In Svizzera il museo delle donne celebra una pioniera dell’arte femminista italiana (finalmente!) 

Fino al 1° novembre 2026 Mariuccia Secol è protagonista di una grande mostra retrospettiva al Muzeum Susch. Tra opere storiche e lavori inediti, il percorso espositivo illumina tutte le sfaccettature del femminismo dell’artista varesina

Come donne vivevamo una situazione di disagio e di malessere senza essere coscienti di che cosa ci metteva in questa condizione e, quindi, l’autocoscienza ci chiariva che cosa non andava, e si prendeva coscienza della situazione delle donne”, spiega Mariuccia Secol (Castellanza, 1929) in una recente videointervista in merito alla nascita del collettivo femminista Gruppo Immagine di Varese nel 1974. Visitare la mostra che il Muzeum Susch, votato alla valorizzazione di artiste donne, dedica a Secol è un po’ come riavvolgere il filo della storia – quella individuale e quella collettiva, tra ontogenesi e filogenesi. Si ripercorre la strada con l’artista, uscendo dal museo con un’autocoscienza maggiore, nuova.

La mostra di Mariuccia Secol al Muzeum Susch

Il percorso si apre con una sala-tutto che, senza curarsi della cronologia, mette davanti agli occhi, appunto, tutto (o quasi) quel che Secol ha realizzato nel corso dei decenni, spaziando tra le tecniche e le serie. Alle pareti, lavori su tela insieme a tessuti talvolta lavorati per addizione, talvolta per sottrazione. Nel primo caso, Spogliazione/Destrutturazione (1974): un miscuglio di abiti e accessori risignificati dà vita a un corpo sì dissezionato che, proprio nella sua frammentazione e partendo da rifiuti, trova coesione e unità. Nel secondo caso, come in Sala d’attesa/bisso rosso (1988), il tessuto viene sfibrato per creare delle smagliature-ferite capaci, però, di alleggerire e illuminare l’ordito. In mezzo alla sala, l’imponente Donna ponte (1989): una struttura lunga più di 10 metri accoglie le forme di due corpi femminili disegnati dai loro abiti, che si toccano con le punte dei piedi. “Quest’opera è rivolta anche agli uomini, come augurio che possano fare lo stesso lavoro di autocoscienza che le donne hanno fatto”, dice Eva Brioschi che ha co-curato la mostra Mariuccia Secol. Unraveling con Monika Branicka.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

Gli uomini nel femminismo di Mariuccia Secol

È, infatti, un femminismo olistico quello dell’artista varesina: non è contro, bensì (anche) per l’uomo che deve – tanto quanto la donna – liberarsi dalle costrizioni patriarcali. Così, in mostra sono diverse le storie che riguardano gli uomini: in primis, il padre dell’artista. Legatissimi, Mariuccia Secol gli dedica La casa del padre (1980), opera in cui un bianco tessuto molle e sfibrato si incastona in una ruvida struttura dimateriale isolante per tubature. Tra i documenti e i materiali cartacei esposti ci sono, poi, quelli che raccontano l’esperienza di Secol all’ospedale psichiatrico di Bizzozero. In una sorta di anticipazione dell’arte terapia, l’artista dirige l’atelier di pittura della clinica a partire dal 1965, scontrandosi con la resistenza di molte pazienti donne che si rifiutano di partecipare alle attività pratiche dell’atelier, lasciandolo nelle mani dei maschi. Con le pazienti, quindi, Secol sviluppa un parallelo laboratorio di parola e poesia per interpretare le opere maschili – in una (subconscia?) appropriazione del gesto critico e interpretativo, portando le donne a parlare degli uomini, e non viceversa.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

