dall’altra parte del mondo, il 25 novembre 2016, tutto è cambiato. Fidel Castro è morto nella sua casa alla periferia dell’Avana. Aveva novant’anni. 13 agosto del 1926. Il quotidiano La Repubblica mette in prima pagina la fotografia di un altare con un’immagine del lider maximo circondata da candele. L’autore è Ernesto Bazan (Palermo, 1959). “Sono certo di aver vissuto a Cuba in un’altra vita“, dice il fotografo siciliano, sottolineando il paradossale doppio filo che lo lega a questa seconda isola. Era il 1992: “Cuba mi ricordava la Sicilia di quand’ero bambino, e il mio lavoro come fotografo è proprio quello di ritrovare i luoghi dell’infanzia“. La Palermo degli Anni cinquanta e la Cuba dei Novanta, entrambe diffidano della modernità, entrambe ferme, immobili in un antico bianco e nero, mentre il resto del mondo corre verso la tecnologia del colore.

SULLE ORME DI ROBERT FRANK

Guardando le fotografie di Bazan si può sentire lo scatto dell’otturatore: Ernesto è la sua macchina fotografica. Ci incontriamo per la prima volta a Città del Messico, nell’affascinante quartiere de La Roma, dove il fotografo racconta il suo rapporto con un’isola che le sue immagini mostrano così bella e triste, molto diversa dall’ideale romantico de la Cuba de la lucha. Come Robert Frank ha distrutto con poesia e delicatezza la mitologia dell’american dream, Ernesto ha attaccato il mito latino della rivoluzione. Quando gli domandiamo dei suoi idoli, non stupisce che faccia proprio il nome del grande fotografo americano. Entrambi condividono lo stesso sguardo onesto e un rapporto tormentato con la prestigiosa agenzia fotografica Magnum. “Il passaggio alla Magnum è stato un buon momento della mia vita e non lo rinnego“, racconta Ernesto, “ho imparato, ma allo stesso tempo mi sono allontanato dall’ideale dell’agenzia. Per me la fotografia non è competizione. La fotografia è un momento di felicità“. A differenza di Robert Frank, la cui vita personale è stata segnata da grandi tragedie, Ernesto parla della sua infanzia siciliana, dei suoi genitori e della sua famiglia cubana – sua moglie Sissy e i suoi due figli Pietro e Stefano – con grande tenerezza: “Il mio ultimo progetto è un omaggio a loro. Un archivio d’immagini e memorabilia legate ai miei ricordi di Palermo, di Cuba, non solo fotografie, ma anche lettere, disegni, cartoline“.

Ernesto Bazan, Little girl on a rocking chair
Ernesto Bazan, Little girl on a rocking chair

