Chi era Romolo Romani, il pioniere dimenticato della pittura astratta
Morì una settimana prima di Boccioni, ma non ricevette la stessa consacrazione: Romolo Romani, pittore milanese d’avanguardia e pioniere dell’astrazione ancor prima di Kandinskij, merita di essere riscattato da un oblio durato 110 anni
Al Cimitero Vantiniano di Brescia c’è un loculo semidimenticato dove la polvere si accumula da oltre un secolo. Fa male vedere quanto poco sia rimasto, nella nostra memoria, di un uomo che ha toccato vette visive straordinarie. Sotto quella lapide riposano le spoglie mortali di Romolo Romani (Milano, 1884 – Brescia, 1916), protagonista di una delle dimenticanze più ingiuste e ostinate del Novecento. Chiunque mastichi un minimo di storia dell’arte conosce bene il nome di Vasilij Kandinskij, celebrato in tutto il mondo per il primo acquerello non figurativo e per i suoi testi teorici. Eppure, prima ancora che il maestro russo divulgasse le sue intuizioni, Romani aveva già ampiamente varcato quella soglia in totale solitudine. Tra il 1905 e il 1910, con i pastelli e le chine di cicli come Prismi, Gocce e la monumentale Immagine, approdava a una rigorosa astrazione geometrica e interiore. Ma mentre Kandinskij è diventato un pilastro universale della storia dell’arte, Romani è sprofondato nell’ombra, liquidato con la solita pigrizia come un eccentrico bizzarro finito male.

Romolo Romani e Umberto Boccioni, destini incrociati ma divergenti
A rendere questa cancellazione ancora più amara è il destino incrociato con l’altro compagno di strada con cui divise le prime battaglie d’avanguardia: Umberto Boccioni. Cadono quest’anno i centodieci anni esatti dalla loro scomparsa, consumatasi in quel tragico agosto del 1916. Nel giro di appena sette giorni l’arte italiana perse due protagonisti assoluti della stessa generazione, ma con una disparità di sorte straziante. Il 17 agosto Boccioni venne disarcionato da cavallo a Chievo, morì a trentatré anni, con la divisa addosso, e Marinetti ne fece subito il martire perfetto della modernità in armi. Sette giorni prima, il 10 agosto, a Brescia si spegneva a trentadue anni Romani. Centodieci anni di memoria gloriosa e rumorosa per l’uno, centodieci anni di oblio per l’altro, spentosi in una stanza di manicomio nel silenzio riservato agli invisibili. Eppure a Milano quei due avevano diviso notti, studi e accese discussioni.
Romolo Romani e il milieu milanese del primo Novecento
Nel 1904 il Comune concedeva al giovanissimo Romani uno spazio al Castello Sforzesco e un sussidio mensile su segnalazione del gallerista Vittore Grubicy. Frequentava Previati, dominava la Famiglia Artistica, illustrava la rivista Poesia. Quando nel febbraio 1910 nasce il primo Manifesto dei pittori futuristi, la sua firma è lì, apposta accanto a quella di Boccioni. Durò pochissimo. Romani si sfilò prima del manifesto tecnico di aprile, rendendosi conto subito che il rumore meccanico delle macchine non apparteneva alla sua ricerca. Mentre Boccioni inseguiva la sintesi plastica dei corpi e la velocità della materia, Romani scendeva nel fondo opaco della percezione e dell’invisibile. A Carlo Linati, che gli domandava perché usasse quasi solo la matita, rispondeva con franchezza che il colore non lo sentiva ancora e che per scavare dentro la figura bastava il chiaroscuro. Lavorava per ore sui cartoni impugnando la grafite “come un bulino per raschiare”, in una lotta fisica e logorante con la carta.
Le opere sociali di Romolo Romani
Accanto ai primi esperimenti astratti, Romani aggrediva il volto umano per strappargli la maschera sociale. Aveva messo a punto un meccanismo visivo spietato, debitore degli studi sui muscoli facciali del dottor Guillaume Duchenne de Boulogne: la scissione dell’unità espressiva. In fogli come Il riso o L’inganno, se si copre metà viso con la mano ci si accorge che i due lati non combaciano affatto. Da una parte la bocca ride, dall’altra l’occhio trema di dolore, collera o spavento. È una smorfia impossibile per i muscoli della faccia, un attrito insanabile che confonde lo sguardo di chi osserva e anticipa il perturbante anni prima dei trattati di psicoanalisi. Nel grande foglio di Dives (Il Ricco) arrivò a disegnare un volto che si comporta come un negativo fotografico; in altri ritratti, capovolgendo il disegno a testa in giù, la fisionomia borghese si trasforma in una maschera demoniaca.
Romolo Romani: la malattia, lo stigma, l’oblio
Su questa ricerca implacabile è pesata per oltre un secolo una comodissima scusa, la favola del “pittore folle”. Una condanna ingiusta. Le carte d’archivio raccontano un calvario fisico straziante: una forma trascurata di etisia (la tubercolosi) arrivata ad aggredire le meningi. Fu l’infezione batterica a divorargli il cervello, scatenando febbri violente, deliri e quella lucidità disperata durante la quale Romani cercava di salvare i propri fogli prima di cedere alla rabbia di distruggerli. Il ricovero nella “casa di salute” di Brescia coincise con l’entrata dell’Italia in guerra. Dalla primavera del 1915 i manicomi delle retrovie finirono al collasso: cibo e carbone per le stufe requisiti per i soldati al fronte, corsie stracolme di ragazzi distrutti dalle granate, i tristemente famosi “scemi di guerra”. In quel gelo e in quella fame la mortalità raddoppiò. Romolo Romani fu a tutti gli effetti una vittima indiretta della Grande Guerra, consumato dal male in un reparto abbandonato mentre il suo compagno d’avanguardia moriva con gli stivali da soldato. Il 12 agosto 1916 il Corriere della Sera gli dedicava poche righe sincere, ricordando l’“arte d’eccezione” salutata da Ojetti e Pica. Nel 1920 gli amici della Famiglia Artistica provarono a riaprire la partita con una mostra postuma, ma l’attenzione del dopoguerra era già passata oltre. A centodieci anni da quell’agosto del 1916 che spazzò via entrambi i protagonisti, togliere la polvere dal nome di Romolo Romani non è un vezzo giornalistico. Significa restituire a un ragazzo di trentadue anni la dignità della sua malattia e fare i conti con un maestro che – come altri, tra cui la svedese Hilma af Klint – aveva visto l’astrazione prima di Kandinskij, pagando con l’oblio il prezzo della sua solitudine.
Armando Bellelli
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