Al Premio Strega c’è spazio anche per i mostri. Intervista al poeta Federico Italiano
Con la sua raccolta “Godzilla e altre poesie” è uno dei finalisti del Premio Strega Poesia. Italiano ci ha raccontato la genesi del libro, la sua attività di insegnamento e traduzione e come questo lavoro influenzi la sua scrittura
Anche qui vagabondava Godzilla
sotto i ponti muschiosi della Veria
lungo il fango azzurrognolo di un argine,
forse un ramarro o un miroldo, una nutria
imbottita di scorie, una cisti di Chernobyl,
che acceso dai metani pleistocenici
ci spiava da caditoie e darsene
dal buio denso dei fossi, dal fiume,
in agguato in un angolo dei sogni
imperlati dalle prime erezioni
deus ex machina d’incubi scolastici
preistoria squamosa del nostro seme.
Abbiamo un debito con i mostri, che siano reali o immaginari, e una delle vie per provare a saldarlo può essere forse quella di trasfigurarli in parole e di queste parole farne endecasillabi. Tra i testi presenti in cinquina al Premio Strega Poesia, la cui premiazione avverrà il 13 ottobre di quest’anno, è presente una raccolta che incrocia i codici del mostruoso e ne fa proprio questo: una restituzione all’horror presente nel mondo. Il suo autore, nome di spicco in Italia e all’estero, si chiama Federico Italiano (Novara, 1976) ed è poeta e traduttore. Per anni ricercatore a Vienna presso l’Accademia Austriaca delle Scienze, insegna ora Letterature comparate all’Università La Sapienza. Dopo l’esordio con Nella costanza (2003) ha pubblicato L’invasione dei granchi giganti (2010), L’impronta (2014), Un esilio perfetto. Poesie scelte 2000-2015 (2015), Habitat (2020) e La grande nevicata (2023). Le sue poesie sono state tradotte in numerose lingue e incluse in diverse antologie, in Italia e all’estero. Ha vinto vari premi, tra cui il Premio Giuseppe Tirinnanzi e il Premio Ceppo Poesia. Il suo ultimo libro, che è quello di cui parliamo in questa intervista, si chiama Godzilla e altre poesie (Guanda, 2026).

Intervista a Federico Italiano
Godzilla e altre poesie, in cinquina al Premio Strega Poesia nel momento in cui scriviamo, è il tuo settimo libro. Ci parli di com’è nato?
È nato lentamente, forse prima ancora che cominciassi ad avere chiara in testa l’idea di un libro, in continuità con quello precedente, La grande nevicata, ma con degli scarti importanti: una dimensione generale leggermente più cupa e allo stesso tempo più colorata ed esplosiva. C’è all’origine un ricordo molto preciso: non avevo ancora dieci anni quando arrivò la notizia di Chernobyl, nell’aprile del 1986. Io sono cresciuto nell’Ovest Ticino, tra le risaie del novarese, non lontano dalla centrale atomica di Trino Vercellese, dalla vasca di stoccaggio di Saluggia, dalla Dora Baltea, dentro una geografia fatta di fossi, canali, animali molto comuni. La radioattività, in quei mesi dopo la catastrofe, era qualcosa di invisibile e insieme terribilmente concreto: un pericolo che gli adulti nominavano, che poteva essere nell’aria, nell’acqua, nel cibo. Per un bambino era quasi inevitabile trasformarlo in un’immagine. E quell’immagine, per me, divenne Godzilla. Non tanto il grande mostro che distrugge Tokyo, però, quanto il suo fantasma: più che un Godzilla in miniatura o in formato ridotto, dunque, il senso di minaccia, la mancanza improvvisa di familiarità che può assumere il quotidiano quando qualcosa d’irreversibile improvvisamente rompe il suo normale decorso, la sua scansione ripetitiva. Questo è quanto è accaduto – o può sempre accadere, è sempre in via di accadimento – al mondo dopo Chernobyl o altre tragedie nucleari come Hiroshima o Nagasaki, ma è anche una dimensione psichica, continuamente in latenza che appartiene al mio mondo individuale e biografico.
