Provincia Cosmica. Piero Roccasalvo Rub e il richiamo della Sicilia

Dallo studio di Santa Maria del Focallo al dialogo con la scena artistica della provincia di Ragusa, Piero Roccasalvo Rub racconta il legame tra arte e territorio, tra realtà e sogno, tra periferia e resistenza culturale

La pittura di Piero Roccasalvo Rub (Siracusa, 1974), sempre contesa tra sogno e realtà, nasce sulle sponde meridionali della Sicilia. Un luogo di mare e di terra, di vento e di isolamento. È qui che l’artista è tornato dopo una lunga “stagione di viaggi”, trovando nella stasi della provincia lo stimolo a creare.

Piero Roccasalvo RUB, Paesaggio, 2026, tecnica mista su carta. Courtesy Piero Roccasalvo RUB
Piero Roccasalvo RUB, Paesaggio, 2026, tecnica mista su carta. Courtesy Piero Roccasalvo RUB

Intervista a Piero Roccasalvo Rub

“È il richiamo dell’isola che mi ha portato qui”. Così mi hai detto un giorno, motivando il tuo rientro in Sicilia. Che rapporto hai con questo territorio?
Già, il richiamo dell’isola. Sì, è vero, è un’urgenza che gran parte dei siciliani sentono: un legame spesso complesso, ancestrale. Il “siciliano vuole tornare, ma non con la mente, con il corpo”: la riflessione è di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, famoso per Il Gattopardo, e sottolinea proprio la necessità quasi viscerale che lega il siciliano alla propria terra. Io ho subìto lo stesso richiamo, prima però ho vissuto un forte senso di distacco. La provincia per me aveva una dimensione quasi immobile. In quel clima ho incontrato l’amico Mauro Aprile Zanetti, con lui ho sviluppato una pratica artistica caratterizzata dalla contaminazione tra pittura, poesia, cinema, video, teatro, editoria ed altri linguaggi visivi tra Scicli, Modica, Pozzallo, Venezia, Pisa, Londra, Milano, New York. Dopo quella stagione di viaggi, studio, lavoro e incontri, ho sentito il bisogno di rientrare nell’isola e di lavorarci tenendo conto di tutte le difficoltà del caso.

Abiti in provincia di Ragusa. Parlami meglio del contesto culturale che hai intorno.
La provincia di Ragusa è un luogo incantevole, qui la luce assume una consistenza quasi tangibile, non a caso, il pittore Piero Guccione ne è stato un eccellente interprete. Il contesto culturale siciliano ha avuto alti e bassi; praticamente fu proprio Guccione, rientrando da Roma negli Anni Ottanta, insieme al pittore Franco Sarnari, già presente nel territorio dagli Anni Settanta, (Gruppo di Scicli) a contribuire, ma soprattutto a trasformare il territorio in un luogo di produzione artistica. Da allora a oggi la provincia ha iniziato, seppur timidamente, ad arricchirsi di alcune gallerie e spazi dedicati all’arte contemporanea. Si è trattato però di una presenza esigua, e incapace di costruire nel tempo una rete istituzionale e culturale realmente strutturata. Oggi la scena è un po’ più dinamica.

Ovvero?
Accanto alle gallerie e agli spazi espositivi tradizionali si sono sviluppate diverse iniziative indipendenti, capaci di creare nuovi luoghi di confronto, anche grazie agli artisti, che spesso si sono fatti promotori di audaci azioni culturali, contribuendo in modo autonomo alla scena contemporanea, che tuttavia, nonostante gli sforzi, resta ancora una realtà frammentaria.

Limiti e possibilità della provincia siciliana

Questo contrasto tra “magia e contraddizioni” lo interpreti come qualcosa di positivo, o come un limite?
La Sicilia è terra di magia e contraddizioni! Facevamo riferimento alla luce, ecco, mi viene di pensare a Gesualdo Bufalino, raffinatissimo scrittore, che fotografa una terra ossimorica, fatta di contrasti: “Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile e inaccettabile la morte”. Questo ritornello mi ha accompagnato nel corso degli anni. Quello che faccio non prescinde da questa terra, questo luogo è diventato per me un modo di essere interiore, metaforico, che appartiene contemporaneamente al mondo reale e al mondo del sogno, dunque non soltanto un luogo geografico, ma metafora della contraddizione: luce e ombra, arcaico e contemporaneo, splendore e lacerazione, presenza e assenza, incanto e inquietudine, materia e spirito, visibile e invisibile. Tutto ciò non costituisce un limite, anzi, spesso può diventare una spinta per concentrarsi sempre di più sul lavoro e provare a forzare l’immagine; la magia si concretizza quando la rappresentazione cessa di essere solo un qualcosa che appare e diventa ciò che evoca.