La galassia femminile di Mariuccia Secol

Ma la mano tesa verso gli uomini non deve distogliere – e in mostra non lo fa – dalla lotta eminentemente femminista, di donne per le donne, che Mariuccia Secol ha portato avanti per decenni (la porta avanti ancora oggi, a quasi 100 anni). E il già citato Gruppo Immagine di Varese, tra arte e attivismo, è l’emblema di questa lotta. Fondato da Secol con Milli Gandini e Mirella Tognola, vi aderiscono in fretta anche Silvia Cibaldi, Clemen Parrocchetti e Mariagrazia Sironi. Sono donne femministe e provinciali: quel Varese nel nome del gruppo è un’ulteriore, chiara rivendicazione di appartenenza culturale e sociale, oltre che territoriale. Al Muzeum Susch una piccola, intensissima sala è dedicata alla più celebre azione del gruppo. Nel 1975, nella casa di Milli Gandini, le superfici impolverate – l’artista aveva vietato al marito e ai figli di pulirle, facendo l’occhiolino al Dust breeding di Man Ray e Duchamp – e gli oggetti quotidiani vengono tappezzati dalle parole “Salario al lavoro domestico”.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

La mostra al Muzeum Susch tra lotta femminista e corpo femminile

L’esperienza del Gruppo Immagine di Varese porta le artiste nello Spazio Aperto della Biennale del 1978 (ed è il primo collettivo femminista ad entrarvi, con un paio di mesi di anticipo sulla chiamata di Mirella Bentivoglio), ma non esiste solo la dimensione collettiva e condivisa nella pratica di Secol. Le opere individuali affrontano gli stessi temi, anche se da una prospettiva differente: alla lotta si affianca il dolore intimo, che non può essere cancellato da nessuna rivendicazione né vittoria sociale o politica. Le tele dipinte tra la fine degli Anni Cinquanta e gli Anni Sessanta sono ancora portatrici dei drammatici ricordi della guerra, ma Suicidio (1965) non può non far pensare nello specifico anche al dramma di un corpo femminile scomposto e inerte, trattato e guardato come carne da macello anche da morto – in una morte socialmente indotta.

Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette
Mariuccia Secol Unraveling, Installation view, Muzeum Such, 2026. Crediti Muzeum Susch, Art Stations Foundation; ph.Federico Sette

Il XXI Secolo di Mariuccia Secol

Mariuccia Secol oggi ha 97 anni e continua a parlare di donne, società e lotte. Lotte, al plurale, perché, come dimostrano chiaramente i ritagli di giornale esposti nell’ultima stanza, l’artista ha gli occhi ben aperti su tutti i fronti del mondo contemporaneo. Sono ritagli – è una serie iniziata nel 2001 e finita nel 2019 – su cui Secol è intervenuta cucendo paillettes e incollando brillantini e che mostrano le stragi a Gaza(evidentemente iniziate prima del 2023), Berlusconi che invita l’Italia a non firmare il protocollo di Kyoto, le manifestazioni durante il G8 di Genova, l’invasione dell’Iraq. Paillettes e brillantini: un’estetica esageratamente femminile, quasi pacchiana e superficiale; al tempo stesso, sono elementi piccoli, semplici, innocui, simpatici. Paillettes e brillantini ricoprono il mondo e i suoi drammi, ne rivelano l’idiozia e al tempo stesso cercano di curarlo – il gesto è quello di cucire e incollare –, come Mariuccia Secol fa. Terminato il giro nell’ultima sala, per uscire dal Muzeum Susch bisogna tornare indietro – non è (mai) un percorso lineare e bisogna (sempre) ritornare dove si è stati prima di poter andare avanti, come Mariuccia Secol sa.

Vittoria Caprotti

Susch // fino al 1° novembre 2026
Mariuccia Secol. Unraveling
MUZEUM SUSCH – Sur Punt, 78
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Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti

Vittoria Caprotti (Voghera, 1998) è laureata in Storia dell'Arte Medievale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dopo aver frequentato il triennio di Valorizzazione dei Beni Culturali presso l'Accademia di Belle Arti di Brera. Fa parte della redazione di…

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