In che modo?
Il mio Godzilla potrebbe essere una nutria, una rana, un miroldo, che nella fantasia del bambino, sotto l’effetto delle radiazioni, alla stregua del Godzilla giapponese, si ingrossa un po’, diventa qualcosa di eccedente rispetto alla sua vita d’animale acquatico, rimanendo pur sempre un piccolo mostro che si aggira tra i fossi, le risaie e i cavetti dell’Ovest Ticino. Da lì, il libro ha cominciato ad allargarsi. La paura infantile di Chernobyl si è incontrata con altre forme di inquietudine molto contemporanee: il cambiamento climatico, la trasformazione del paesaggio, la crisi dell’idea di progresso, la scomparsa o la metamorfosi degli animali e delle piante, ma anche la memoria, la morte, il desiderio, il viaggio. In questo libro ci sono tante poesie d’amore, per esempio, magari velate e non così esplicite, ma sicuramente erotiche a modo loro… In questo senso Godzilla e altre poesie non si discosta radicalmente dai miei libri precedenti, in cui c’era sempre una certa attenzione per il paesaggio e per ciò che non è umano. Tuttavia, è vero che in questo libro il paesaggio diventa ancora più instabile, deformato, quasi fosforescente, alieno, e in questo mondo alieno diventano ancora più pressanti le domande per ciò che di più umano ci riguarda: l’amore, il desiderio, la morte.
Che senso credi abbia oggigiorno – se ce l’ha – trattare il tema dei mostri e del mostruoso in generale in poesia?
Come dicevo, il mio Godzilla è più un mostriciattolo che un mostro ipertrofico: quasi un pupazzo, una creatura un po’ ridicola e un po’ inquietante, ambigua come può esserlo la poesia; non il Godzilla gigantesco che rade al suolo Tokyo, ma la dimensione perturbante e distorta che possono assumere le risaie e i fossi della mia zona. Mi interessa proprio questa sproporzione: un pericolo enorme che prende la forma di qualcosa di piccolo e locale. E forse è anche un buon modo per intendere la poesia.
Come, cioè?
La poesia prende spesso una cosa minima e la porta fuori scala, senza però cancellarne l’esiguità. Il mostro, del resto, è una figura antichissima per tutto ciò che non riusciamo a ricondurre facilmente a una categoria. Oggi molte delle nostre paure hanno proprio questa caratteristica: la radioattività, i virus, il cambiamento climatico, la perdita della biodiversità sono minacce che spesso non hanno una forma immediatamente visibile. Il mostruoso diventa allora un modo per dare un corpo, anche provvisorio, a ciò che non ne ha. Ma nel libro il mostro tende continuamente a sfuggire alla propria forma. Diventa animale, pianta, residuo, paesaggio, memoria. In Coro mattutino, per esempio, ho cercato di spostare il punto di vista fuori dall’umano, lasciando parlare – o almeno immaginando di lasciare parlare – gli uccelli. È un modo per provare a incrinare, anche solo per un momento, quella centralità dell’uomo che organizza il nostro modo abituale di guardare il mondo. In fondo il mostro mi interessa meno come figura del terrore che come figura dell’incertezza. È qualcosa che non sappiamo bene come chiamare, e che proprio per questo la poesia può provare a guardare senza ricondurlo subito a una categoria.
Il lavoro di Federico Italiano all’estero
Tu sei anche un punto di riferimento culturale e accademico nei paesi tedescofoni come Germania e Austria. Ci parli del lavoro che hai svolto e svolgi in questo campo?
