Fragilità e forza dell’universo femminile in mostra a Roma. Intervista al fotografo Angelo Cricchi 

“Interprete maschile di un progetto al femminile”, così si definisce il fotografo che ci ha raccontato il progetto “Kimono Tales”, ai Musei di San Salvatore in Lauro fino al 16 ottobre, con cui ha dato voce e corpo a 113 donne, trasformandone il dolore in bellezza e unicità

K è piombata nella vita di Angelo Cricchi (Roma, 1961) nel 2015, per andare via, con la leggerezza con cui era giunta, dopo qualche settimana, lasciando quattro kimono, con la promessa di tornare a prenderli. Abiti che l’artista, nel 2016, spinto da un’urgenza creativa ha sentito il bisogno di far rivivere attraverso le donne che varcavano la soglia del suo studio per farsi fotografare. E così, come dice lui stesso “in maniera autonoma” ha preso il via Kimono Tales che, nato come progetto fotografico, è diventato subito molto di più, per tradursi oggi in una mostra multidisciplinare in cui, accanto alle foto trovano posto opere su carta, ceramica, lavori digitali e persino oggetti di alto design come un anello e un paravento. Per saperne di più e fare luce sul mistero di K, abbiamo intervistato Angelo Cricchi.

Angelo Cricchi, Kimono Tales, Musei di San Salvatore in Lauro, Roma, Installation View
Angelo Cricchi, Kimono Tales, Musei di San Salvatore in Lauro, Roma, Installation View

Intervista al fotografo Angelo Cricchi sulla mostra “Kimono Tales” ai Musei di San Salvatore in Lauro a Roma

Cominciamo dal principio di “Kimono Tales”, quando e come è sorto l’impulso di trasformare l’insolito lascito di K in un dispositivo artistico?
La particolarità di Kimono Tales è che, rispetto ai miei progetti precedenti, caratterizzati da una genesi, un approccio letterario, una produzione, è venuto da solo, come se io fossi l’interprete di un magico processo. In altre parole, semplicemente ho iniziato a chiedere alle donne che desideravano essere fotografate di indossare uno dei quattro kimono lasciati da K; e loro, in maniera assolutamente spontanea, facendolo, hanno cominciato ad aprirsi, rivelandomi storie molto personali e intime.

Quindi è nato spontaneamente?
Sì, direi che si è autogenerato; poi ovviamente mi sono accorto subito di quello che stava accadendo e ho cominciato a registrarlo, entrando gradualmente nel ruolo. Però insomma è un qualcosa che non avevo consapevolmente cercato. Non avevo invitato K, non le avevo chiesto di lasciare i kimono e non ho chiesto alle ragazze di raccontarmi le loro esperienze. Sono stato un testimone maschile di un progetto al femminile.

I kimono, nel tuo lavoro, smettono di essere dei semplici indumenti per diventare dispositivi narrativi. Come ti sei spiegato questa metamorfosi che poi ha indotto le persone a confidarsi?
Si tratta della dinamica su cui maggiormente mi sono interrogato anche con le persone con cui ho lavorato in questi anni. In particolare, ci siamo chiesti quanto i kimono e le fantasie da essi suscitate abbiano contribuito a creare questa relazione di intimità, ma non ho una risposta. Anche se devo dire che i quattro kimono sono molto diversi tra loro per lunghezza, colori, pesantezza… Quindi la scelta in sé indicava già delle prerogative caratteriali.

Le tue protagoniste condividono un passato connotato da eventi drammatici, è un caso?
Penso che gli eventi drammatici facciano parte del passato di ciascuno di noi e in particolare delle donne, la maggior parte delle quali ha subito violenza. Un fenomeno che questo progetto mi ha confermato essere spaventosamente diffuso. E anche se io sono contrario a ogni forma di violenza mi sono sentito ugualmente in parte responsabile perché si tratta di un fatto culturale che bisogna estirpare. Ecco, con Kimono Tales cerco di dare voce al problema e accrescere la sensibilità a riguardo.

