Intervista a Cassils. Etica della visibilità e responsabilità dello sguardo
Tra buio, fuoco e “archivi” impressi nella retina, l’artista canadese ripensa il corpo come strumento somatico e campo di resistenza: un dialogo sulla politica della visibilità e la responsabilità dello sguardo
Non ho mai pensato l’intervista come una semplice estrazione di frasi. Mi interessa quando diventa un dispositivo di lettura: quando le domande non cercano una definizione, ma aprono una grammatica. Come un lavoro si costruisce, quali condizioni mette in gioco, che cosa rende possibile e che cosa respinge. È lì che si misura la forza di un’opera: non solo in ciò che afferma, ma in ciò che obbliga a riconsiderare nello sguardo.
Cassils (Montreal, Canada, 1975) lavora tra performance, fotografia, film, suono e scultura e, in questo dialogo ogni risposta riporta al “come”, prima ancora che al “cosa”. Come si produce presenza, come si decide una condizione, come si tratta la documentazione, come si attraversa l’istituzione senza esserne assorbiti. Ne emerge un percorso che non cerca una formula, ma mette alla prova, domanda dopo domanda, la responsabilità del vedere.
Rileggendo e riscrivendo queste pagine, ho notato un dettaglio che mi ha sorpreso: non ho sentito il bisogno di fissare il genere con la schwa (ə). Forse perché, senza accorgermene, ho evitato che quel segno diventasse una cornice troppo stretta. O forse perché l’opera di Cassils va oltre la sua transessualità e chiede respiro: una fiducia nella forma, nella sua interezza, per restituire un’umanità che non si lascia ridurre.

Intervista all’artista Cassils
Come artista, in che clima si vive e lavora oggi negli Stati Uniti?
Questo Paese è un disastro in questo momento, la tensione è altissima. Eppure, la vita quotidiana va avanti, o almeno per qualcuno. Insegno, e lavoro ogni giorno con molti studenti internazionali. E allora mi chiedo: cosa significa fare pressione, dissentire, fare politica, quando vedi studenti portati via con la forza? Come insegni ciò in cui credi e allo stesso tempo tieni gli studenti al sicuro?
Oggi come definisci il tuo corpo nel lavoro: materiale, collaboratore o luogo?
Penso al mio corpo come a uno strumento, uno strumento somatico. Credo che nel corpo ci sia una saggezza intrinseca, spesso messa in secondo piano rispetto all’intelletto. E il corpo è anche un potente barometro del momento socio-politico: registra molte sensazioni inconsce che la mente non riesce a cogliere.

Nel tuo lavoro la parola “presenza” sembra una disciplina, non un concetto. In “Inextinguishable Fire” il rischio è reale. Cosa succede, mentalmente e fisicamente, in quei secondi in cui la forma coincide con la sopravvivenza?
È uno stato di presenza totale. Non penso a nulla, se non a essere lì, al cento per cento, in quell’istante. Devi essere radicalmente presente. Dura circa venticinque secondi, il tempo di un’espirazione. Se inspiri mentre sei in fiamme, ti bruci la gola.
Hai parlato di meditazione come di un allenamento percettivo. Mi interessa questa parte invisibile del lavoro, perché spesso è lì che nasce la forma. Che cosa ti dà, in concreto, quando lavori con vulnerabilità e controllo?
Posso sentire il cibo che si digerisce nell’intestino, il sangue che scorre nelle vene. Vedi in tempo reale come il dolore diventa piacere e il piacere in dolore. E percepisci l’impermanenza di tutte le cose, compresi gli stati somatici e mentali.
Una parte decisiva della tua pratica è l’oscuramento del corpo: ghiaccio, fuoco, buio. In un sistema che vuole vedere tutto, perché hai scelto di sottrarre invece di offrire?
Fin dall’inizio della mia pratica ho scelto di oscurare il corpo. Il modo in cui veniva recepita la nudità mi sembrava frustrante e limitante. Per me l’oscuramento è legato alle politiche della visibilità, soprattutto quando lo sguardo sul corpo trans è così scrutinante e quando non è sicuro essere visti.

In “Becoming an Image” tu sposti l’opera dentro il corpo dello spettatore. Quando la visione diventa responsabilità, cosa vuoi che accada a chi guarda?
Gli occhi ricevono una sorta di bruciatura retinale e si forma una fotografia vivente dentro il corpo dello spettatore. Diventi il custode di questo archivio.
In un tempo in cui la visibilità può diventare un bersaglio, come fai a evitare che l’opera venga letta soltanto attraverso una griglia identitaria?
È più importante che mai nominare se stessi come tali, insistere su una sorta di esistenza. Ma poi il lavoro deve restare più ampio di quella griglia: l’identità si manifesta nelle opere che creo, non è la somma di me.
La politica del medium: è lì che si decide cosa resta e cosa viene consumato. Tu dici che la documentazione non è neutra. Perché?
I medium non sono neutri. Cosa includi nell’inquadratura e cosa decidi di escludere sono scelte. La documentazione fa parte del lavoro.
C’è un punto che molte istituzioni preferiscono non discutere: denaro, reputazione, coperture. Quando ti accorgi che un’istituzione sta trasformando la tua presenza in un dispositivo d’immagine, qual è il pensiero netto che ti scatta dentro, la frase che ti attraversa per prima?
Quando un’opera viene venduta, stabilisco sempre che una percentuale del ricavato torni a un’organizzazione radicata nella comunità, una realtà di movimenti di base che lavora sul territorio. Parlo di chi opera ogni giorno a contatto diretto con le persone, con bisogni concreti e spesso urgenti: supporto, tutela, assistenza forme di solidarietà reciproca. È un modo per far sì che il valore generato dall’arte non resti chiuso nel circuito delle istituzioni o del mercato, ma produca un effetto reale dove la pressione si sente davvero.
Se dovessi condensare in una frase ciò che il tuo lavoro chiede allo sguardo contemporaneo, quale sarebbe?
Quando la visibilità non è sicura, la questione non è più che cosa mostrare, ma quali condizioni rendono possibile lo sguardo. Per questo cerco soluzioni formali che mettano in crisi l’atto stesso del vedere e rendano evidente la sua politica, il suo peso.
In un tempo di crisi e di urgenze reali, qual è il rischio più grande quando l’arte prova a farsi azione politica?
Per me il rischio è perdere la sintonia con i bisogni delle persone che sto cercando di sostenere. Per questo è fondamentale chiedere orientamento, ascoltare davvero chi è colpito in prima persona, e usare le piattaforme che abbiamo per amplificare quelle voci. E poi c’è un’altra cosa che l’arte può fare: trovare momenti di immaginazione e di invenzione anche in tempi di costrizione durissima. Anche dentro l’autoritarismo, anche quando alcune esistenze vengono cancellate, continuo a credere che l’arte possa offrire una risposta creativa, tattica.
Antonino La Vela
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