Da molti anni il mio lavoro si svolge tra lingue, letterature e geografie diverse. Ho lavorato a lungo in Austria, all’Accademia Austriaca delle Scienze di Vienna, e prima ancora ho insegnato Letterature comparate alla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco. Il mio campo di ricerca è soprattutto quello della letteratura comparata e della teoria della traduzione, con un interesse particolare per il rapporto fra traduzione e spazio, geografia e paesaggio. La traduzione mi interessa non soltanto come passaggio da una lingua all’altra, ma come forma di attraversamento: attraversamento di culture, di territori, di epoche. In questi anni ho avuto anche la fortuna di lavorare molto con poeti e traduttori tedeschi, fra cui Jan Wagner e Raoul Schrott. Con Jan, in particolare, abbiamo costruito nel tempo un vero e proprio dialogo poetico e traduttivo. Tra le altre cose, abbiamo curato per Hanser, nel 2019, una grande antologia della giovane poesia europea.
Questo lavoro influenza anche la tua poesia?
Sì, questo scambio ha avuto conseguenze anche sulla mia scrittura: quando si traduce molto, inevitabilmente cambia anche il modo in cui si guarda alla propria lingua. Credo che una parte importante del mio lavoro sia proprio questa: cercare di mettere in comunicazione tradizioni che rischiano di essere percepite come separate. La poesia, più ancora della narrativa, vive di questi attraversamenti. Una lingua può diventare improvvisamente straniera anche per chi la parla da sempre e una lingua straniera può restituirci qualcosa della nostra.
Qual è, attualmente, la percezione della poesia italiana contemporanea dall’estero, ammesso che ci sia dell’interesse?
L’interesse c’è, anche se è diverso da quello che esiste per la narrativa – e spesso è meno sistematico. La poesia viaggia soprattutto attraverso i traduttori, le riviste, le antologie, i festival, i rapporti personali fra poeti e istituzioni culturali. Non esiste ancora, almeno in modo stabile, una percezione unitaria della poesia italiana contemporanea all’estero. Questo però può essere anche un vantaggio. La poesia è forse uno dei luoghi in cui l’idea di una letteratura nazionale diventa più fragile. Un poeta italiano tradotto in tedesco, francese o inglese entra immediatamente in un campo letterario diverso, dove viene letto accanto ad autori che appartengono ad altre tradizioni.
La cinquina del Premio Strega Poesia
Parliamo del Premio Strega Poesia: sei soddisfatto di questa candidatura oppure l’aspetto competitivo della poesia ti lascia indifferente?
Sono molto contento della candidatura, naturalmente. Sarebbe strano non esserlo. Essere arrivato in cinquina significa innanzitutto che il libro ha incontrato lettori, critici, librai, poeti; significa che intorno a Godzilla e altre poesie si è aperta una conversazione probabilmente più ampia di quella che avrebbe avuto senza il premio. Non vivo però la poesia come una competizione. Un libro di poesia non mi sembra facilmente confrontabile con un altro come si confrontano prestazioni sportive, agonistiche. Ogni libro costruisce il proprio spazio, la propria voce, e spesso ciò che conta davvero per un poeta avviene molto tempo dopo la pubblicazione, magari attraverso una singola poesia che rimane nella memoria di qualcuno. Detto ciò, sono felice di essere in questa cinquina, nella quale ho ritrovato non solo compagni e compagne di viaggio ai quali mi lega un rapporto d’amicizia, e con i quali è un piacere condividere serate e letture, ma anche una qualità altissima, tanto nei testi quanto nelle poetiche di ciascuno.
Eppure c’era qualcosa là dietro
visibile di notte solo ai grandi
mentre noi sognavamo navicelle spaziali
sulla federa azzurra del cuscino
qualcosa fatto di buio, aghi e cinghie,
sagoma nerofumo,
una lama o una spada,
che sta in agguato oltre il cono di luce –
una statua, un vampiro,
un uomo con tre mani
e i capelli di pece
che di giorno sfottevano nei bar
per gli occhi troppo dolci
e il carrello a due ruote da spazzino.
Maria Oppo
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