“Il simbolo è un’arma potentissima”. Un nuovo murale a Perugia e l’intervista all’autore
Nel quartiere Fontivegge due volti prendono forma su un muro alto trenta metri. È un’opera di Diavù, che ce l’ha raccontata parlando di arte pubblica, AI, identità e spazio urbano
Per più di un mese David “Diavù” Vecchiato (Roma, 1970) ha guardato Perugia da trenta metri d’altezza, sospeso su una piattaforma davanti alla grande parete di uno degli edifici del quartiere di Fontivegge. Sotto Piazza del Bacio, la stazione, il via vai continuo della strada. Una parte di città complessa e fragile, attraversata da criticità, ma anche da mondi, culture e generazioni diverse che ogni giorno condividono gli stessi spazi. Sopra, il caldo torrido estivo e un muro enorme da trasformare. “È stata una cosa catartica. Scherzavo dicendo che avevo fatto i quaranta giorni nel deserto di Cristo: ero andato a contatto con il diavolo”.

L’intervento di Diavù a Perugia
È nato così Identity, il murale che oggi segna lo skyline di Fontivegge: due giovani volti che mani gigantesche sembrano comporre come un puzzle. Ma quei ragazzi non esistono, le mani sono quelle di Diavù e il titolo è stato scelto dagli studenti degli istituti di formazione del quartiere. Per capire l’opera, però, bisogna partire dal luogo. Diavù ha camminato, osservato, parlato con le persone, ascoltato la musica della piazza, studiato perfino i disegni originari del complesso progettato da Aldo Rossi. Da questa esperienza nasce un dialogo denso su arte pubblica, tecnologia, identità e spazio urbano.
Intervista a Diavù
Partiamo da te. Come sei diventato street artist?
Io sono uno di quelli convinti che neanche esista lo street artist. Esiste l’artista, che si esprime attraverso varie forme e supporti. Io ne ho sperimentati tanti: editoria, fumetto, illustrazione, copertine di libri e dischi, musica. Sai quando metti le crocette sulle cose fatte? Fatto, fatto, fatto. Mi piace quella frase che diceva Andy Warhol: “Io non sono un fotografo, sono un artista con una macchina fotografica”. L’artista ha un modo differente di percepire e trasmettere ciò che incontra. Si fa filtro. In questo senso penso di essere artista da sempre, come tutti i bambini. Io semplicemente non ho mai smesso.
E la strada quando arriva?
Per necessità. Tra gli Anni Novanta e i primi Duemila, se proponevi un immaginario figurativo, potevi sentirti rispondere da una galleria: “Questo sembra fumetto. Questa non è arte”. Così cercavi altri luoghi. I centri sociali sono stati spazi liberi nei quali poteva esplodere una musica che non interessava all’industria discografica. Con l’arte è successa la stessa cosa. La strada diventa una galleria alternativa. Poi, c’è un motivo politico: la riappropriazione dello spazio pubblico. Attraverso un simbolo puoi riappropriarti in un attimo di un luogo. Il simbolo è un’arma di una potenza incredibile. Anche quando qualcuno guarda un murale e dice: “Fa schifo, cancellatelo”. Significa che sente quello spazio come suo.
Il quartiere di Fontiveggie visto da dentro
Prima di realizzare Identity hai cercato di capire il luogo. Che Fontivegge hai incontrato?
Io ho bisogno di conoscere il posto in cui lavoro, altrimenti mi sento un alieno. Sono andato perfino a cercarmi i bozzetti di Aldo Rossi dell’area dell’ex Perugina, perché volevo capire come fosse stato pensato quello spazio. Fontivegge è una realtà complessa, ma è anche un luogo in cui convivono mondi diversi. Ho visto bambini nordafricani, africani, sudamericani, italiani giocare insieme. Differenze, difficoltà, ma anche una mescolanza che forse dobbiamo ancora imparare a leggere. Probabilmente ci vorranno generazioni per capire cosa nascerà da questa convivenza.
C’è qualcosa della vita del quartiere che ti ha incuriosito o che hai scoperto stando lì?
Una delle cose che facevo più spesso era premere Shazam. Passavo e sentivo della musica bellissima che non conoscevo. Mi fermavo e cercavo di capire cosa fosse. A un certo punto qualcuno si sarà chiesto: ma questo come fa a non conoscere la canzone kenyota più famosa? È proprio questo il punto. Noi di quei mondi non sappiamo niente. E forse non siamo abbastanza curiosi.
Hai guardato Fontivegge anche con occhio critico. E il fatto che sia un luogo progettato da Aldo Rossi rende la riflessione ancora più interessante…
L’architettura ha una responsabilità enorme: crea i luoghi in cui viviamo e quindi, in qualche modo, anche le nostre esistenze. Non può dimenticare la funzione. Piazza del Bacio per me ha difficoltà evidenti. Mi sono chiesto perché non ci fossero più verde, ombra, possibilità di stare realmente nello spazio. Uso spesso una metafora: se semini cipolle non puoi aspettarti di raccogliere pomodori. Prima di lamentarti di ciò che accade in un quartiere devi domandarti cosa hai seminato. Il modo in cui costruiamo gli spazi produce conseguenze.

Il murale “Identity” di Diavù a Perugia
Una delle domande più frequenti a Perugia è: chi sono quei due ragazzi?