Lo studio di Piero Roccasalvo Rub a Santa Maria del Focallo

Santa Maria del Focallo è una frazione balneare del Comune di Ispica, nella punta meridionale della regione. Intorno a te hai solo mare e sabbia, e il colore della sabbia io lo ritrovo in molti tuoi dipinti. C’è un dialogo tra la tua arte e il territorio?
Santa Maria del Focallo è una zona costiera molto suggestiva, si affaccia sul Mediterraneo con lunghe spiagge dorate, in questo luogo si ha la percezione della bellezza che nasce dalla relazione intima tra la terra e il mare. È una zona ventosa e la luce che arriva dal mare cambia durante lo scorrere delle ore. Durante la filinona, che è l’ora più calda, spazio liminale, la luce crea una dimensione magica che la tradizione popolare ha reso favolistica; dove, si raccontava, prendono forma le creature fantastiche. Ricordo mia madre, le usava per spaventarmi e costringermi a stare a casa nelle ore più calde. Mi ha sempre affascinato questa parola dialettale, perché per me rappresenta la soglia tra il reale e il sogno. I toni terrosi che spesso utilizzo, in maniera inconscia, rappresentano non semplicemente una scelta cromatica: sono la memoria della materia del paesaggio. Nonostante io non dipinga paesaggi, inevitabilmente, il luogo in cui vivi entra nel tuo lavoro e ne registra la luce, la temperatura, i silenzi.

Il tuo studio si trova nella linea che divide la terra e il mare. Parliamo dunque di una zona di confine. Anche questo elemento di liminalità mi sembra un fattore poetico importante…
Da qualche anno ho trasferito lo studio nella zona di Santa Maria del Focallo. Qui ci vivo tutto l’anno, mi trovo su un’ipotetica linea di confine tra Pozzallo e Ispica, tra terra e mare, tra sabbia e acqua, tra luce e ombra. Questi confini non sono delle barriere, sono dei punti di passaggio, e in questi passaggi i luoghi cominciano a fondersi, ad amalgamarsi: la terra si fonde con il mare e l’orizzonte annulla ogni distanza. Il confine diventa una zona intermedia in cui elementi diversi entrano in relazione. Nel caso della mia pittura, dunque, metaforicamente parlando, il confine liminale non diventa una linea di separazione, ma uno spazio in cui le forme si fondono e si trasformano. Il confine diventa simbolico.

Lo studio dell’artista come luogo di resistenza

Questa distanza però comporta anche un isolamento. Che rapporto hai con i tuoi colleghi siciliani? Lo studio è ancora un luogo di incontro e produzione intellettuale?
Vivo in un luogo che geograficamente si trova leggermente più a sud di Tunisi, un luogo appartato. Il mio studio è immerso nella natura, lontano dai centri abitati. Chiaro, il contesto è periferico, ma nell’epoca di Internet la distanza geografica non coincide più necessariamente con l’isolamento culturale. In provincia di Ragusa, in particolare a Modica – ma anche Scicli e Ispica – si è formato nel tempo un terreno fertile, un vero humus artistico. Mi considero fortunato ad avere, in questo “sud dei santi”, già da diversi anni, rapporti di confronto e soprattutto di amicizia con molti artisti, in particolare con Giovanni Blanco, Ettore Pinelli, Francesco Rinzivillo, Daniele Cascone, Giuseppe Giordano, Giuseppe Bombaci, Giovanni Viola. Un gruppo non chiuso, ma una comunità animata da una forte sensibilità, con linguaggi e percorsi differenti, accomunati dall’esigenza di incontrarsi e di dialogare per rafforzare le proprie identità. Per intenderci, il progetto Studio[2]Project, fondato da Pinelli/Rinzivillo è la conferma di tutto quello che ho appena descritto: coinvolgere gli artisti “nei luoghi della produzione”, cioè gli studi d’artista. Quindi l’atelier non è più soltanto un luogo in cui l’artista realizza l’opera, ma diventa uno spazio aperto, alternativo alle poche gallerie e luogo di resistenza.

Se fossi altrove saresti diverso? Lavoreresti alla stessa maniera?
È una domanda che mi sono posto più volte. Probabilmente sarei diverso e non lavorerei nella stessa maniera, chi può saperlo. Ogni luogo modifica lo sguardo.

Alex Urso

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Alex Urso

Alex Urso

Artista e curatore. Diplomato in Pittura (Accademia di Belle Arti di Brera). Laureato in Lettere Moderne (Università di Macerata, Università di Bologna). Corsi di perfezionamento in Arts and Heritage Management (Università Bocconi) e Arts and Culture Strategy (Università della Pennsylvania).…

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