Angelo Cricchi, Kimono Tales, Musei di San Salvatore in Lauro, Roma, Installation View
Angelo Cricchi, Kimono Tales, Musei di San Salvatore in Lauro, Roma, Installation View

Come hai selezionato le partecipanti?
È stata una scelta casuale. Dopo le prime sessioni ho capito che, per preservare l’autenticità e la meraviglia, non dovevo fotografare persone con cui ero già in grande confidenza, come amiche o fidanzata. Quindi, l’80% di loro erano donne che non conoscevo, incontrate inizialmente per caso. Poi, con la diffusione dei primi scatti sui social, non ho più dovuto cercare perché hanno iniziato a proporsi spontaneamente. Uno degli aspetti che più mi ha colpito è che in genere la figura del fotografo di moda incute una certa soggezione e raramente persone al di fuori del settore si propongono per posare senza veli; qui, invece, sono caduti tutti i timori e le insicurezze e mi hanno chiamato donne lontane dai canoni estetici del jet set.

Ci puoi dire di più sul sottotitolo “Undressing for Redressing”? Allude alla possibilità di riconnettersi con la propria storia?
Premesso che non voglio attribuire alcun potere taumaturgico al progetto, sicuramente raccontarsi a qualcuno che non si conosce ha un che di liberatorio, un qualcosa che accade spesso, solitamente in contesti neutrali. In questo caso, la particolarità che ha conferito al progetto il valore di un rituale di purificazione, è che lo abbiano fatto seminude in una situazione di rara intimità dovuta al fatto che erano venute per farsi fotografare e sentirsi belle, quindi, con l’intenzione di mettere alle spalle i loro traumi. Quindi in un certo senso ero io a subirli, trovandomi a tu per tu con la loro sofferenza (non sempre semplice da gestire), e che non doveva assolutamente trasparire nel ritratto che, al contrario, doveva risultare esteticamente perfetto, in quanto gesto di riscatto e autoconsapevolezza. Una dicotomia da cui emerge la duplice natura del progetto in cui la drammaticità delle registrazioni diventa voce collettiva che si sublima nella bellezza estetizzante delle foto.

Kimono Tales non si limita alla fotografia, ma comprende installazioni sonore, ceramiche e design. Perché hai sentito la necessità di trasformare il tuo archivio in un’esperienza multidisciplinare?

Il progetto ha vissuto due fasi. La prima di realizzazione, iniziata nel settembre 2016, si è conclusa con la mostra a Parigi del 2018. E la seconda che, avviata l’anno scorso con la proposta dell’editore King Koala di realizzare il catalogo, mi ha portato a rileggere tutto il materiale in maniera più distaccata per fare una nuova selezione. Lavoro che ho declinato in chiave multidisciplinare dopo aver ricevuto l’invito, da parte del Cigno GG Edizioni, a esporre nei Musei di San Salvatore in Lauro.

Puoi dirci di più?
L’opportunità di realizzare una grande mostra a Roma è stata l’occasione per continuare, approfondire e avviare delle collaborazioni che avevo in mente da tempo, lanciandomi anche in nuove sfide. A partire dall’allestimento che ho firmato a quattro mani con la direttrice artistica Patrizia Boglione e la parte critica in cui siamo stati coadiuvati da Francesca Briganti. Con Sonia Mascioli abbiamo portato avanti la realizzazione delle fotoceramiche. Con Massimiliano Ionta (The Astronut), che mi ha seguito per audio e video sin dall’inizio, abbiamo lavorato moltissimo sulla parte installativa e digitale. Poi ho voluto creare il paravento, un oggetto che mi ha sempre affascinato. Infine, dato che tutti mi chiedevano di K, su cui aleggia ancora un velo di mistero, ho deciso di presentarne il ritratto, facendone scolpire il volto in marmo da Antonietta De Marchi per poi farlo montare da Andrea Montelli su un anello ispirato a un meraviglioso esemplare romano custodito nel Museo di Palestrina.