C’era un signore africano che passava spesso con le stampelle. Un giorno mi chiede: “Sono due giovani artisti?”. No. “Sono famosi?”. No. Gli dico: “Non sono nessuno”. Mi guarda e scoppia a ridere: “Tu grande fatica e hai dipinto nessuno!”. Aveva colto perfettamente il punto. Quelle due persone non esistono.
Come le hai create?
Normalmente lavoro con modelli reali e quando ritraggo qualcuno cerco di coglierne qualcosa, quella che potremmo chiamare l’anima. Questa volta volevo due persone inesistenti perché nell’opera quei volti vengono costruiti. Ho utilizzato l’intelligenza artificiale per generare delle foto dei volti e ottenere diverse pose. Poi ho fatto il montaggio in Photoshop.
Le mani invece sono le tue.
Sì. Il modello sono io. Sono proprio le mani dell’artista che costruiscono quei volti, mettendo insieme forme, luce e ombra come in un puzzle. E qui nasce la cosa che forse mi inquieta di più: come fai a trovare l’anima di qualcosa che non ha coscienza? Di chi è l’anima di quelle figure? Forse è la mia. Oppure quella dell’intelligenza artificiale, che però un’anima non ce l’ha.
Il titolo non l’hai scelto tu.
No, lo hanno scelto i ragazzi. Prima del murale ci sono stati confronti con il condominio, le scuole, i dirigenti degli istituti. Il bozzetto è passato attraverso le scuole. Io ho proposto una rosa di titoli e gli studenti hanno scelto Identity attraverso una specie di referendum. Probabilmente io non l’avrei chiamata così. Ora invece la guardo e penso: era esattamente il suo titolo.
Perché?
Perché forse oggi siamo diventati malati di identità. Ripetiamo: “Io sono, io sono, io sono”. Ma che cos’è questo “io sono” se non c’è contenuto? A volte mi sembra un marchio di fabbrica senza qualità. Pensiamo che l’identità sia qualcosa che costruiamo da soli, mentre è l’altro che costruisce la nostra identità. Senza l’altro tu non sei nulla. E allora quelle mani che compongono i due volti diventano anche questo.
Hai impiegato più di un mese per dipingerlo. Che cosa significa lavorare lassù?
Sono stati circa trentadue giorni per l’opera, una quarantina in tutto a Perugia. A trenta metri cambia la percezione. Da sotto vedi un piccolo punto bianco nell’occhio; lassù ti accorgi che quel riflesso è enorme. Poi, c’è una dimensione meditativa. Devi quasi annullare chi sei, entrare nel lavoro, nel gesto. Per questo scherzavo dicendo: “Ho fatto i quaranta giorni nel deserto di Cristo”.
Tra le persone incontrate c’è qualcuno che ti è rimasto impresso?
Un signore anziano. Quando l’opera era quasi finita mi chiese: “Quali sono state le tue ispirazioni? A te piace l’arte medievale?”. Non mi chiese chi fossero quei ragazzi né cosa significasse il murale. Mi colpì, perché amo molto l’arte medievale e lui aveva riconosciuto qualcosa nei colori, soprattutto nelle mani. È bellissimo: significa che a volte l’opera non ha bisogno di essere spiegata, è capace di parlare da sola. Dentro Identity c’è anche la memoria delle esperienze di arte urbana già realizzate a Perugia, da Comma Art City Project ai The London Police. Una memoria che secondo me andrebbe conservata.
Arte pubblica, politica e realtà
La street art può ancora produrre una reazione reale?
Secondo me già l’esistenza dell’opera è il messaggio. Il fatto che compaia sulla facciata di un palazzo cambia il paesaggio. Credo meno nell’opera che vuole essere trasgressiva a tutti i costi. Siamo talmente abituati all’intrattenimento che rischiamo di “scrollare” anche la trasgressione. A me interessa quello che non capisci subito, che ti lascia un piccolo fastidio e ti costringe a fermarti. E la strada raggiunge anche chi magari non è mai entrato in una galleria o in un museo. Lì l’arte gliela sbatti in faccia. Può amarla, odiarla, contestarla, ma intanto si è confrontato con un’opera. Perché lasciare soltanto al potere la possibilità di fabbricare la realtà? Anche l’artista costruisce realtà.
Che cosa ti auguri lasci quest’opera a Perugia?
Per chi arriva e non l’ha mai vista, la sorpresa. A volte basta un po’ di sorpresa per sentirsi bene. Per chi invece la vede ogni giorno, mi auguro che non si stanchi. E penso ai ragazzi. Mi piace l’idea che qualcuno chieda: “Dove vai a scuola?”, e loro possano rispondere: “Là, nel palazzo del murale”. Significa che l’opera ha già fatto qualcosa: ha dato un’altra identità a quel luogo. Vorrei anche che diventasse un seme per altre opere. Con una cautela: l’arte pubblica può rendere un luogo attrattivo, dunque, può essere strumentalizzata per diventare funzionale al potere o ai meccanismi di gentrificazione. È il suo lato oscuro.
E se un giorno Identity dovesse scomparire?
Io sono felice che le mie opere deperiscano. Se tra vent’anni le persone la sentiranno talmente propria da volerla conservare, sarà giusto farlo. Ma quando termino un lavoro, quell’opera non è più mia. Diventa di chi passa, di chi la guarda, di chi la ama, di chi non la capisce, perfino di chi la contesta. Forse è proprio questo il senso più profondo dell’arte pubblica.
Simonetta Palmucci
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