Un progetto dimostra che la poesia può superare tutti i confini. Intervista alla curatrice

Lilou Vidal ha riunito poesia, performance, cinema e radio intorno all’eredità dell’autore palestinese Mahmoud Darwish. Ha portato il Poetry Day del Centre Pompidou a Torino e per l’occasione ci ha detto la sua su poesia, traduzione e Mediterraneo

Il 26 e 27 settembre 2026, negli spazi di Paint It Black a Torino, la poesia di Mahmoud Darwish (Al-Birwa, 1941 – Houston, 2008) è diventata il punto di partenza per due giornate di letture, performance, radio, cinema e pratiche epistolari. I Don’t Want This Poem to End ( ), progetto curato da Lilou Vidal e concepito come un “poetry camp”, è il capitolo torinese del Poetry Day, iniziativa nata nel 2020 al Centre Pompidou. L’edizione Stagione Mediterranea 2026, dedicata al poeta palestinese, si è svolta in collaborazione con l’Institut du Monde Arabe.

Nadia Marcus, Literal Madness contribution, Mahmoud Darwish Poetry Day
Nadia Marcus, Literal Madness contribution, Mahmoud Darwish Poetry Day curato da Lilou Vidal

Le attività del Mahmoud Darwish Poetry Day 2026

Il programma ha riunito, tra gli altri, Radio Alhara, Ghayath Almadhoun, Asmaa Azaizeh, Maria Luce Cacciaguerra, Jahan Khajavi, Davide La Montagna, Jumana Manna, Reza Mirabi e Rosalind Nashashibi, facendo dialogare poesia, traduzione, performance e immagini in movimento. A questo si è affiancato un progetto di mail art e corrispondenza sviluppato con Literal Madness, estendendo il poetry camp oltre lo spazio fisico della libreria, con partecipazione di Allison Grimaldi Donahue, Carla Harryman, Sahar Khraibani, Shiv Kotecha, Tiziana La Melia, Nadia Marcus, Lydia Ourahmane, sadé powell, Pamela Sneed e Jackie Wang. Abbiamo parlato con la curatrice Lilou Vidal del progetto e dell’eredità di Darwish, ma anche di lingua, traduzione e oralità, del Mediterraneo come spazio di scambio e del ruolo del curatore di fronte a storie che non gli appartengono.

Intervista a Lilou Vidal

I Don’t Want This Poem to End ( ) è concepito come un “poetry camp”, che unisce poesia, radio, performance, cinema e corrispondenza. Perché hai scelto un formato così aperto per avvicinarti a Mahmoud Darwish e alla sua eredità?
Sono ormai alcuni anni che lavoro sulla creazione di ponti tra le forme visive e il linguaggio. È qualcosa che si poteva percepire nei progetti precedenti, ma non avevo mai realizzato un vero e proprio festival di poesia, anche se avevo sempre sognato di farlo. Darwish è una delle figure più importanti della poesia araba. Rendergli omaggio oggi significa molto, dal punto di vista politico. Ma il motivo per cui utilizzo questa terminologia di “campo di poesia” è ovviamente legato anche alla sua biografia. Ha, infatti, trascorso molto tempo da rifugiato in esilio nel corso della sua vita. La sua poesia divenne una pratica quotidiana, un atto di resistenza contro l’oblio, intimo e tenace come l’aroma del caffè arabo che continuava a preparare sotto i bombardamenti durante l’assedio di Beirut nel 1982. Quindi, l’idea di un “campo della poesia” è questa: quando non rimane più nulla, usare il linguaggio e le parole come mezzo di resistenza. Ho pensato che fosse una delle migliori espressioni metaforiche per sottolineare l’impegno instancabile di Darwish. Anche quando parlava d’amore, anche quando si preparava il caffè, ogni cosa era un gesto profondamente sentito.