UN SOGNO CHE SI AVVERA

Una storia professionale che inizia con un sogno in cui il diciasettenne palermitano si sente bisbigliare all’orecchio: “Devi fare il fotografo”. Quella mattina annuncia il suo destino ai genitori. Una vita segnata dai sogni, che per Ernesto non sono una fuga dalla realtà, ma una porta per la realizzazione dei desideri. Poi, Bazan scopre l’America Latina, un incontro che lo porterà a vincere importanti premi internazionali, tra cui il World Press Photo nel 1995. Un’altra grande fonte di ispirazione è stato il fotografo peruviano Martin Chambi. “Ho lavorato molto in Perù, ho vari progetti nel Cusco, nella Valle Sacra. Non metto la mia macchina fotografica su un mulo come faceva Martin Chambi, ma quasi“, sorride Ernesto, e come lui ha “guardato, condiviso e aspettato”. La pazienza è essenziale.
La fotografia richiede tempo: è il lavoro di vivere. Durante le conversazioni con Ernesto è tanto impossibile quanto inutile cercare di separare il fotografo dall’uomo. Questo cacciatore di immagini si è dedicato a Cuba per 14 anni, dal 1992 al 2006, partorendo la Trilogia Cubana. Mesi passati nei campi di tabacco del villaggio di San Juan y Martinez – considerato la mecca del tabacco – con un altro Fidel, un amico contadino, e la sua famiglia, lavorando, mangiando, dormendo e bevendo rum con loro. Da questa e da altre esperienze sono nati tre libri in cui l’isola si mostra nella sua bellezza, brutalità e dolore. Un omaggio al popolo cubano in panoramica: “La macchina panoramica ha cambiato il mio modo di scattare foto aprendomi a nuove opportunità“. Ernesto continua a esplorare le possibilità della fotografia analogica, e anche se riconosce l’utilità dell’immediatezza digitale, rimane fedele alla sua 35 mm. Una fedeltà che è stata messa alla prova quando il 6 gennaio 2006, dopo 14 anni a Cuba, gli è stato detto che non avrebbe più potuto organizzare i suoi workshop. “Il 4 luglio abbiamo lasciato l’isola. Dopo averlo tanto raccontato, è toccato anche a me il tragico rituale dell’esilio cubano“.
Fidel, il socialista che ha statalizzato il commercio locale in una gestione centralista dell’economia che non ha portato i frutti sperati. Fidel, il comunista, che ha ordinato la costruzione di ospedali e scuole, che è andato alle Nazioni Unite denunciando l’imperialismo degli Stati Uniti e il colonialismo europeo. Fidel che ha obbligato gli Usa a guardare l’America Latina non solo come il suo cortile privato. Fidel il rivoluzionario umanista, che incarnava la speranza della rivoluzione futura, della ribellione all’oppressione e all’ingiustizia estrema.

Ernesto Bazan, Boots & Flowers
Ernesto Bazan, Boots & Flowers

SVOLTE INASPETTATE

Vengo da ogni parte, e ad ogni parte vado“, scriveva il poeta della rivoluzione José Martí. Così la vita di Ernesto ha preso una piega inaspettata, svoltando verso Veracruz, in Messico, dove si è trasferito per alcuni anni con la sua famiglia, continuando con i suoi laboratori internazionali di fotografia.
Tutto è metonimico, tutto porta sempre da un’altra parte. In ogni viaggio di Ernesto c’è la Cuba che ha lasciato: “Quando fotografo l’acqua, che sia il Mediterraneo che bagna la mia casa o una spiaggia di Bahia, in parte è sempre l’onda che si infrange sul Malecón dell’Avana: un severo ricordo della sofferenza del popolo cubano“.
Ernesto ora vive a New York, dove lavora al suo ultimo progetto, Before You Grow Up…. Come per i Canti Latinoamericani, diverse trilogie che vuole iniziare a pubblicare a partire dal 2019 – i primi tre dedicati a Bahia, la sua nuova Avana – tutti i suoi libri sono auto-finanziati. Attraverso l’iniziativa “Formiche Possenti”, Mighty Ants, un micro network di solidarietà artistica, Ernesto pubblica i suoi libri e, a volte, anche quelli dei suoi studenti. “Voglio ancora sognare, e con l’aiuto dei miei studenti i sogni lentamente diventano realtà“.
Cuba guarda verso il suo destino incerto, che per Ernesto significa la possibilità del ritorno. Quale sarà l’orizzonte di Cuba fuori dall’immensa ombra di Fidel? Nell’isola si continua a nascere e a morire, e i cubani, abitanti di un paese in costruzione, cercano di realizzare il più grande dei miracoli: un progetto di repubblica davvero democratica, davvero di tutti. In ogni caso, Ernesto continua a fotografare.

Virginia Negro

www.bazanphotos.com

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AutoreErnesto Bazan
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Virginia Negro
Dopo aver studiato Comunicazione e giornalismo tra Bologna e Parigi, ha continuato le sue ricerche con un progetto finanziato da un consorzio di università internazionali che l’ha portata a vivere prima in Spagna, poi in Polonia e infine a Buenos Aires. Adesso fa la ricercatrice in Messico, dove vive da quasi quattro anni. Collabora con “Repubblica”, “Il Reportage”, “Lettera 43”, oltre che con varie pubblicazioni latinoamericane e il quotidiano “Milenio”.