…e poi ci sono le carte.
Sì, quella è la declinazione più recente e delicata del lavoro, anche a livello personale. Perché, mentre sulla fotografia sono certo di me, questa trasposizione delle immagini su una carta preziosissima, realizzata a mano in India e poi dipinta, è un ambito di ricerca totalmente nuovo, a cui mi sto dedicando solo da pochi mesi, sospinto dalla mia compagna e artista Silvia Piconi. Si tratta di otto opere uniche che, allestite nella sala ottagona, riprendono nelle scelte compositive e cromatiche la simbologia della rosa dei venti giapponese. Così, ciascuna riveste un significato esoterico legato al vento a cui corrisponde.

Fragilità e forza dell’universo femminile in mostra a Roma. Intervista al fotografo Angelo Cricchi 
Angelo Cricchi, Kimono Tales, Musei di San Salvatore in Lauro, Roma, Installation View

Per tornare all’estetica del corpo, come definiresti il tuo approccio, anche in relazione alle tue esperienze intercorse negli ultimi dieci anni, come FLEWID e IRÆ?
In generale sono da sempre attento al tema della diversità, tanto nei progetti artistici, quanto – paradossalmente – nella fotografia di moda, in cui non sono mai stato un fautore del ritocco. Ma negli ultimi dieci anni questa dimensione politica è diventata preponderante nel mio lavoro, in particolare in relazione ai progetti editoriali che hai citato. Con FLEWID mi sono focalizzato sulle questioni LGBTQ+, disabilità e razzismo; con IRÆ sulla sostenibilità e sulle tematiche dell’agenda 2030. Con Kimono Tales racconto l’universo femminile contrapponendo i drammi vissuti alla bellezza fotografata, con l’obiettivo di mettere, ancora una volta, la mia visione al servizio di cause sociali e sollevare argomenti politici accompagnati dalla ricerca del bello. Un binomio ossimorico e anche scomodo. Ma i feedback di questi giorni mi stanno facendo capire che il messaggio è arrivato forte e chiaro e ne sono molto felice.

Cosa rappresenta per te K oggi? Anche rispetto alle 113 donne che hai ritratto…
Ma sai, c’è un rapporto ambivalente. Molti credono che K sia un’invenzione, in realtà è una persona reale, peraltro attiva sui social e quindi consapevole di tutto quello che la sua presenza ha suscitato. Ma, per quanto mi piacerebbe sentirla, sapere cosa ne pensa, rispetto il suo riserbo, tipico della cultura giapponese e mantengo il silenzio. Certo, sarei felicissimo di portare la mostra in Giappone ma sono conscio delle difficoltà legate alle discordanze culturali.

A distanza di dieci anni dall’inizio di “Kimono Tales”, cosa ti sembra profondamente cambiato?
Mi rendo conto che questo lavoro non sarebbe neanche concepibile oggi. Sono venute meno le condizioni. Dal Covid in poi, anche alla luce dei recenti stravolgimenti politici, è cambiato completamente il senso del pudore. Penso che, al di là della morale, la sola idea di mettersi a nudo – in senso fisico e concettuale – di fronte a uno sconosciuto, sia un atto inviso a tutte le parti politiche. Poi, dal punto di vista artistico, ritengo che ogni progetto abbia un inizio e una fine e questo lo considero concluso, lasciando ovviamente aperta la possibilità di presentare la mostra in altri contesti e città.

Ludovica Palmieri

Roma // Fino al 16 ottobre
Kimono Tales. Angelo Cricchi
MUSEI DI SAN SALVATORE IN LAURO, piazza San Salvatore in Lauro
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Ludovica Palmieri

Ludovica Palmieri

Ludovica Palmieri è nata a Napoli. Vive e lavora a Roma, dove ha conseguito il diploma di laurea magistrale con lode in Storia dell’Arte con un tesi sulla fortuna critica di Correggio nel Settecento presso la terza università. Subito dopo…

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