E com’è arrivato a Torino questo progetto?
Un collega parigino che lavora al Centre Pompidou mi ha proposto di sviluppare un capitolo del Mahmoud Darwish Poetry Day a Torino. Il motivo per cui ho deciso di realizzarlo presso Paint It Black è il suo formato ibrido. È più di una semplice libreria. C’è sempre una sorta di porosità in ciò che fanno. Ho conosciuto Margherita Rossi alcuni anni fa, quando ho presentato il primo capitolo che avevo intitolato Exercise of Poetic Communication, dedicato all’artista Ernesto de Sousa. Quello è stato il mio primo incontro con Margherita, e ho potuto constatare quanto fossero aperti alla poesia.La natura industriale del luogo, la collocazione quasi alla periferia del centro città, e il suo carattere al tempo stesso informale, improvvisato e accogliente mi sono sembrati la cornice ideale per un progetto concepito come un «campo poetico», che si sviluppava nell’arco di un intero fine settimana. Siamo stati anche invitati alla Fondazione Merz, nell’ambito della mostra Gaza, the Future Has an Ancient Heart, in occasione del finissage dei nostri due progetti. È molto bello vedere come il Mahmoud Darwish Poetry Day abbia dato vita a una rete di collaborazioni tra istituzioni diverse e project space dalle forme e dalle geometrie variabili, accomunati da un unico punto di riferimento: la poesia di Darwish.

La lingua stessa sembra essere fondamentale per il progetto. Darwish ha mantenuto l’arabo anche quando la sua poesia circolava a livello internazionale. Cosa significa preservare la propria lingua mentre si attraversano i confini culturali?
Cercherò di rispondere con un riferimento a Darwish. Ha scritto un testo molto interessante, This Is My Language, in cui insisteva davvero, pur avendo una carriera internazionale di grande rilievo, sul leggere ogni volta in arabo. Ed è molto interessante notare anche che poeti che ora vivono in Gran Bretagna, Germania, Svezia o Francia decidono di leggere in arabo, pur ssendo molto felici di avere la loro poesia tradotta in diverse lingue. È lo stesso gesto che si compie preparando il caffè arabo. È proprio questo tipo di vicinanza alla propria lingua che la mantiene viva contro l’oblio. Decidere in quale lingua recitare la propria poesia è una dichiarazione forte.

Ma la poesia è particolarmente delicata nella traduzione. Come possiamo trasmettere la sua specificità culturale quando non comprendiamo la lingua in cui è stata scritta?
Penso proprio attraverso il linguaggio orale, facendo sì che sia il poeta stesso a recitare la poesia. Era una pratica fondamentale anche per Darwish. Si possono trovare diversi documentari che lo ritraggono mentre legge le sue poesie in una sala gremita di persone. Era un oratore straordinario. Credo che si tratti di incarnare la propria lingua. “Io sono la mia lingua”, diceva. La prima volta che ho visto Asmaa Azaizeh, ha letto solo in arabo e non avevo la traduzione a portata di mano. Sono rimasta incantata dalla sua presenza, dal modo in cui incarnava il suo testo. Non sapevo cosa dicesse il testo, ma ne ero profondamente affascinata. E naturalmente, in seguito, ho letto tutte le sue poesie. Questa volta avevamo anche la traduzione: si è letto in arabo, con la traduzione in inglese che scorreva contemporaneamente sullo schermo. Ghayath Almadhoun ha spinto l’esercizio della traduzione ancora oltre invitando altri poeti a leggerla in italiano. Quindi, alcune poesie venivano recitate in arabo e, subito dopo, tradotte in italiano dai due poeti presenti. In questo modo, l’evento si è trasformato in un esercizio polifonico. E, naturalmente, solo un poeta può tradurre la poesia.

Il progetto ha portato la lingua al di fuori dello spazio espositivo attraverso la mail art…
Sì, ho invitato Literal Madness, un collettivo tedesco che ha lanciato un bellissimo progetto editoriale in collaborazione con artisti e poeti. Le persone sono state invitate a partecipare e abbiamo avuto circa 80 iscritti: una vera e propria comunità, il che è fantastico. C’è davvero l’idea di diffondere la poesia oltre i confini e, allo stesso tempo, di creare una collettività. Si tratta di creare nuove forme di comunicazione e nuove reti. L’arte postale era molto diffusa negli Anni Sessanta proprio per evitare le consuetudini istituzionali tradizionali.

Questa circolazione transfrontaliera ci porta proprio al Mediterraneo. Se lo guardiamo da una prospettiva europea, cosa può dirci di noi stessi questa storia di scambi e movimenti?
In quanto francese con molti legami con il Mediterraneo, sento profondamente di far parte di questa eredità. È presente nella cultura e nell’anima, ma anche nella quotidianità, così come in una certa attrazione per paesaggi e vegetazione che mi sono familiari. Un mandorlo, per esempio, mi fa immediatamente pensare a Darwish. Inoltre, vivo fuori dalla Francia da 22 anni. Ho vissuto negli Stati Uniti, poi a Bruxelles per 14 anni e ora in Italia da 7 anni. Ho, quindi, sperimentato spesso lo sradicamento nella mia vita. Questo tipo di vita crea un altro te stesso. C’è una sorta di estraneità rispetto a se stessi: non sei più solo francese. Sei un po’ questo, un po’ quello. E attraverso questa estraneità, crei un nuovo sé, contaminato da tutte queste influenze. Allo stesso tempo, continui a sognare il tuo paese, come Mahmoud Darwish sognava la Galilea, ma lui, ahimè, non poteva tornare.

Darwish rimase tuttavia profondamente legato alla Palestina. Uno degli aspetti più suggestivi della sua poesia è che questo impegno politico raramente si traduce in una semplice opposizione tra “noi” e “loro”. Cosa può dirci la sua poesia sul superamento di questa dicotomia?
Volevo davvero evitare questo tipo di polarizzazione. Quando si ascolta Darwish, si capisce che per lui c’è una differenza enorme tra parlare del popolo ebraico e dello Stato di Israele. Sono due cose diverse. “Sono contro la politica di Israele, ma sono innamorato di una donna ebrea”, e con questo ha detto tutto. La semplificazione della narrazione a volte mi rattrista davvero. Non c’è alcuna dicotomia, ma è molto più complesso. E penso che la poesia ci permetta di addentrarci in questa complessità. Eppure mantiene questa fiducia nel genere umano. Era molto impegnato politicamente, ha lottato per la liberazione, era un attivista. Ma ciò che mi commuove è che, nonostante fosse così impegnato, non è mai caduto in quel linguaggio in bianco e nero. Mostrava sempre la complessità della storia e si chiedeva incessantemente perché.

Cosa pensi che susciti oggi un senso così diffuso di dicotomia?
Penso che sia semplicemente la mancanza di conoscenza. Se sei arabo, se sei palestinese, se sei nato in Siria, ti ritrovi immediatamente con una sorta di marchio impresso addosso. Ma è lo stesso per gli ebrei che oggi lottano per i diritti dei palestinesi. Ecco perché sono così felice che, attraverso la poesia, possiamo aprire uno spazio molto più ampio per riflettere e approfondire questa storia così complessa e politicizzata.

Il che solleva anche la questione di chi abbia il diritto di raccontare queste storie. Quale ruolo può avere un curatore quando lavora con esperienze che non sono le sue?
Le persone che vivevano in Palestina, in Iran o in Siria, in paesi africani, o diaspora. Ci sono tantissimi modi di raccontare la storia: la scrittura, il documentario. Ci sono tantissimi modi, e credo che sia proprio quello che cerchiamo di fare qui. Ma io non organizzerei mai una mostra sulla Palestina da sola, perché non ne so abbastanza. Non mi sentirei legittimata a farlo. Ma conosco l’arte e la poesia. Attraverso questo mezzo e una comunità di poeti e artisti, sto cercando di trasmettere un messaggio. Sono solo una facilitatrice della poesia e dell’arte.

Valeria Radkevych

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Valeria Radkevych

Valeria Radkevych

Valeria Radkevych (1995, Lugansk, Ucraina) è una curatrice e ricercatrice indipendente. Ha conseguito una laurea magistrale in arti visive con doppio titolo, condiviso tra l'Università di Bologna e la Paris 1 – Panthéon Sorbonne. La sua ricerca, avviata con la…

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